Il capitalismo invecchia?Gli economisti di ventura
Oggi e negli ultimi vent'anni, sono state essenzialmente le grandi banche di investimento anglo-americane a demolire tutte le leggi e i regolamenti che impedivano loro di fare i propri comodi senza controllo alcuno.
Ci sono forti analogie tra la crisi del '29 e quella
attuale. Ma l'aspetto che colpisce di più è che i responsabili della crisi sono
ancora al loro posto, continuando ad arricchirsi, cosa che non accadde con
Roosevelt. Un'altra differenza è il ritorno sulla scena mondiale delle economie
orientali, mentre l'Europa continua a inseguire il modello statunitense, invece
che diventare un polo «autonomo» che attiri a se la Russia e gli altri paesi
dell'ex-socialismo reale. Marcello De Cecco, rispondendo alle domande che
annodano i fili di questa serie su «il capitalismo invecchia?», invita però a
sviluppare un punto di vista «forte» sulla crisi economica.
Le
domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere
riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o
reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
Ha sempre senso confrontare quel che accade nella economia del mondo nella
fase attuale con quel che è accaduto in precedenza. E lo facciamo sempre, per
definizione, con gli occhi del presente, come diceva Croce. Riandando, ad
esempio, alla grande crisi, oggi notiamo, assai più dei contemporanei, che il
1929 fu preceduto da un decennio di prezzi stabili, ma di prezzi relativi che,
come nella fase attuale, avevano visto l'aumento enorme dei valori dei beni
immobili e di quelli patrimoniali. Si era avuta, come notò a suo tempo Sylos Labini,
una inflazione senza inflazione, che aveva anche allora favorito i rentiers
contro i percettori di salari. Quindi, qualche somiglianza esiste, tra il
presente e il tempo della grande crisi. Anche l'additare da parte dei politici
e della stampa i grandi finanzieri alla pubblica opinione come i veri
responsabili è un elemento comune.
Oggi, tuttavia, la lezione keynesiana è ritornata molto velocemente di moda in
tutti gli ambienti, anche i più neoclassici. La velocità con la quale
economisti e uomini di governo, e anche la stampa che fa loro da eco senza
ragionare in proprio, hanno voltato gabbana è veramente impressionante.
Naturalmente, se la situazione si raddrizza, torneranno all' antico, a
predicare le loro pseudo leggi economiche, quando sarà opportuno farlo di
nuovo. Di «giapponesi» che si sono legati all'affusto dei loro cannoni invece
di fuggire, ne conto veramente pochi. La coerenza come virtù è in grande
ribasso. Probabilmente è un bene, ma personalemente trovo abbastanza squallido
questo girare assieme al vento anche se, dopo un cinquantennio di vita
professionale, dovrei essere abituato vederlo ciclicamente accadere.
Quanto
ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la
predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a
scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia
in generale?
Non è corretto porre il problema come derivante dalla «predilezione degli
economisti mainstream per la formalizzazione matematica». Il guaio è solo che
costoro, per motivi che sarebbe troppo lungo esaminare in dettaglio, si sono
procurati la formazione matematica sbagliata. Quella, tanto per capirsi, che
era più facile apprendere e più agevole usare. Esistono strumenti matematici che
permettono di modellare o per lo meno studiare anche i fenomeni turbolenti,
quelli caotici, le variabili che non si comportano bene, cioè in maniera
regolare. Solo che sono assai più difficili da padroneggiare e da usare e far
usare come routine a gente di non eccelsa mente.
Il modello in uso presso gli economisti mainstream ha il vantaggio di essere
facilmente apprendibile da una vasta platea di studenti, non tutti di livello
superiore. Quindi si ricorre, per trasmetterlo, ad una sua versione che Federico
Caffè mirabilmente definì «marionettistica» parecchi decenni prima che gli
studenti francesi la chiamassero «autistica».
Francamente, poichè credo che gli economisti abbiano avuto assai scarso impatto
sulle cose del mondo, in questa come in altre occasioni, li paragono alla mosca
cocchiera di Fedro, pronta a esclamare «aremus». La cosa sgradevole è che la
mosca cocchiera resta al suo posto anche quando l'aratore cambia metodo o
addirittura c'è un nuovo aratore. Si adatta, la mosca, e resta a mettere insieme
, come faceva prima, «quattro paghe per il lesso», per citare Carducci, un
signore ignoto alla gran parte dei giovani di oggi. Ma non per questo la mosca
diviene meno irrilevante.
Da
tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica
circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e
deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia
economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica,
oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe
spingersi più in là?
Non sono autorevole, e anche meno lo ero quando cominciai a scrivere proprio su
questo argomento. I miei primi due articoli sulla responsabilità dei movimenti
a breve di capitale nello smantellare il sistema di Bretton Woods sono del 1975
e del 1977. Entrambi facilmente leggibili su riviste inglesi. Mi cito, non solo
perché, da buon accademico, ci tengo a far vedere di avere avuto naso in tempi
non sospetti, ma anche perchè in quegli articoli non solo sottolineavo quanta
importanza Keynes e White avessero dato, a Bretton Woods, al controllo dei
movimenti di capitale, ma anche cercavo di individuare chi avesse voluto, assai
prima del 1971, abolire anche quei pochi controlli che i due padri di Bretton
Woods erano riusciti a far entrare nell'«Accordo finale» del 1944.
I nemici dei controlli sono quelli che imperversano anche oggi: quelli che dal
libero movimento traggono enormi guadagni, le grandi banche internazionali.
Allora erano essenzialmente le grandi banche di New York. Poi, dopo la
quadruplicazione del prezzo del petrolio nel 1973 e l'arricchimento di alcuni
principi arabi incapaci di spendere tutti i soldi che gli erano arrivati,
furono anche la grandi banche inglesi e anche qualcuna francese e svizzera, ad
associarsi ai demolitori dei controlli.
