Strumenti personali
Portale » Cogito Ergo Sum » Il conformismo, oggi, non è una scelta. è una ineluttabile necessità
ombrellone

Il conformismo, oggi, non è una scelta. è una ineluttabile necessità

Scrive Nietzsche: "Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente va da sé al manicomio"

 


 

Salve, mi chiamo Elisa; frequento il liceo delle Scienze-Umane, questo è il primo anno e devo dire che è un liceo fantastico.
È da un po' di tempo che leggo la sua rubrica; è molto interessante.
A scuola abbiamo parlato della psicologia sociale: in particolare del conformismo.
Ho deciso di scriverle perché credo che lei può darmi delle informazioni a riguardo.
Io credo che in realtà siamo un po' tutti conformisti perché ognuno, in un modo, o in un altro si conforma agli altri.
Stiamo diventando tutti uguali e credo che questo ci penalizzi molto; perché facendo quello che fanno gli altri ci chiudiamo dentro i nostri pensieri, le nostre idee, i nostri modi di fare. Forse lo facciamo per avere un posto nel nostro gruppo, per non sentirci soli; ma in realtà ci stiamo solo privando del nostro modo di essere.
Come dice la professoressa di Scienze Umane, stiamo cadendo veramente in basso.
Cosa è per lei il conformismo? E quali sono le sue idee a riguardo ? 
Spero di non essere stata troppo banale nei suoi confronti. Saluti,
Elisa
lisa210_96@hotmail.it

Risponde Umberto Galimberti

Fin da piccoli ci hanno insegnato che si è considerati "normali" se si è come gli altri (rinunciando ovviamente ad essere se stessi). E così, alcuni giorni dopo la nostra nascita siamo stati battezzati perché così vuole la nostra tradizione, a sette anni, anche se nessuno in casa ci ha mai parlato di Dio, abbiamo fatto la prima comunione per non sentirci diversi dagli altri. E poi a partire dai bambini con cui giocavamo, ai compagni di classe che frequentavamo e, divenuti più grandi, ai colleghi di lavoro con cui quotidianamente ci trovavamo, abbiamo imparato che essere conformi e ben adattati alle esigenze dell'organizzazione, pagava di più in termini di riconoscimento che essere se stessi o addirittura creativi.
Se poi ci capitava di non essere sempre conformi, non mancava chi ci consigliava magari un trattamento comportamentista per uniformare i nostri atteggiamenti alle esigenze dell'apparato in cui ci trovavamo ad operare, e, se invece del comportamento, dissonanti erano le nostre idee, a disposizione c'era la possibilità di ricorrere a un trattamento cognitivista, in modo da essere sempre più conformi all'apparato, e di conseguenza sempre meno se stessi. Fino a indurre in noi persino il sospetto che essere stessi o scarsamente conformi potesse nascondere quei tratti patologici che la psicologia non ha esitato a illustrare, là dove descrive le insufficienze di chi è centrato su se stesso (self-centred) o è incapace di un adeguato adattamento (poor adaptation).
Al potere, come ci ricorda Nietzsche, interessa una società conformista, più facile da governare di una società che, per effetto della cultura, pensa, e quindi spesso è critica. La storia del Novecento, con i suoi fascismi, nazismi e comunismi, ha offerto truci e tragici esempi di società conformiste perché conformate col terrore. Società che poi sono crollate perché alcuni individui che le componevano intravidero anche altre forme di vita possibili, rispetto a quella dai regimi imposta, da conquistare anche al prezzo della vita.
Oggi il conformismo non ha bisogno di quei mezzi truci e violenti per imporsi. Perché altre figure come l'egemonia della tecnica e l'egemonia del mercato impongono regole che non possono essere trasgredite, pena l'emarginazione economica quando non addirittura sociale. Questo conformismo, che neppure ha bisogno della violenza per imporsi, prende il nobile nome di "sano realismo", per cui è "realistico" accettare senza esitazione qualsiasi lavoro precario, anche di breve durata, perché questo è quanto offre il mercato, divenuto il generatore simbolico di tutti i valori (non solo economici).
Sorge a questo punto la domanda che il filosofo Franco Totaro si pone in un suo bel libro dal titolo Non di solo lavoro (Vita e Pensiero editore), la dove si chiede: "Ma i fini dell'economia sono anche i nostri fini?". Evidentemente no, ma dopo che da decenni il mondo dei media, che vive di pubblicità e quindi di prodotti da consumare, ci ha persuaso che non si dà altra economia che non sia quella della produzione e del consumo, dove al limite bisogna produrre non solo i beni ma anche i bisogni, se di beni siamo ormai saturi, che spazio resta a chi non vuole conformarsi a questa legge che, avendoci così persuaso, ci ha reso suoi alleati e quindi docili all'adattamento e al conformismo da essa previsto?
Ma forse, cara Elisa, se voi giovani, invece di adattarvi, prendete in mano il vostro futuro, che nessuno in ogni caso vi regala, forse qualcosa può cambiare.

Azioni sul documento