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Il coraggio delle verità scomode.

La virtù per una politica del futuro

 

 

Al di sotto del rumore che sale dal palazzo e dalla piazza si diffonde la coscienza che l’Italia sta attraversando un drammatico momento di crisi, uno di quei tornanti della storia in cui si decide del nostro futuro, prossimo e lontano. Se un futuro di svolta e di riscatto o un futuro di declino. Sono venuti al pettine i due nodi che soffocano le energie vitali del Paese e che da dieci anni i governi si rifiutano di riconoscere nella loro gravità e nel loro inesorabile groviglio: il nodo economico-sociale e il nodo politico. La necessità di riforme profonde e difficili, se si vuole che l’economia riprenda a crescere. E l’incapacità della politica nell’attuarle. Ora i due nodi vanno affrontati insieme. Ma perché preoccuparci? Perché non affidarci allo stellone italico? Non sono passati neppure vent’anni da quando reagimmo con successo a una crisi analoga, insieme economica e politica, in apparenza più grave di quella in cui siamo immersi oggi: ricordiamo ancora la crisi valutaria e di finanza pubblica del 1992? O l’eliminazione traumatica della Democrazia cristiana e del Psi, i principali partiti di governo?
Ci dobbiamo preoccupare perché, al di là dell’apparenza, la crisi odierna è assai più insidiosa. L’economia internazionale era allora in piena corsa e la pesante svalutazione della lira permise di agganciarci per alcuni anni a quel trend favorevole e di crescere a un ritmo sufficiente. Esisteva un chiaro obiettivo di lungo periodo, la moneta unica europea, che riuscimmo a raggiungere. E lo stesso trauma politico venne superato da un nuovo assetto di regole e di partiti che all’inizio sembrava promettente. Un assetto che consentì di soddisfare un’aspirazione mai soddisfatta nella storia della democrazia italiana: una vera alternanza al governo tra forze politiche in concorrenza, scelte dal voto dei cittadini. Oggi l’economia internazionale è ben lontana dall’aver superato la crisi del 2007-2009 ed è un futuro di crescita lenta, se va bene, che attende i Paesi industriali avanzati, e in particolare quelli dell’Unione Europea. Come membri dell’Eurozona, rianimare la domanda e le esportazioni mediante una svalutazione, come facemmo tra il 1992 e il 1995, è impossibile, a meno di ripudiare il debito pubblico, provocare un collasso del sistema monetario europeo e tornare alla lira: che i giovani indignati propongano questo «rimedio» è comprensibile; che persone più anziane, non digiune di storia e di economia, vadano loro appresso, è irresponsabile. Sul fronte politico il bipolarismo all’italiana ha mostrato tutti i suoi limiti, anche come assetto che consenta ai governi di attuare riforme difficili e impopolari: se la causa di questo vada cercata esclusivamente nell’anomalia berlusconiana è questione sulla quale sarebbe opportuno riflettere.
Se questa è la situazione, sono i biblici sette anni di vacche magre quelli che attendono il nostro Paese, aggiungendosi al decennio senza crescita che abbiamo appena trascorso. Vacche magre perché la situazione internazionale, la lenta digestione della crisi finanziaria del 2007-09, gli squilibri macroeconomici, il peso di debiti accumulati ci offrono questa prospettiva: l’evidenza storica e le analisi economiche di Rogoff e Reinhart non lasciano molte speranze. E vacche magre perché, anche nell’ipotesi che la politica riesca a imporre le riforme necessarie a rendere più efficiente la nostra economia — le riforme colpevolmente trascurate nell’ultimo decennio — i loro effetti favorevoli saranno molto differiti nel tempo: le riforme sono indispensabili per sostenere lo sviluppo futuro, ma non avranno effetti miracolistici sulla crescita dei prossimi anni. È questo il discorso di verità che politici responsabili dovrebbero fare agli italiani. Un discorso difficile, per usare un eufemismo. E non è facile neppure la postilla che dovrebbero aggiungere per renderlo accettabile sotto il profilo dell’equità sociale. In sintesi estrema, politici responsabili dovrebbero parlare così: «Il reddito complessivo non crescerà o crescerà poco nei prossimi anni, quali che siano i nostri sforzi per farlo crescere di più mediante riforme di efficienza. Ma vi promettiamo che i costi della non crescita saranno addossati a chi può sopportarli, che attueremo un programma che ridistribuisca il reddito dai ricchi ai poveri, dai padri ai figli, dalle rendite al merito. In parte saranno le stesse riforme miranti all’efficienza a ottenere questo risultato. Ma in parte saranno necessarie riforme ridistributive esplicite».
Sia un programma di riforme di efficienza sia un programma ridistributivo sono difficili — per usare il solito eufemismo — in un contesto di democrazia, nel fuoco di elezioni in cui ogni argomento è buono per vincere. E lo sono ancora di più dopo anni di diseducazione, irrazionalità e demagogia. In un momento in cui i partiti si stanno affannando a disegnare scenari postberlusconiani, tengano presente che l’unico scenario che ci aprirebbe a un futuro di svolta e di riscatto, invece che di declino, è quello in cui la politica fosse in grado di sostenere con coerenza i programmi impopolari cui ho fatto cenno, a convincere i cittadini che i sacrifici sono inevitabili e saranno equamente distribuiti.

Il Corriere della Sera 25/10/2011.

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