Il concerto che ci serve
La lezione di Keynes oggi: nuova occupazione dalla società
Anche il Presidente Giorgio Napolitano ha richiamato il
Paese all’obiettivo della piena occupazione. Un richiamo particolarmente
opportuno e urgente, perché ci aiuta a riflettere, e poi, speriamo, ad agire di
conseguenza, attorno a un nucleo fondamentale non solo della fase che stiamo
vivendo ma dell’intero sistema economico e sociale.
Chi ci ha insegnato l’importanza cruciale di puntare sulla piena occupazione
per uscire dalle crisi sistemiche, è stato negli anni trenta del secolo scorso
il grande economista inglese John Maynard Keynes. Quella crisi (del 1929) fu
preceduta, accompagnata e seguita da grandi dibattiti tra i maggiori politici
ed economisti del tempo, il cui comun denominatore era rappresentato dalla
centralità che veniva da loro assegnata alla dimensione monetaria e
finanziaria. Si voleva evitare, gestire e poi superare la crisi operando su
variabili finanziarie; in particolare molto forte era la querelle sull’opportunità
di mantenere o abolire l’oro come riferimento e ancoraggio delle monete nazionali
(il cosiddetto "gold standard").
Si vedeva, dai fatti, che la crisi investiva monete, banche e finanza, e la si
voleva risolvere agendo su quello stesso registro. Ma mentre i ministri
dell’economia e gli esperti discutevano di come fissare le parità delle monete
all’oro, se ristabilire o no le condizioni pre-belliche, l’economia reale
affondava e l’Occidente sprofondava in una crisi che risultò devastante
soprattutto per le imprese e per il lavoro. Questo perché gli economisti degli
anni trenta pensavano che la crisi che si stava manifestando sul piano
monetario e finanziario (grande e molto più grave di oggi era la crisi delle
banche e del sistema finanziario) dovesse essere risolta agendo sullo stesso
piano monetario e finanziario. Keynes, esperto di moneta ma anche di filosofia,
fu letteralmente geniale quando mostrò a colleghi e a governi che la soluzione
stava invece altrove.
L’economista e filosofo inglese applicò all’economia del suo tempo una regola
di natura molto più generale: la soluzione di un problema che si manifesta in
un determinato ambito non la si trova in genere restando all’interno di quello
stesso ambito, ma cercandola al di fuori di esso, mettendosi prima, e agendo
poi, su di un piano diverso, normalmente (ma non sempre) di ordine superiore.
Keynes, infatti, dimostrò teoricamente e argomentò pubblicamente che quando si
è nel mezzo di una crisi di sistema, la vera crisi è nelle aspettative negative
della gente, e quindi nella fiducia, nel non dare più credito e nel non credere
più nel sistema e nelle sue istituzioni (banche e politica). Perché quando
mancano la fiducia e la confidenza (confidence) gli interventi di
natura monetaria e finanziaria sono generalmente inefficaci: «Puoi portare il
cavallo alla fontana», diceva Keynes, «ma non puoi costringerlo a bere». La
politica finanziaria porta solo "il cavallo alla fontana", ma può far
poco o nulla per farlo "bere". Keynes nel 1936 dimostrò allora che il
piano di livello superiore era l’intervento governativo, il lancio cioè di una
grande stagione di spesa pubblica, che sola avrebbe fatto uscire il sistema
economico dalla trappola di sfiducia e di pessimismo nella quale era caduto.
Lanciare, dall’esterno, un processo di interventi verso la piena occupazione
era allora la sola vera soluzione a quella crisi finanziaria.
Oggi stiamo commettendo gli stessi errori dei colleghi di Keynes: di fronte ad
una crisi di sistema, diversa ma con molti tratti analoghi a quella del 1929,
governi ed economisti discutono di euro, di politiche fiscali e monetarie, di
"parità" e pesi dei singoli Paesi all’interno dell’euro,
dimenticandosi, oggi come ieri, che senza rilanciare l’occupazione e con essa
la fiducia il sistema non ripartirà. Ecco perché, tra parentesi, continuo ad
essere convinto che sia stato sbagliato toccare ora l’articolo 18 (andava fatto
dopo), perché è stato un segnale che ha ridotto la fiducia e l’ottimismo delle
famiglie.
Occorre oggi una nuova politica europea che inizi seriamente a regolare la
finanza e non continui a ricapitalizzare le banche, e che inizi a distinguere
tra la spesa pubblica dovuta unicamente agli sprechi e la spesa pubblica,
nazionale ed europea, che oggi potrebbe servire a rilanciare l’occupazione. Una
nuova politica che non pensi più che la soluzione a questa crisi dipenda dagli
spread, dai mercati finanziari e dalle banche. Il problema enorme che oggi un
nuovo Keynes deve affrontare è come far ripartire da fuori l’economia con Stati
così indebitati e una finanza così potente e anarchica. Ciò che è certo è che
la spesa pubblica non può essere l’unico attore, poiché rispetto al 1929 il
mondo è molto più decentrato e differenziato.
Occorre un’azione concertata dove la nuova occupazione rinasca dal civile,
dalle famiglie, dalla gente, che possono e debbono fare di più,
proporzionalmente alle loro possibilità e patrimoni. Ma, oggi come ieri,
usciremo da questa crisi finanziaria e dei mercati guardando più in alto di
finanza e mercati: uno sguardo diverso che, ieri come oggi, solo la politica
alta può darci, in Italia e in Europa.
http://www.avvenire.it 17 giugno 2012

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