I perché della crisi. Se l’Unione difende i privilegiati e trascura tutti gli altri
Il primitivo progetto di unione economica, monetaria, sociale e politica dell’Europa è subito incorso nella trappola del neoliberismo.
La mitologia ci racconta di una giovinetta, Europa. Zeus la
vede, si trasforma in toro, la fa salire sul dorso, la porta oltre il mare a
Creta, la possiede. Ai giorni nostri il toro è il simbolo dei mercati
finanziari, e il ratto e la violenza d’Europa sono un’efficace metafora di
quanto sta accadendo. La nostra Europa non è una giovinetta, è l’economia più
grande del mondo, con 27 paesi nell’Unione e 17 nell’area dell’euro, una
complessa costruzione politica, una potenza mondiale. Come è potuto succedere
che il toro della finanza la trascini sulle onde della speculazione, la pieghi
alla sua volontà, la getti nella depressione?
Le domande che pone Rossana Rossanda – aprendo la discussione del manifesto
e sbilanciamoci.info sulla “rotta d’Europa” – interrogano la crisi
europea, il collasso di un progetto nato per rafforzare le economie del
continente, allargarne l’autonomia politica, difenderne il modello sociale.
Vediamo alcuni meccanismi che in vent’anni hanno portato la costruzione
europea all’impasse di oggi.
1. L’integrazione europea. Il 7 febbraio 1992
i governi europei hanno firmato a Maastricht il Trattato sull’Unione europea
che apriva la strada all’Unione economica e monetaria e alla creazione dell’euro.
Era appena stato introdotto il mercato unico – un’integrazione commerciale più
stretta del passato – e liberalizzati del tutto, per la prima volta, i
movimenti di capitale. Era finita la guerra fredda, caduti i regimi dell’est
europeo, riunificata la Germania. Neoliberismo e finanza erano diventate
le stelle polari dell’integrazione europea. L’orizzonte era quello di far
arretrare il lavoro e aumentare profitti e rendite finanziarie. Il progetto
europeo puntava sulle capacità del mercato di trainare la crescita attraverso
più efficienza e investimenti favoriti da capitali mobili. La condizione
necessaria era abbassare inflazione e tassi d’interesse, stabilizzare i cambi,
ridurre deficit e debito pubblico, in modo da avvicinare tra loro – in termini finanziari
– le economie interessate all’Unione monetaria. In altre parole, i governi
europei rinunciavano agli strumenti “keynesiani” che avevano sorretto la
crescita del dopoguerra (spesa pubblica e svalutazione del cambio) e
confidavano nelle potenzialità della domanda privata per investimenti ed
esportazioni in un’economia in via di globalizzazione.
Quel progetto inciampò subito nella trappola della finanza. Sei mesi dopo la
firma del Trattato scoppiò una crisi che portò all’uscita dal sistema monetario
europeo di lira (svalutata del 30%), sterlina e peseta. L’Italia di fine prima
repubblica, con il governo di Giuliano Amato, prese misure draconiane –
prelievo sui depositi bancari, privatizzazioni, tagli alla spesa – per mettere
i conti in ordine, ridurre l’inflazione, fermare la speculazione. Da quella
crisi inizia la fase più evidente del declino economico italiano. E in Europa
nasce un’Unione monetaria subalterna alla finanza.
A vent’anni di distanza si può vedere con chiarezza quello che è successo: l’Europa
non ha trovato una fonte alternativa di domanda (le esportazioni verso Usa e
Asia hanno funzionato solo per la
Germania e pochi altri), gli investimenti sono cresciuti poco
e sono andati soprattutto verso gli alti rendimenti della finanza, i consumi sono
rimasti fermi per i salari bassi e la disuguaglianza crescente, la spesa
pubblica è stata bloccata dai vincoli del Patto di stabilità. È vero che i
paesi dell’euro restano lontani dall’“iperfinanziarizzazione” di Usa e Gran
Bretagna, è vero che l’affermazione dell’euro come moneta mondiale – la prima
moneta che dietro di sé non ha oro e riserve – è stata un successo, è vero che
l’Unione è la più grande area economica del mondo. Ma il nuovo spazio per la
politica europea non è stato utilizzato perché è mancata l’altra metà delle
politiche, quelle fiscali, sia sul fronte delle entrate (niente armonizzazione
delle tasse, restano ancora paradisi fiscali dentro la Ue), sia sul fronte delle
spese: niente spesa pubblica a scala europea che compensi i tagli a scala
nazionale. Il risultato è che la crescita non c’è stata, ma c’è stato il
passaggio di almeno dieci punti percentuali del Pil europeo dai salari a
profitti e rendite finanziarie. L’Europa è rimasta subalterna al modello
americano di capitalismo finanziario e ha perduto occupazione, diritti sociali
e welfare state.
