I tre muri d’Europa
Ecco perché solo l’apertura verso “l’altro" può salvarci
Proprio la minaccia esistenziale causata dalla crisi finanziaria e dalla crisi
dell´euro ha reso gli europei nuovamente consapevoli di non vivere in Germania
o in Francia, ma in Europa. La gioventù europea esperisce per la prima volta il
proprio "destino europeo": disponendo di una formazione migliore di
quella di un tempo essa va incontro, carica di aspettative, al declino dei
mercati del lavoro determinato dall´incombente minaccia di bancarotta degli
stati e dalla crisi economica. Un europeo su cinque sotto i venticinque anni è
senza lavoro.
Come il precariato accademico ha innalzato le barricate e fatto sentire la
propria voce, così anche tutte le proteste dei giovani rivendicano soprattutto
giustizia sociale. In Spagna, in Portogallo, ma anche in Tunisia, in Egitto, in
Israele (a differenza della Gran Bretagna) queste proteste sono condotte in
maniera non violenta, ma potente. L´Europa e la sua gioventù sono accomunate
dalla rabbia nei confronti della politica che stanzia somme di denaro
esorbitanti per salvare le banche e mette a repentaglio il futuro dei giovani.
Ma se persino la speranza rappresentata dalla gioventù europea cade vittima
della crisi dell´euro, quale futuro potrà mai esserci per un´Europa che diventa
sempre più vecchia?
Di fatto la sociologia non se n´è proprio accorta; e ora come allora continua a
operare e a elaborare le proprie riflessioni nella prospettiva di un
nazionalismo metodologico. Considerando che in Europa le relazioni giuridiche e
sociali sono vicendevolmente intrecciate e non possono più venire diversificate
a livello nazionale, persino i conflitti nazionali scaturiti dalla
disuguaglianza (come, ad esempio, nel caso della Germania) possono essere
compresi solo tenendo conto della dimensione europea. Analizzando le situazioni
dei singoli stati nazionali diventa pertanto imprescindibile fare riferimento
all´Europa.
Vedo tre processi sovrapposti che determinano una nuova effettiva minaccia
dell´Europa per l´Europa. Innanzitutto l´ostilità verso gli stranieri, poi
l´antisemitismo e l´antiislamismo, infine l´ostilità verso la stessa Europa. Il
primo fenomeno non è nuovo e si manifesta di continuo. Rispetto
all´antisemitismo noi sociologi siamo abbastanza tranquilli fintantoché rimane
circoscritto in determinate zone marginali. Nel frattempo il problema ha però
assunto dimensioni esorbitanti nella forma dell´antiislamismo. Gli avversari
dell´Islam sono infatti riusciti a presentare il loro rifiuto della dimensione
religiosa di determinati gruppi emigrati in Europa come una sorta di
atteggiamento illuministico. In Germania è ben noto il nome di Thilo Sarrazin,
ma non è il solo. In situazioni di crisi le file degli xenofobi, degli
antisemiti, degli antiislamici e degli antieuropei si ingrossano, si
sovrappongono e si inaspriscono vicendevolmente. Così facendo tra la
popolazione si fa via via più labile il sostegno all´Europa – fino ad assumere
proporzioni che non mi sarei mai immaginato.
Ma oggi in Europa ci sono almeno altri due esempi di politica della violenza
che occorrerebbe ricordare: il colonialismo e lo stalinismo, ai quali viene di
fatto riconosciuto un peso diverso. La memoria della colonizzazione è presente
in maniera assolutamente marginale nella costituzione dell´Unione europea.
Finora non si è affatto messo in luce né il significato che i paesi colonizzati
hanno avuto nel processo di formazione degli stati nazionali all´interno
dell´Europa, né quale significato hanno avuto i paesi postcoloniali nella
formazione dell´Unione europea. Rispetto all´olocausto e allo stalinismo le
cose sono diverse. Tuttavia la memoria del colonialismo potrebbe verosimilmente
esercitare un ruolo nell´atteggiamento dell´Unione europea di fronte agli
eventi della primavera araba nei paesi nordafricani. Ci si dovrebbe domandare
per quale ragione l´Europa non sfrutti la propria situazione particolare (ossia
le sue tre memorie storiche) come fonte per nuovi orientamenti e progetti per
il futuro.
