Il capitalismo invecchia? Il mondo ostaggio dei rentiers
I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini e il senato virtuale, che normalmente prevale.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
Un sistema economico capitalistico - un'economia monetaria di produzione, nel
linguaggio di Keynes - è impensabile senza moneta, senza banche e senza
finanza, dunque nella struttura del sistema gli elementi reali e gli elementi
monetari sono strettamente interconnessi. Tra elementi reali e elementi
monetari c'è però una gerarchia, nel senso che un sistema economico
capitalistico potrebbe riprodursi senza crisi, per usare il linguaggio di Marx,
se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale da non generare crisi di
realizzazione, di «sovrapproduzione» (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla
capacità d'acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza
fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del
sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di
tesaurizzazione.
Nel linguaggio di Keynes, non si darebbero crisi se la domanda effettiva, per
consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo
fossero tali - by accident or design - da assicurare un equilibrio di piena
occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, di qui
la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il
sistema capitalistico - il «mercato» - non è capace di autoregolarsi. In tutto
ciò ha un ruolo essenziale il saggio dei profitti che, come hanno mostrato gli
economisti classici, ma sopra tutti Marx, tende a cadere. Quando il saggio dei
profitti è tale da generare crisi di realizzazione, poiché vi si associano
bassi salari e disoccupazione, e a un tempo tale da generare crisi di
tesaurizzazione, il sistema capitalistico va incontro a crisi che se si vuole
si possono chiamare sistemiche. Così è stato nella crisi del '29 (le cui radici
risalgono però al 1870), così è oggi. In tutti e due i casi - e a ciò mi
limito, quanto al confronto tra il '29 e l'oggi - la crisi si è manifestata
dopo un tentativo fallimentare di contrastare la caduta del saggio dei profitti
con un processo di globalizzazione, di riduzione del mondo a mercato. Aggiungo
soltanto che la risposta europea alla crisi del '29 fu il nazifascismo.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità
di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti
mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della
storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Di per sé l'uso della matematica nell'analisi economica non è biasimevole, lo
diventa quando si vogliono trattare in forma matematica questioni che non lo
consentono, oppure quando non si trattano questioni importanti perché non
consentono una trattazione matematica. Di questioni del genere in economia ce
ne sono molte. In visita alla London School of Economics, l'anno scorso, la Regina Elisabetta
aveva chiesto - con regale candore - come mai soltanto pochi economisti
avessero previsto la crisi. Dieci autorevoli economisti inglesi hanno poi
scritto alla Regina una lettera, in cui scrivono che una delle ragioni
principali dell'incapacità della professione di dare avvertimenti tempestivi
della crisi imminente è una formazione inadeguata degli economisti, concentrata
sulle tecniche matematiche: così che l'economia - l'economics - è diventata una
branca delle matematiche applicate.
I firmatari della lettera ricordano anche che l'insospettabile American
Economic Association aveva costituito, nel 1988, una commissione
sull'insegnamento postuniversitario dell'economia negli Stati Uniti. La
commissione, nelle sue conclusioni, manifestò il timore che «i programmi di
formazione post-laurea possano produrre una generazione con troppi idiot
savants, addestrati alle tecniche ma ignari delle questioni economiche
importanti». Nell'educazione degli economisti, aggiungono i firmatari della
lettera, vengono omesse la storia economica, la filosofia e la psicologia, e
non vengono messe in discussione né l'opinabile credenza in una «razionalità»
universale né l'«ipotesi di mercati efficienti». Anche per questa ragione non
si è dato il peso dovuto agli avvertimenti non quantificati circa la potenziale
instabilità del sistema finanziario globale. C'è un tipo di giudizio, quello cui
si può attingere immergendosi nella letteratura e nella storia, che non può
essere espresso adeguatamente in modelli matematici. In breve: la matematica
decontestualizza i suoi oggetti, e in campo economico ciò comporta il rischio
del riduzionismo e della falsa neutralità. L'unico antidoto è la conoscenza
della storia e la consapevolezza - l'orgogliosa consapevolezza - della
dimensione politica dell'analisi economica.
Da tempo commentatori autorevoli avevano
fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato
delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mini le basi stesse
della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo
della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato
o dovrebbe spingersi più in là?
Non c'è nessun dubbio che la libera circolazione dei capitali, libera nella
misura e nelle forme attuali, sia pericolosa per la democrazia economica e
dunque per la democrazia in generale. È la tesi del «senato virtuale», una tesi
su cui molto insiste Noam Chomsky (che la mutua da B. Eichengreen) e che a me
pare difficile da confutare. Questo senato virtuale è costituito da prestatori
di fondi e da investitori internazionali che continuamente sottopongono a giudizio
le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano «irrazionali» tali
politiche - perché contrarie ai loro interessi - votano contro di esse con
fughe di capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi (e
in particolare delle varie forme di stato sociale).
I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini e il
senato virtuale, che normalmente prevale. Questo è un portato della
liberalizzazione sconsiderata dei movimenti di capitale, a sua volta un effetto
dello smantellamento del sistema di Bretton Woods negli anni Settanta: ne sono
ovvie le conseguenze per la democrazia economica (i più colpiti sono i più
deboli tra i cittadini dei diversi paesi) e dunque per la democrazia in
generale.
