I sogni neo-ottomani della Turchia
La Turchia sogna una era «neo-Ottomana», il rilancio della sua influenza sugli ampi ex confini dell’Impero della Porta.
La partita dalle rivoluzioni popolari ha riaperto il Grande Gioco
mediorientale, ed Ankara ha deciso di parteciparvi sacrificando i suoi
tradizionali buoni rapporti con Israele per conquistare popolarità nelle piazze
arabe. Da ieri dunque abbiamo una Ankara meno «pro-occidentale» e più
musulmana. Ma attenti al gioco di specchi: non è detto infatti che un ruolo
forte della Turchia nella regione non sia utile, e dunque voluto e
incoraggiato, anche dai Paesi occidentali.
La mossa di Erdogan non ha sorpreso nessuno. Era in preparazione da almeno un
anno, e infatti, al di sotto dell’impetuoso scambio di epiteti, è stata
accuratamente preparata. La dichiarazione di rottura è curiosamente precisa:
«Sono sospese tutte le relazioni commerciali e militari relative all’industria
della difesa. Seguiranno altre misure». La precisione (che è peraltro un tratto
nazionale turco) serve a far ben capire al mondo arabo che viene tagliato il
più importante cordone ombelicale fra Gerusalemme ed Ankara: la massiccia
cooperazione nell’industria della difesa. Pochi vi hanno fatto attenzione ma,
nei passati venti anni, Israele e la
Turchia hanno costruito insieme tonnellate di equipaggiamento
militare. Per l’esercito turco Israele ha adattato e migliorato i jet e i carri
armati di origine americana, ed ha costruito (e appena consegnato) 10 droni,
aerei senza pilota, importantissimi come aerei sorveglianza nella guerra ai
curdi. La Turchia
a sua volta ha assemblato nelle sue industrie buona parte dei veicoli di terra
blindati, essenziali per Israele nelle molte invasioni e operazioni di
sfondamento in Libano e negli ex Territori.
Un intreccio delicatissimo e senza precedenti fra un Paese musulmano e la
nazione ebraica. Un legame legittimato però dal ruolo di appoggio operativo,
sia politico che militare, che la
Turchia ha espletato in questi ultimi 30 anni per l’Occidente
nel mondo arabo. In tutte le ultime guerre mediorientali in un modo o
nell’altro – ad esempio, facendo passare l’equipaggiamento delle truppe di
terra dirette verso l’Iraq – ha costituito una fondamentale «spalla» per gli
Stati Uniti. Ed è su questa funzione di ponte, di «mediazione» fra Oriente e
Occidente, che la Turchia,
Paese musulmano ma non arabo, ha costruito la sua diversità nonché la sua
ambizione ad entrare in Europa. Dieci anni di quasi ininterrotto sviluppo
economico, e quasi altrettanti di una nuova leadership politica che ha
lentamente messo all’angolo il potere dei militari, hanno legittimato queste
ambizioni e ne hanno fatto uno dei successi della storia mediterranea.
Poi sono arrivate le rivolte popolari arabe e il gioco di tutti è cambiato di
nuovo: l’effetto domino della caduta di vari governi, la resistenza di molti
altri, la incertezza di sbocco dei vari esperimenti rivoluzionari, hanno creato
in Medioriente un vuoto politico spaventoso, accentuato dalla distrazione
politica dell’Occidente dovuta alla crisi economica. E il vuoto è la condizione
perfetta per creare altri poteri o altre guerre. L’Iran sta facendo la sua
partita, come sappiamo, attraverso molte piazze arabe. L’Arabia Saudita
tradizionale nemico dell’Iran, ha deciso di rispondere attivando una alleanza
delle case reali sunnite, come fronte antisciita. La crisi siriana ha poi
accelerato questi protagonismi, e lo scontro per la supremazia. Per la Turchia rimanere fuori da
questa sfida ora significava sperperare il vantaggio di influenza maturato in
questi anni, e recedere nella sua particolarità. Si è fatta così avanti, già
dall’anno scorso, mettendo in discussione, con l’aiuto alla flotta pacifista, i
suoi legami con Israele. Ieri poi con la rottura ufficiale con il governo di
Tel Aviv, che gli ha immediatamente procurato un grande favore popolare, ha
consacrato ufficialmente la sua voglia di competere per la leadership del mondo
arabo.
Dobbiamo ora temere una deriva musulmana radicale anche dei turchi? Molti
diranno di sì – ma chi lo dice non conosce bene la sottigliezza della identità
della Turchia, la furbizia dei suoi governanti, e l’infinito realismo ereditato
da secoli di vecchio Impero. E’ molto molto probabile, dunque, che la corsa per
«crescere» in Medioriente Ankara poi continuerà a giocarsela, di ritorno, come
partita di scambio sui soliti tavoli dell’Occidente.
http://www.lastampa.it 7/9/2011

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