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I piccoli «errori» e l’assenza del caso

Quei gesti quotidiani che Sigmund scrutava in famiglia




«Quando uno dei membri della mia famiglia» , scrive Freud in Psicopatologia della vita quotidiana, «si lamenta di essersi morsicato la lingua, di essersi schiacciato il dito, o di altro, allora invece della sperata compassione da parte mia giunge la domanda: "A che scopo lo hai fatto?"» . Una domanda accolta forse con una certa irritazione dalla vittima dell’incidente; e possiamo supporre che quanti godevano del privilegio di condividere l’intimità domestica con il fondatore della psicoanalisi fossero sottoposti a un analogo interrogatorio ogni volta che, parlando, incorrevano in un lapsus, o si lasciavano sfuggire l’incauta confessione di aver smarrito gli occhiali, insomma, commettevano uno di quei piccoli «errori» apparentemente casuali di cui è costellata la vita quotidiana e nei quali l’illustre congiunto aveva scoperto una sorta di linguaggio cifrato dell’inconscio.

Guai a chi, accennando a un conoscente, ne scambiava il nome con quello di un altro; guai a chi aveva il titolo di un romanzo «sulla punta della lingua» , ma non riusciva a ricordarlo: nessuna circostanza del genere poteva sfuggire all'attenzione di Freud ed evitare di essere inserita nella sterminata casistica che egli andava accumulando a sostegno della propria teoria. Una grande impresa scientifica, senza dubbio; ma probabilmente anche un incubo per i famigliari, e non soltanto per loro. Alla famiglia di Freud, infatti, oggi in un certo senso apparteniamo tutti, imbevuti come siamo, se non di conoscenze, almeno di luoghi comuni psicoanalitici; e ci è difficile considerare i nostri «atti mancati» con quella candida indifferenza con cui li si accoglieva un tempo.

Vi scorgiamo, volenti o nolenti, un’intenzione riposta, una precisa simbologia che, se non noi, qualcuno più esperto del ramo potrebbe decifrare senza difficoltà. E allora, addio spensieratezza: quella fastidiosa domanda: «A che scopo?» non ci lascia pace, imponendoci un continuo lavoro di autoosservazione. Se dimentico di spedire una lettera, è perché il mio inconscio è perplesso circa l’opportunità di quell’invio; se urto con il ginocchio contro lo spigolo di un mobile è perché il mio inconscio, sempre lui, vuole punirmi di una colpa più o meno inconfessata; se trascuro di allacciare un bottone della camicetta, obbedisco a un impulso di «denudamento» dietro cui si nascondono chissà quali desideri repressi. La distrazione, la semplice sbadataggine, sono categorie obsolete cui è negato ogni diritto di cittadinanza in un mondo dove non sembra più lecito attribuire nulla al caso e dove tutto diventa «sintomo» da interpretare. Il caso, appunto.

Leggendo un libro come Psicopatologia della vita quotidiana si ha l’impressione che l’ «A che scopo?» sotteso all’indagine di Freud sia la sistematica esclusione dell’aspetto fortuito dalla sfera interiore. La vita psichica è così integralmente soggetta a leggi deterministiche, da far sì che tutte le sue manifestazioni siano spiegabili «tramite idee finalizzate» : dai sogni alle improvvise lacune della memoria, dai sintomi psiconevrotici sino ai più innocui lapsus verbali. Così, ogni nostro minimo gesto quotidiano diviene espressione, produzione di senso: una responsabilità non da poco, per chiunque ne sia consapevole, e una lente d’ingrandimento a volte persino imbarazzante attraverso la quale osservare il comportamento altrui.

Freud scrive che chi sappia riconoscere e interpretare come tali le «azioni sintomatiche» «può talvolta credersi re Salomone, che secondo la leggenda orientale comprendeva il linguaggio degli animali» ; ma restando in tema di favole, possiamo anche pensare a quella del bambino che, unico tra gli astanti, non soggiace all’inganno dei presunti «abiti nuovi» e vede chiaramente la nudità dell’imperatore. Un privilegio rischioso, se lo stesso Freud ammette: «Non posso affermare che ci si faccia sempre degli amici fra coloro ai quali si comunica il significato delle loro azioni sintomatiche» .

Corriere della Sera 19.5.11

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