Il capitalismo invecchia?La chimera del governo globale
L'unica possibilità di invertire tale tendenza può venire solo da forti movimenti sociali che chiedano un reddito garantito, in quanto riappropriazione di una ricchezza prodotta dal lavoro in tutte le sue forme.
La crisi ha reso evidente il fatto che la politica è
ostaggio del capitale finanziario. La possibilità di una risposta degli Stati
nazionali è quindi limitata. Ma difficoltà sono emerse quando il cosiddetto G20
ha provato a individuare misure adeguate alla radicalità della crisi, riuscendo
alla fine a proporre strumenti che hanno rafforzato il processo di
finanziarizzazione dell'attività economica. Ma ciò che è emerso in questo ultimo
anno è che la finanza è diventato il cuore del capitalismo contemporaneo.
Si è giunti a questa situazione dopo che alla fine degli anni Ottanta il
capitale ha puntato, riuscendovi, a produrre plusvalore e profitti non solo
nell'attività produttiva in senso classico, ma anche nei settori della
distribuzione e della circolazione. Ciò è stato reso possibile da due fattori:
una privatizzazione dei servizi sociali e un cambiamento delle relazioni tra
capitale e lavoro a favore delle imprese tanto nazionali che sovranazionali.
L'unica possibilità di invertire tale tendenza può venire solo da forti
movimenti sociali che chiedano un reddito garantito, in quanto riappropriazione
di una ricchezza prodotta dal lavoro in tutte le sue forme. È questa la lettura
della crisi che emerge in questa intervista che si aggiunge alla altre della
serie «il capitalismo invecchia?».
Le
domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere
riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o
reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
È da trent'anni ormai che assistiamo al susseguirsi di maggiori o minori
crisi finanziarie, più o meno una ogni tre anni, a dimostrazione che il
capitalismo si è ormai strutturalmente finanziarizzato, cioè ha posto i mercati
finanziari al centro della sua stessa logica di funzionamento mondiale. Questa
crisi è «sistemica» perché è nata negli Stati Uniti, svelando le contraddizioni
(gli squilibri fondamentali) della globalizzazione così come essa si è data a
partire dagli anni Ottanta, con il peso del debito pubblico e del debito
commerciale statunitensi e il ruolo della politica monetaria incentrata sul
dollaro. È però anche una crisi «congiunturale», se è vero che il capitalismo
finanziario è intrinsecamente instabile, terribilmente fragile, all'interno del
quale la privatizzazione del deficit spending di keynesiana memoria gioca un
ruolo fondamentale.
Il confronto con la crisi del '29 serve soprattutto per evidenziare le differenze
tra un capitalismo fordista nascente, quello degli anni Venti del Novecento, e
un capitalismo finanziario, quello odierno, per certi versi anch'esso nascente,
nel senso che è caratterizzato dalla pervasività delle dinamiche finanziarie e,
soprattutto, dalla sovrapposizione dell'economia finanziaria e di quella reale.
Quanto
ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la
predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a
scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia
in generale?
Il capitalismo finanziario è attraversato da contraddizioni formidabili,
oltretutto contraddizioni che si dispiegano su scala globale e che in buona
sostanza rimandano al problema della realizzazione del plusvalore con ricorso
al deficit spending di mercato, ossia privato. Questa metamorfosi rispetto al
deficit spending pubblico, in cui gli Stati giocavano un ruolo centrale nella
determinazione della domanda effettiva, è simmetrica ai cambiamenti nei modi di
produrre plusvalore a partire dalla fine degli anni Settanta, ossia la
progressiva estensione dei processi di valorizzazione alla sfera della
circolazione, dello scambio, insomma della riproduzione. Quello che è stato
chiamato «biocapitalismo», in cui le forme di vita e la vita stessa sono «messe
al lavoro», fino a trasformare il consumatore in produttore di beni e servizi,
è un capitalismo storicamente nuovo contrassegnato dalla crisi della misura del
valore e, quindi, dalla impossibilità strutturale di governarlo a mezzo di
regolazione.
È questa natura del nuovo capitalismo che mette fuori gioco gli economisti
mainstream e i loro modelli econometrici basati sull'ipotesi dell'efficienza
dei mercati. Una maggiore conoscenza storica delle trasformazioni del
capitalismo permetterebbe certamente di capire che questi cambiamenti
riflettono, sono indotti da una nuova composizione sociale del lavoro.
Da
tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica
circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e
deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia
economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica,
oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe
spingersi più in la?
La politica, oggi, è certamente ostaggio della finanza, nel senso che
l'autonomia del politico è molto ridotta, costretto come è ad inseguire le
vicissitudini dei mercati finanziari e gli effetti devastanti della finanziarizzazione
sulle grandezze ecomomiche e sociali. Basti pensare alla spesa pubblica
sociale, che subirà tagli pesantissimi a causa della crescita smisurata del
debito pubblico. Si può forse affermare che la finanziarizzazione mina alle
radici la stessa rappresentanza politica, nel senso che la priva della capacità
di autonomizzarsi dalle contraddizioni e dai conflitti interni ai processi
economico-finanziari. Il politico non riesce neppure a implementare regole
minime per contenere la finanza e la sua estensione, anche se ci prova con
fughe in avanti, ad esempio il «governo mondiale del G20», che però si rivelano
ben presto ulteriori rafforzamenti dei processi di finanziarizzazione. Per
«spingersi più in là» la politica deve riconoscere la sua crisi e, come dire?,
ripartire dal basso, dalle lotte, dalle forme di vita, dalle rivendicazioni
sociali che nella e contro la crisi stanno maturando ovunque.
