I ricchi di famiglia
Occorre interrogarsi non solo sull´equità e persino tollerabilità sociale di una distribuzione così squilibrata della ricchezza, ma anche sulla sua riproduzione intergenerazionale.
Paese tra i dieci più ricchi al mondo, l´Italia si colloca
anche tra i più diseguali, con una concentrazione della ricchezza in una
porzione molto piccola delle famiglie e viceversa un´ampia fascia della
popolazione e delle famiglie che ha redditi modesti e poca o nessuna ricchezza.
È un caso esemplare di quanto il semplice dato sulla ricchezza di un paese dica
poco sulle condizioni di vita della sua popolazione. La distanza non solo tra i
più ricchi e i più poveri, ma anche tra i più ricchi e la maggior parte degli
altri è incommensurabile, quasi che si trattasse di mondi diversi. Anche se
qualche volta invece abitano non solo lo stesso paese, ma lavorano per la
stessa impresa, come nel caso, sollevato in questi mesi, di Marchionne che
guadagna oltre quattrocento volte di più degli operai della azienda che dirige.
Più che a un paese ricco, questo livello di concentrazione della ricchezza fa
venire in mente la situazione di paesi poveri con regimi autoritari, ove pochi
si appropriano delle risorse disponibili. Anche se va detto che altri paesi
ricchi - gli Stati Uniti, ad esempio - mostrano livelli di disuguaglianza
simili a quelli italiani.
L´Italia, tuttavia, ha due caratteristiche in più. La prima riguarda le
differenze territoriali nel grado di disuguaglianza. Come ha segnalato un
recente studio di due ricercatori della Banca d´Italia (Brandolini e Torrini),
relativo solo alla distribuzione dei redditi e non anche alla ricchezza, la
disuguaglianza dei redditi è maggiore nelle regioni, più povere, del
Mezzogiorno che non in quelle del Centro-Nord. Si tratta di differenze di
un´entità che non si trova in nessun altro paese a economia avanzata. La
seconda caratteristica riguarda la scarsa mobilità sociale.
In Italia, molto più che nella maggior parte dei paesi ricchi e democratici, il
destino dei figli è in larga misura definito dalla posizione sociale e dalle
risorse dei genitori. La disuguaglianza dei redditi e della ricchezza è cioè in
larga misura ereditaria. Queste due caratteristiche, mentre confermano
l´immagine, certo semplificata e semplicistica, di un paese socialmente
immobile, più feudale che moderno, pongono un problema di democrazia.
Occorre interrogarsi non solo sull´equità e persino tollerabilità sociale di
una distribuzione così squilibrata della ricchezza, ma anche sulla sua
riproduzione intergenerazionale. In una società che investe così poco sulle
generazioni più giovani - che si tratti della scuola, dell´università, delle
protezioni quando si perde il lavoro, della casa, dei servizi per i bambini
piccoli e dei trasferimenti alle famiglie con figli - l´ereditarietà di una
ricchezza così squilibrata - e delle opportunità di continuare ad accumularla -
sembra particolarmente ingiusta.
I nostri politici si consoleranno con il fatto che siamo - ancora - una
popolazione che si indebita poco, che non fa il passo più lungo della gamba.
Ciò è indubbiamente saggio, anche se proprio la Banca d´Italia qualche
giorno fa ha segnalato che stanno aumentando le sofferenze, ovvero i debiti con
le banche che le famiglie non riescono a saldare. Ma questa scarsa propensione
a indebitarsi, e a farlo solo per acquistare casa, significa anche che non si
hanno sufficienti riserve - e fiducia nel proprio futuro economico - per poter
rischiare di investire in formazione, iniziare una attività imprenditoriale e
simili.
Chi non può contare sulla ricchezza famigliare non si indebita; ma deve spesso
rassegnarsi a stare fermo.
| 21 Dicembre 2010

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