Rispetto alla Germania, ora come ora, posso solo pronosticare un amore
inarrestabile per lo status quo. Siamo senz´altro uno dei paesi
industrializzati più dinamici del mondo, e tra quelli più vincolati al mercato
globale. Con la riunificazione si è però evidentemente esaurito ogni bisogno di
cambiamento. Si fa strada, nell´agire e nel pensare, un atteggiamento di totale
disimpegno. Persino in ambito scientifico le teorie che da tempo trattano della
fluidificazione e dello sgretolamento dei rapporti sociali vengono recepite in
maniera molto marginale. Le figure chiave tra gli intellettuali, la politica e
la sfera pubblica nutrono un disinteresse incredibile di fronte a ciò che sta
accadendo in ambito politico e intellettuale nelle altre regioni del mondo. Ma
questa Germania disorientata, che ora come ora geme, tartaglia e pencola nella
nebbia, non è caduta dal cielo. Elaborando la teoria della modernizzazione
riflessiva e della società globale del rischio siamo riusciti a individuare un
fenomeno che è diventato ormai di esperienza comune: la marcia trionfale della
modernità radicalizzata genera una serie di effetti collaterali che demoliscono
i fondamenti e le coordinate delle istituzioni e delle singole esistenze
private, tramutandoli in elementi politici. Improvvisamente si fanno urgenti
questioni come queste: a che cosa serve l´Europa? La crisi finanziaria mina
alla base la democrazia? Ma pure: che cos´è la famiglia? Dal canto mio ho
tentato di distinguere tra il "cosmopolitismo", inteso come una
teoria normativa e politica, e la "cosmopolitizzazione" come sviluppo
de facto sociale. La cosmopolitizzazione, nelle varie forme in cui si realizza,
può ad esempio essere descritta a partire dal caso del capitalismo fondato
sull´outsourcing. In quel caso non si tratta infatti solo di una variante della
globalizzazione, ma di una forma di cosmopolitizzazione in cui i lavoratori dei
paesi ricchi, europei, si percepiscono come intercambiabili ed entrano in
relazione diretta con l´"altro globale". Questa relazione non è né un´interazione
né uno scambio comunicativo, bensì una messa in discussione dell´interesse
esistenziale dei lavoratori per un posto di lavoro sicuro. Da ciò deriva,
seppur detto in maniera un po´ diretta, un´ostilità economica che riveste
un´importanza quotidiana per gli atteggiamenti xenofobi, antisemiti,
antiislamici e persino antieuropei. Questa ostilità economica è una forma di
cosmopolitizzazione priva di interazione e di comunicazione. Essa non ha nulla
a che spartire con il cosmopolitismo filosofico, anzi, ne è l´esatto opposto.
Nondimeno si tratta di una relazione nuova, molto concreta, in cui
l´"altro globale" è pienamente presente in Europa, al di là di ogni
frontiera, ed è al centro della nostra vita. Basandomi sulla distinzione tra
cosmopolitismo e cosmopolitizzazione avevo creduto di poter dar vita a una
discussione su tali forme di sviluppo, soprattutto in Germania, essendo il
cosmopolitismo una delle grandi tradizioni tedesche. Nei secoli XVIII e XIX
grandi pensatori – Kant, Heine, Goethe, Schiller e altri – discutevano del modo
in cui il cosmopolitismo, il patriottismo e il nazionalismo potessero realmente
rapportarsi l´uno all´altro. Mi ero figurato che la grande tradizione culturale
tedesca, continuamente celebrata, potesse offrire lo spunto per ripensare l´Europa
e la percezione di sé come nazione nell´epoca globale in una maniera nuova e
sorprendente. Devo però constatare che la Germania è completamente sorda a questo
dibattito, che viene invece condotto in maniera assai vivace in molte altre
lingue.
Repubblica 28.5.12

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