Il capitalismo senza limiti
La hybris della crescita illimitata e i suoi perversi effetti sociali ed ecologici, una tecnologia al servizio non del mercato, ma di un altro umanesimo nel nuovo saggio di Ruffolo.
In un libro suggestivo di Luigi Zoja i concetti di hybris,
di arroganza (verso gli dei) e di nemesis, di vendetta (degli dei) sono
espressi come metafore della crescita capitalistica e delle sue contraddizioni.
Metafore attinte al mito di quella Grecia classica che per prima ha suscitato
l’inquietudine creativa, ma anche i complessi di colpa dell’Occidente.
Quell’inquietudine è forse un virus che la Grecia ha trasmesso all’Occidente e che dopo un
lungo letargo è riemerso nella modernità, alimentando gli «spiriti animaleschi»
del capitalismo.
Quel virus ha proliferato grazie a una felice combinazione, propria e specifica
dell’Occidente, di due fattori: la tecnica e il mercato. Questa formidabile
ricetta ha permesso di estrarre da società stagnanti una fonte di crescita,
prima della popolazione, poi della produzione, e di realizzare una condizione
di netta superiorità delle economie dell’Europa e delle sue colonie bianche sul
resto del mondo in termini di produttività e di benessere. Ma ha anche
suscitato condizioni di insostenibilità. Insostenibilità fisica ed ecologica
rispetto ai limiti posti dalla legge dell’entropia crescente. Insostenibilità
politica rispetto ai vincoli che devono essere osservati per assicurare la
coesione della società.
Per la prima volta nella storia l’Occidente ha generato una società priva del
senso del limite, «illimitata», anzi, propriamente, sterminata. Ciò vale non
soltanto per la crescita della produzione, ma per l’uso dello spazio,
congestionato, e del tempo, sovraccarico. Nonché della parola, sempre più
frenetica e urlata a riempire il silenzio, come accade negli show televisivi, o
nei film, dove il dialogo è diventato un precipitato maniacale. E vale per
l’estremo limite, quello della morte, scongiurata per quanto possibile dal
discorso e dalla presenza.
Ora, una civiltà che pretende di abolire il limite è perduta, non solo perché
non riconosce i confini ecologici e sociali della sua avventura, ma perché
smarrisce il senso che solo il limite può attribuirle. È quello che viene a
mancare nell’insensatezza della crescita, generando una instabilità e
un’aggressività endemica. Di qui l’esigenza di arrestare la crescita in una
condizione di «stato stazionario» retta dai due principi fondamentali
dell’equilibrio ecologico e della correlazione sociale.
Il virus della hybris umana non si manifesta però solo «negativamente»,
accelerando localmente, nel mondo dominato dall’uomo, la tendenza universale
all’aumento del disordine: dell’entropia.
L’uomo costituisce anche il punto più alto di un processo simmetrico a quello
della crescente entropia: il processo dell’evoluzione.
Simmetrica rispetto alla seconda legge della termodinamica c’è infatti quella
che alcuni scienziati hanno definito la legge della organizzazione. Se
esistesse solo la legge dell’entropia ci sarebbe solo il caos. Invece, a
partire dal big bang il caos cede spazio a strutture ordinate: molecole via via
più complesse, stelle, galassie. Pianeti, formazioni geologiche, oceani,
metabolismi autocatalitici: e poi vita, società, intelligenza…
Insomma: all’aumento complessivo di entropia fa da contrappunto una
disposizione sempre più ordinata della materia. Quest’ordine non è il frutto né
del caso né di un progetto divino. È la capacità insita nella materia di
autoorganizzarsi, da forme semplici a forme sempre più complesse, attraverso la
selezione naturale. In questo processo antientropico l’uomo occupa la posizione
di punta. Nel processo di selezione naturale emerge infatti, attraverso la
sterminata proliferazione di possibilità sanzionate dal successo, un’organica
intenzionalità, che nell’uomo diventerà intelligenza.