Molti
ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse
Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se
ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento
per politiche economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al
capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto
economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad
una posizione marginale?
Non c'è dubbio che lo scenario Chimerica, in cui Cina e America si sostengono
reciprocamente con politiche monetarie e di finanziamento del debito pubblico
compatibili con lo squilibrio fondamentale venutosi ad instaurare negli ultimi
anni (la Cina
con un surplus di risparmio, l'America con una montagna di debiti), è uno
scenario per così dire inevitabile. La domanda è quanto durerà. Ad esempio,
quanto tempo ci vorrà prima che la
Cina riesca a rilanciare in modo duraturo la domanda interna,
non solo con programmi di investimento infrastrutturale giganteschi, ma anche
con salari e spesa sociale all'altezza dei bisogni del popolo cinese?
È forse il caso di ricordare che oltre la metà delle corporations americane
quotate a Wall Street realizzano profitti producendo direttamente in Cina, il
che complica non poco la possibilità stessa di riequilibrare l'assetto
economico globale attraverso il solo asse Cina-Stati Uniti. L'impressione è che
la Cina sosterrà
gli Stati Uniti, attraverso politiche di sostegno al dollaro e il finanziamento
del debito pubblico americano, fino a quando sarà riuscita a espandersi
solidamente nel Sud del mondo, in America Latina e in Africa. A questo punto,
forse già tra cinque anni, l'asse globale non sarà più est-ovest, ma est-sud.
In questo scenario l'Europa è perdente, a meno che non riesca a sviluppare
politiche di welfare incentrate sull'accesso alla conoscenza e lo sviluppo di
tecnologie eco-sostenibili, politiche sociali di investimento realmente
autonome rispetto al modello americano e a quello cinese.
L'attuale
aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità,
pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società
finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro
(salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché
della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
La finanziarizzazione dell'economia, così come si è data in questi ultimi
anni, comporta un mutamento delle modalità di monetarizzazione del circuito
economico, nel senso che oggi è nella sfera direttamente finanziaria che la
moneta viene creata e iniettata nel circuito economico sotto forma di rendite.
Si tratta di una vera e propria privatizzazione della moneta assecondata dalla
politica monetaria delle banche centrali. Questo comporta la possibilità di una
ripresa dei mercati finanziari indipendentemente dalla ripresa dell'economia
reale, il che spiega, tra l'altro, come i salari diretti e indiretti (rendite
pensionistiche) possano continuare a rimanere bassi ancora per un lungo periodo
di tempo.
D'altra parte, come osservava recentemente l'economista francese Michel Husson
confrontando il rapporto tra tassi di crescita e occupazione del periodo tra il
1959 e il 1974 e quelli del periodo tra il 1993 e 2008, la capacità di un'economia
di creare occupazione è ampiamente indipendente dalla sua crescita economica.
Infatti, negli ultimi quindici anni dei Trenta gloriosi, l'aumento
dell'occupazione è stato inferiore a quello degli ultimi quindici anni, e
questo è avvenuto con un tasso di crescita del Pil tra il 1959 e il 1974
mediamente superiore a quello constatato tra il 1993 e il 2008. La qual cosa,
nella situazione attuale in cui le prospettive occupazionali e di crescita sono
molto negative, mette fuori gioco le politiche keynesiane secondo le quali un
aumento dei salari, cioè della domanda, può di per sé trainare il rilancio
occupazionale.
In altre parole, l'aumento della domanda, cioè del reddito, deve basarsi su
un'aspirazione di giustizia sociale e di autonomia dalle dinamiche della
ripresa economica. È in questo senso che vanno interpretate le rivendicazioni
di un reddito garantito, o di una «rendita» agganciata ai bisogni sociali:
domandiamoci quali sono gli impieghi di cui abbiamo bisogno per ridurre la
sofferenza del lavoro, domandiamoci di quale reddito abbiamo bisogno per
difendere i beni comuni, invece di privatizzarli per «creare occupazione».
Quale
sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle
forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto
ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Il prezzo può essere molto alto, e già lo stiamo pagando con l'aumento
della disoccupazione e i tagli alla spesa sociale. È d'altronde sicuro che la
pressione fiscale per far fronte ai deficit accumulati in questo periodo si
farà sentire molto presto. Ma questo stesso prezzo possiamo farlo pagare al
capitale finanziario, rovesciando i debiti privati in reddito sociale. È in
gioco la nostra sopravvivenza come soggetti capaci di lottare, di creare forme
autonome di vita. Nulla è deciso, tutto è possibile.
http://www.ilmanifesto.it 20 dicembre 2009

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