Il declino di un Leader
È probabile che la sua deposizione di ieri, di fronte a una commissione d’inchiesta sulla guerra irachena, sia l’epilogo di una carriera costruita sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla buona gestione della Cosa pubblica.
La Commissione britannica che ha interrogato Tony Blair per sei ore sul suo ruolo nella guerra irachena del marzo 2003 non è un tribunale e non pronuncerà sentenze. Non sarebbe facile, comunque, dimostrare che Blair e Bush si erano accordati nel Texas per una guerra da farsi a tutti i costi, indipendentemente da qualsiasi tentativo negoziale. Ma il giudizio politico non ha bisogno di scranni, parrucche e banco degli imputati, secondo le liturgie della giustizia britannica. La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera.
Nel 2007, quando lasciò l’elegante casa georgiana di Downing Street, Blair mise
in scena la propria partenza con l’abilità di un grande regista e iniziò da
allora, con disinvoltura, due nuove carriere, abitualmente incompatibili.
Sfruttò la fama conquistata negli anni precedenti per diventare conferenziere,
guru di strategie mondiali, promotore di nobili cause, consigliere di un grande
gruppo bancario, impresario di se stesso e della propria personale fortuna. Ma
non rinunciò alla politica e trasferì le sue ambizioni dal campo nazionale a
quello internazionale. Divenne inviato del Quartetto (l’organismo quadripartito
incaricato di negoziare la soluzione della questione palestinese) e lasciò
intendere che avrebbe accettato volentieri, dopo la ratifica del Trattato di
Lisbona, la presidenza dell’Unione Europea. L’avrebbe ottenuta, forse, se gli
impegni privati non fossero stati più numerosi delle sue visite a Gerusalemme e
nei territori occupati, se il suo ruolo nella questione palestinese non fosse
stato pressoché invisibile e se non avesse atteso qualche giorno, dopo lo
scoppio della guerra di Gaza, prima di fare una frettolosa apparizione
televisiva sui luoghi della crisi. È probabile che la sua deposizione di ieri,
di fronte a una commissione d’inchiesta sulla guerra irachena, sia l’epilogo di
una carriera costruita sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla
buona gestione della Cosa pubblica.
I cantori della «terza via» dovranno fare qualche esame di
coscienza. I sostenitori della guerra irachena dovranno leggere attentamente la
deposizione di Blair e chiedersi se quel conflitto fosse davvero necessario.
E noi tutti dovremmo chiederci se la società moderna non sia destinata a essere
vittima delle sue illusioni. Eleggiamo i nostri leader nella speranza di essere
governati da uomini che si sono dedicati alla buona amministrazione della Cosa
pubblica. E scopriamo prima o dopo di avere scelto personalità attraenti,
grandi maestri della comunicazione, ma incapaci di separare, nella loro vita,
il pubblico dal privato. Non esiste soltanto un caso Blair.
Esistono altri casi che vale la pena di ricordare brevemente. Il più recente è
quello di Nicolas Sarkozy nella vicenda giudiziaria che ha visto un ex primo
ministro, Dominique de Villepin, sul banco degli imputati per una imbrogliata
vicenda di tangenti, conti segreti e rivalità politiche. Quando decise di
costituirsi parte civile nel processo contro Villepin, Sarkozy voleva regolare
i conti con un uomo di cui era stato amico e ministro. Voglio credere che lo
abbia fatto nella convinzione di essere stato ingiustamente calunniato. Ma ha
proclamato Villepin colpevole ancora prima dell’inizio del processo e ha
dimenticato di essere capo dello Stato, presidente del Consiglio superiore
della magistratura, custode e garante della legalità nazionale. Ha preferito
considerarsi parte offesa e fare una battaglia personale. L’assoluzione di
Villepin, quindi, non sconfigge soltanto l’uomo, ma anche e soprattutto il
presidente. Se il pubblico ministero, come sembra, ricorrerà in appello contro
l’assoluzione, molti francesi giungeranno alla conclusione che Sarkozy continua
a ignorare le esigenze del suo ruolo pubblico.
Le disavventure giudiziarie del suo predecessore sono più tradizionali.
Terminato il suo secondo mandato, Jacques Chirac deve difendersi in un’aula di
tribunale dall’accusa di avere utilizzato le risorse del Comune di Parigi,
negli anni in cui fu sindaco, per rafforzare i quadri del suo partito. Si
parla, in altre parole, di finanziamenti illegali, una categoria con cui gli
italiani hanno grande familiarità e che molti considerano, tutto sommato,
perdonabile. Ma l’immagine di Chirac sarebbe migliore se l’ex presidente non abitasse,
dopo la fine del mandato, nell’appartamento parigino di Rafik Hariri, il ricco
uomo politico libanese ucciso a Beirut: un’amicizia, quella tra Chirac e
Hariri, che ha spesso suscitato sorrisi e sospetti.
E veniamo infine al caso di Gerhard Schröder, cancelliere tedesco dal 1998 al
2005, grande amico di Vladimir Putin, autore insieme all’amico russo di un
progetto per la costruzione di un grande gasdotto che correrà sotto il mare del
Nord e garantirà alla Germania una posizione privilegiata nel grande mercato
europeo dell’energia. Ho sempre pensato che Schröder abbia fatto in tal modo
gli interessi del suo Paese e dell’Europa. Ma ha fatto contemporaneamente anche
i suoi personali interessi. Con una disinvoltura superiore a quella di Blair,
non ha perso un giorno, dopo la fine del suo mandato, per passare dalla
Cancelleria tedesca alla presidenza del consorzio costituito per la costruzione
del gasdotto.
Non esiste quindi soltanto un caso Blair. Esiste anche il problema di una
generazione politica che sembra avere perso di vista la separazione tra ciò che
è pubblico e ciò che è privato. Qualche lettore potrebbe osservare a questo
punto che non ho parlato dell’Italia. Risponderò che ne parliamo tutti i
giorni. Oggi ci siamo concessi un giorno di vacanza e parliamo dei casi altrui.
http://www.corriere.it 30 gennaio 2010

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