Credo che la politica economica debba andare al di là della semplice
regolamentazione dei mercati, ma anche se si limitasse a questa dovrebbe
trattarsi di un disegno condiviso di politica economica e finanziaria
internazionale. Un nuovo piano Keynes - che aveva ben chiari i rischi di una
circolazione dei capitali sfrenata - non mi pare in vista.
Molti studiosi ritengono che la soluzione
della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile
che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può
parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche
alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato
cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale
l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
Temo che il modello europeo di stato sociale non sia più un modello nemmeno per
gli europei. Lo stato sociale è una delle più grandi invenzioni politiche e
istituzionali del secolo passato, la sua distruzione una delle più gravi
responsabilità dei governi europei degli ultimi trent'anni. La responsabilità è
tanto più grave, in quanto ha natura culturale ancor prima che politica. Anche
in Europa ha avuto un peso il senato virtuale, ma soprattutto ha pesato una
adesione acritica, antistorica e non necessitata dalle circostanze, al
liberismo imperiale: che nulla ha a che fare con la tradizione liberale, ancor
prima che socialdemocratica, dell'Europa. In verità non è mai esistito un vero
e proprio modello europeo di stato sociale, le varianti nazionali avevano
storie e articolazioni differenti. Ciò che ancora oggi costituisce un modello
intellettuale - modello nel senso di disegno da prendere ad esempio, e cui
dovrebbero guardare per primi i keynesiani dell'ultima ora - è la «Filosofia
sociale» cui avrebbe potuto condurre la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse
e della moneta di Keynes.
Oggi come allora i «difetti» più evidenti della società economica in cui
viviamo sono l'incapacità ad assicurare la piena occupazione e una
distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito (che sono tra
le cause principali della crisi attuale). Per rimediare a questi difetti,
Keynes propone tre linee di intervento: una redistribuzione del reddito per via
fiscale (imposte sul reddito progressive ed elevate imposte di successione),
l'eutanasia del rentier, e un certo, non piccolo, intervento dello stato
nell'economia. La redistribuzione del reddito comporterebbe un aumento della
propensione media al consumo e dunque della domanda effettiva. L'eutanasia del
rentier, dunque del «potere oppressivo e cumulativo del capitalista di
sfruttare il valore di scarsità del capitale», renderebbe convenienti anche
investimenti a redditività differita e bassa agli occhi del contabile, quali
normalmente sono gli investimenti a alta redditività sociale.
Per quanto riguarda l'intervento dello stato, secondo il Keynes de La fine del
laissez faire, «l'azione più importante si riferisce non a quelle attività che
gli individui privati svolgono già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori
del raggio d'azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno prende se
non vengono prese dallo stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò
che gli individui fanno già, e farlo un po' meglio o un po' peggio, ma fare ciò
che presentemente non si fa del tutto». Se i difetti denunciati da Keynes
fossero stati emendati con le misure da lui indicate, questa crisi non ci
sarebbe stata (talvolta i ragionamenti controfattuali sono efficaci), e d'altra
parte temo sia improbabile che questa filosofia sociale sia messa in pratica
oggi nel mondo occidentale.
Dunque un'uscita dalla crisi sull'asse Washington-Pechino? Un qualche negoziato
tra Stati Uniti e Cina è imposto dal nuovo assetto della divisione
internazionale del lavoro, ma quale sarà la strategia di Pechino? Il mondo
riconosce che la Cina
sta emergendo come grande potenza, ma è un peccato - scriveva di recente
l'Economist - che a tutt'oggi non sempre agisca come tale.
L'attuale aumento della spesa pubblica
non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di
disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi
gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e
pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda, è la
giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di
disoccupazione?
Della necessità di una redistribuzione del reddito per via fiscale, della
opportunità di una eutanasia del rentier, e della necessità di un intervento
attivo dello stato ho già detto. Le politiche dell'offerta fanno parte di quel
paradigma teorico, la cui accettazione da parte dei governi ha portato alla
crisi attuale. La disoccupazione e il timore di perdere il lavoro innescano un
circolo vizioso: consumatori e imprese riducono le loro spese, generando nuovi
tagli dell'occupazione. Fino a quando i salari e l'occupazione non saranno
risaliti almeno ai livelli di dieci o vent'anni fa, la crisi non sarà finita.
Quale sarà il prezzo che le future
generazioni dovranno sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni
dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di
non far naufragare l'economia mondiale?
Se quel debito fosse stato contratto per assicurare istruzione, sanità e
assistenza ai cittadini, le future generazioni non dovrebbero sopportare nessun
prezzo, poiché a fronte di quel debito avrebbero oggi e domani quelle strutture
e quei servizi. Il prezzo che pagheranno è la mancanza di quelle strutture e di
quei servizi, a causa di un debito pubblico che è stato contratto a favore di
quei privati che hanno determinato la crisi attuale.
manifesto, 18 novembre 2009

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