A quel punto, la selezione naturale è affiancata da una selezione culturale.
L’intelligenza dell’uomo, frutto supremo di quella selezione, può impadronirsi,
attraverso la scienza, della logica di quel processo evolutivo per guidarla
sulla via di una trasformazione della specie umana in una specie più complessa,
capace di ampliare i limiti che la natura le ha assegnato: le sue colonne
d’Ercole; quelle che Dante fa varcare al suo Ulisse in nome dell’umana
trascendenza: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e
canoscenza».
Mentre, restando all’interno della produzione materiale e della sua crescita
l´uomo incontra i limiti insuperabili dell´entropia, procedendo nella
conoscenza l´uomo non incontra che i limiti della produzione di idee e delle
capacità ideative del suo cervello che sembra sia tuttora utilizzato in minima
parte.
Possiamo allora immaginare di impossessarci del meccanismo della legge
dell’organizzazione, dell’evoluzione, per raggiungere gradi sempre più elevati
di conoscenza e di potenza. Invece di inseguire la potenza sulla via della
crescita materiale, dell’avere, sbarrata dalla legge dell’entropia, perseguire
l’autotrasformazione del nostro essere, sia quanto al suo aspetto fisico (la
durata della vita) sia nel suo aspetto spirituale (il senso della vita). In
altri termini, renderci padroni della seconda legge dell’organizzazione, e
quindi dell’evoluzione di noi stessi. Non era questo il significato di quei due
alberi (non uno solo) ai cui frutti era fatto divieto di accedere nel giardino
dell’Eden, per non diventare simili a Dio (l’albero del bene e del male, e
l’albero dell’immortalità)?
In questa trascendenza della condizione umana, fisica e spirituale, bisogna
saper vedere, come fa Aldo Schiavone nel suo piccolo libro ispirato, Storia
e destino, il senso e il destino della avventura umana. E l’improbabilità
di una condizione economica e sociale che ha i secoli contati. (...)
Non è già questa, della trascendenza umana, la via sulla quale sta procedendo,
nel seguire la sua vocazione al sapere, la scienza? Non è questo il senso di
quella grande impresa dell’intelligenza artificiale in cui scienziati «pazzi e
geniali» come Doyne Farmer, come Daniel Hillis, e tanti altri, stanno
investendo la loro pazzia e la loro genialità? Dovremmo avere più paura di supercomputer
in grado di pensare secondo regole logiche e morali dettate da noi di quanta ne
abbiamo dei demagoghi e dei paranoici che guidano oggi popoli interi?
Lungo questa linea non incontriamo altri limiti di quelli che ci poniamo noi
stessi in nome di una religio che ci relega in una condizione di tanto
superstiziosa quanto presuntuosa ignoranza.
Se così stanno le cose, le filosofie che contestano la scienza e la tecnica
come idoli della nostra servitù ci portano sulla strada opposta a quella
segnata dalla legge dell’organizzazione che regola l’evoluzione dell’essere. Ci
portano nelle fumosità del misticismo, mentre la scienza e la tecnica, al
servizio della conoscenza, non del mercato, sono le vie aperte al nostro
sviluppo creativo. (...)
Non è il progresso tecnico la causa del venir meno dei fini, ma è il suo
asservimento all’accumulazione capitalistica. Quella sintesi di tecnica e di
mercato che ha costituito il segreto del trionfo capitalistico ne rappresenta
oggi la prigione. Non è vero che la tecnica prescrive di fare tutto ciò che è
fattibile. Essa prescrive di fare tutto ciò che è profittevole. Il problema,
allora, non è quello di sottrarsi alla tecnica, ma di sottrarre la tecnica alle
leggi del mercato, ponendola al servizio della conoscenza. In questo senso
l’equilibrio ecologico, l’arresto della crescita economica dell’avere, sterile
e autodistruttiva, è la premessa necessaria di un umanesimo trascendente inteso
allo sviluppo esistenziale della specie umana.
Da la Repubblica, 26 marzo 2008

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