Idee antiecologiche (anche) a sinistra
Consumare meno e meglio, o diversamente, è la ricetta del futuro.
Nell'articolo pubblicato su il manifesto del 17
novembre (Il neoambientalismo italiano) Alberto Asor Rosa riprende una
riflessione di Guido Viale ( il manifesto del 7 novembre) in merito ai
modi del cambiamento (nella produzione, nel modello di sviluppo) - che per
Viale non possono che partire "dal basso" - svolgendo alcune
considerazioni in ordine agli ostacoli che a tale cambiamento si oppongono.
Oggi assistiamo a una crescente diffusione mediatica delle nuove tecnologie non
inquinanti come: solare, eolico, fotovoltaico, che va nella direzione di una
sorta di vero e proprio nuovo business. L'impressione è che lo sviluppo -
questo malsviluppo - rimane una variabile indipendente da realizzare semmai non
più attraverso l'uso dei fossili, ma delle energie alternative. Lungo questa
strada è mia opinione che non si produce alcun nuovo e vero cambiamento, ma
solo una correzione di rotta che, prima o poi, tornerebbe ad essere ortogonale
all'ambiente. E infatti a Viale non sfugge il fatto che la produzione di
energie alternative dovrebbe avvenire in concomitanza di una nuova classe
dirigente e il loro utilizzo in modo diffuso a livello di singoli e comunità,
fino a produrre un cambiamento anche antropologico degli stili di vita e dei
comportamenti individuali. Del resto lo stesso problema si presenta per lo
smaltimento dei rifiuti: è ormai noto che la raccolta differenziata non è solo
una opzione tecnica, ma, prima ancora, culturale e antropologica (facendo
raccolta differenziata ci si rende conto di ciò che scartiamo e come viviamo).
L'attuale modello di consumi e di stili di vita (almeno oggi nel mondo
occidentale) non è sostenibile neppure se si sostituisse tutta l'energia
fossile consumata con energia pulita. Inoltre le fonti energetiche rinnovabili
non basterebbero mai (almeno oggi) a rimpiazzare l'attuale fabbisogno energetico.
E allora?
Ecco che subentra la centralità della questione culturale. Consumare meno e
meglio, o diversamente, è la ricetta del futuro. In questa prospettiva, l'uso
di fonti energetiche rinnovabili costituirebbe, come nel caso della raccolta
differenziata, di innescare una «rivoluzione culturale» il cui obiettivo
diventa quello dell'abbandono dell'attuale modello di sviluppo verso stili di
vita più sobri e in armonia con l'ambiente. Ma questa operazione, appunto, è
tanto più efficace quanto più scelta consapevole delle comunità insediate (vedi
l'esempio delle «mamme vulcaniche» di Terzigno). Sempre in questa prospettiva
il ruolo virtuoso del territorio diventa strategico: da supporto fisico inerte
produttore di rendite parassitarie a luogo dell'abitare, territorio di
comunità, luogo esso stesso di produzione. Ma veniamo all'articolo citato; Asor
Rosa sostiene che esistono tre ostacoli al cambiamento dal basso e che di
questi tre il primo: «il conflitto inesauribile e insanabile (...) con i poteri
forti dell'economia, della speculazione e dello sfruttamento» costituisce,
rispetto agli altri due (l'ideologia dello sviluppo e l'assenza delle forze
politiche sulla questione ambientale) il nemico naturale di ogni difesa del
territorio, essendo gli altri due «invece, nemici occasionali, episodici e
dunque parzialmente recuperabili». Ebbene io penso, pur condividendo la tesi di
Asor Rosa, che se il primo degli ostacoli citati costituisce una resistenza
tenacissima al cambiamento anche il secondo ostacolo da lui citato (che per
semplicità chiamo l'ideologia dello sviluppo), rappresenta un nemico
altrettanto tenace del primo. Siamo davvero convinti che l'ideologia dello
sviluppo, di questo sviluppo, sia giunta a capolinea? Paradossalmente, a me
sembra, che la presunta fine di questo modello sia più nei fatti che nelle idee
delle persone. E infatti molte delle calamità disastrose in Italia e fuori dal
paese testimoniano che oggettivamente questo modello di sviluppo produce ormai
un altissimo livello di aggressività nei confronti dell'ambiente, tale da
mettere a repentaglio gli ecosistemi naturali di supporto alla vita.
Tuttavia dal punto di vista culturale (e ancor più politico) siamo così
imbevuti di questa ideologia da far fatica a pensare che possano esistere modi
diversi di benessere. Implicitamente funziona una sorta di automatismo
antropologico secondo cui abbandonare questa strada significherebbe regredire
nel passato del sottosviluppo. Le idee e le abitudini (ancorché sbagliate e
destituite di fondamento) sono tenaci a morire (proprio come il berlusconismo)
e tendono a persistere anche quando ormai sono mutate le condizioni che le
hanno prodotte, se nel frattempo non si affermano nuove idee e nuove abitudini
più convincenti e più adeguate al cambiamento.
Sto parlando, per intenderci, di quella cosa chiamata da Gregory Bateson
«ecologia delle idee». Bateson soleva dire che se vogliamo raggiungere un fine,
diciamo così, ecologico allora anche i mezzi che utilizziamo per raggiungere
questo fine devono essere altrettanto ecologici. Molti dei nostri comportamenti
di sinistra peccano di questo vizio, una sorta di scissione (antiecologica) tra
pensiero ed azione ogni qualvolta, ad esempio, che un'amministrazione (di
sinistra) ritiene (e decide di conseguenza) che fare grandi opere, celebrare
grandi eventi, far diventare le nostre città come Barcellona o Parigi o Dubai,
sia un segno di modernizzazione. Tutto questo per dire che nel grande convegno
annunciato (e benvenuto nel panorama italiano) da Asor Rosa sul tema «disastro
Italia», sarebbe forse opportuno lasciare lo spazio e l'opportunità per parlare
anche del disastro conseguente alle nostre idee antiecologiche (non meno
dannose dei combustibili fossili) che pure albergano nella sinistra. Idee come:
competizione, efficacia, efficienza, modernismo, innovazione, velocità (alta
velocità)... e la lista sarebbe assai lunga a volerla stendere.
Il manifesto, 20 novembre 2010

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