Oggi e negli ultimi vent'anni, sono state essenzialmente le grandi banche di
investimento anglo-americane a demolire tutte le leggi e i regolamenti che
impedivano loro di fare i propri comodi senza controllo alcuno. Lo hanno fatto
con Carter e Reagan, con Bush padre e figlio, ma anche con Clinton.
Quest'ultimo, insieme alla sua squadra di governo e di consulenza, è uno dei
maggiori responsabili della gravità con la quale questa crisi ha potuto manifestarsi,
aggravarsi e trasmettersi alla intera economia reale del mondo.
Putroppo, di quella squadra di consiglieri economici clintoniani, quasi tutti
sono tornati a Washington insieme a Obama e hanno nuovamente operato affinchè i
responsabili della crisi, invece di essere puniti, riuscissero ad arricchirsi
anche nella fase dei salvataggi bancari. Alcuni di costoro sono distinti
economisti, estremamente versati nel mettere le vele al vento anche dal punto
di vista teorico.
Questa è una differenza tra i tempi di Roosevelt e l'oggi. Negli anni Trenta,
la squadra di governo cambiò e i colpevoli del disastro furono puniti. Oggi, al
contrario, essi restano imperturbabili a far soldi, perchè non esistono più
poteri alternativi, come quello sindacale e quello della grande industria
fordista, sui quali Roosevelt potè contare. La lobby, con l'eccezione dei
fabbricanti d'armi e di prodotti farmaceutici e sanitari, è una sola e foraggia
tutta la classe politica, a prescindere dalla affiliazione partitica.
Molti
studiosi ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che
sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato
sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un
riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington
Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel
futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo)
venga confinata ad una posizione marginale?
Che quella presente è una crisi sistemica lo prova proprio il prepotente
ritorno sulla scena delle economie orientali, Cina in primo luogo, ma anche
India, Corea. Dico ritorno perchè - lo ripeto spesso - un grande storico, Alan
Milward, affermò parecchi anni fa che il predominio industriale mondiale
dell'Occidente, sarebbe apparso, agli storici di domani, come una parentesi di
due o tre secoli in una storia che vede il primato produttivo e anche
scientifico dell'Oriente come una costante plurimillenaria. Oggi questo è già
accaduto e continuerà ad accadere. Sarà bene che noi occidentali cominciamo a
rendercene conto. Qualcuno lo ha già fatto. Sono le grandi multinazionali
americane e tedesche, che operano da protagoniste in Cina da anni, fornendo a
quel paese i capitali, i beni di investimento e le tecnologie che gli hanno
permesso di metttersi su un sentiero (meglio sarebbe dire, una autostrada) di
sviluppo rapido e resistente alle scosse della congiuntura mondiale.
Di duopolio cino-americano non mi pare il caso di parlare. È stato Gorbachov ad
affermare di recente che quel che è accaduto alla Unione Sovietica sta
accadendo anche agli Stati Uniti.
Quanto all'Europa, se riuscirà a mettersi di nuovo sulla via della seta, come
seppero fare gli italiani nel medioevo, riuscirà ancora una volta a costruire
le cattedrali e il Rinascimento. Ma deve farlo con la massima decisione,
realizzando una più stretta integrazione federale, e provando ad associare al
proprio modello anche la Russia,
oltre agli ex satelliti dell'Urss che già le gravitano attorno. Nella sola
intervista al manifesto che ricordo di aver dato, quasi quarant'anni fa,
discussi con Valentino Parlato proprio di questo tema, che ora è divenuto in
parte realtà, per la parte cinese, ma non ancora riesce a realizzarsi, per la
parte russa.
L'attuale
aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità,
pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società
finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro
(salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della
domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli
accettabili di disoccupazione?
Sulla finanza come unica lobby ho già detto.Quanto all'intervento dal lato
della domanda, esso sta avendo luogo, ma non in Europa, bensì in Cina, India,
Brasile, etc. Noi forniamo merci e servizi, comprimendo i costi, cioè riducendo
i salari e i redditi fissi. È il destino dell'Europa, di non riuscire a essere
padrona del proprio futuro economico. Questo può cambiare solo se la Russia, che ha bisogno di
una vera e propria rivoluzione economica e che ha le dimensioni territoriali e
le materie prime, sarà stabilmente associata come parte dell'Europa e non
continuerà, come disse Mazzini, a comparire e scomparire dalla storia d'Europa.
Quale
sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare, a fronte delle
forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto
ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Se torniamo a crescere stabilmente, il debito pubblico può tornare rapidamente
a pesare assai meno sul Pil di quanto sia giunto a fare oggi. Ma la crescita
rapida e stabile deve avvenire preferibilmente su un sentiero di sviluppo meno
stupidamente scimmiottante quel che di peggio accade negli Usa, favorendo cioè
quelli che sono beni e servizi europei, la sicurezza sociale, la cultura e la
ricerca pubbliche e non scioccamente privatizzate, i trasporti alternativi a
quelli inventati per un paese enorme come sono gli Stati Uniti, lo sfruttamento
di fonti energetiche tradizionali, come il carbone e il petrolio, in maniera
non tradizionale, di nuovo non correndo dietro a folli avventure tecnologiche
americane, del tutto prive di futuro, ma sviluppando la ricerca europea, che in
questo settore ha un passato illustre e ora misconosciuto. Ma dobbiamo fare
l'Europa dei popoli e non quella dei governi, il contrario quindi di quel che
si è appena fatto a Lisbona.
http://www.ilmanifesto.it 30.12.2009

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