2. Centro e periferia. All’interno
dell’Europa, quel modello di integrazione neoliberista non ha fatto i conti con
l’economia reale e le forti differenze tra paesi in termini di capacità produttive
e di export, tecnologie, specializzazioni, potere di mercato delle grandi
imprese, produttività, occupazione, salari. Si diceva che mercati aperti ed
efficienti avrebbero portato crescita e occupazione per tutti allo stesso modo.
Così la politica dell’Europa per l’economia reale si è ridotta a imporre, dopo
il libero mercato dei capitali, analoghe liberalizzazioni sui mercati dei
prodotti – che spesso hanno distrutto i piccoli produttori nazionali dei paesi
della periferia – e sul mercato del lavoro, con politiche antisindacali, di
“flessibilità” e misure che hanno generalizzato la precarietà e abbassato i
salari. È stata cancellata l’idea che siano necessarie (o anche solo possibili)
politiche industriali che guidino il cambiamento di che cosa e come si produce,
un cambiamento reso più importante dall’arrivo delle tecnologie
dell’informazione e comunicazione e dall’evidente insostenibilità ambientale
del nostro sviluppo.
In un contesto di bassa crescita, l’integrazione dei mercati e della moneta ha
reso più forti le economie già forti. Le esportazioni tedesche, sostenute da
tecnologia e produttività, hanno invaso il resto dell’Europa. Il risultato è
stata una concentrazione del potere economico e politico, generando una
dinamica centro-periferia: Germania, Francia (a fatica) e Nord Europa nel
centro. Sud Europa – Italia compresa –, Irlanda ed Est nella periferia. Gran
Bretagna più fuori (vicina al modello di finanziarizzazione Usa) che dentro
l’Europa.
3. Le strade della periferia. All’avvio
dell’Unione monetaria, i paesi della periferia hanno cercato di “arrangiarsi”
prendendo direzioni diverse. Grecia e Portogallo hanno usato la spesa pubblica
finanziata dal debito – approfittando dei bassi tassi d’interesse iniziali
consentiti dall’euro e aggirando il Patto di stabilità – per distribuire
occupazione e salari; la perdita di capacità produttive ha peggiorato i conti
con l’estero e il debito pubblico è stato finanziato sempre più da banche
estere, che ora temono l’insolvenza e hanno scatenato la crisi.
L’Irlanda, un vero paradiso fiscale per le imprese mondiali, è cresciuta in
modo accelerato per l’afflusso di capitali esteri sempre più destinati ad
alimentare speculazioni finanziarie e bolla immobiliare; la crisi del 2008 ha azzerato questo
modello e lasciato disoccupazione di massa e povertà diffusa.
La Spagna ha avuto una crescita legata agli ultimi sussulti della
modernizzazione (in Catalogna in particolare), a un’espansione della spesa
pubblica e alla bolla immobiliare, con forti afflussi di capitali esteri e ora
è esposta sul fronte finanziario.
L’Italia della “seconda repubblica” ha visto affermarsi con i governi
Berlusconi un’economia del privilegio fatta di declino industriale e
qualche nicchia di export, saccheggio del settore pubblico e dei beni comuni,
evasione fiscale e condoni, consumi opulenti dei ricchi e precarizzazione del
lavoro. I governi di centro-sinistra hanno tentato qualche correzione, ma non
hanno messo in discussione l’agenda neoliberista: privatizzazioni (acqua
compresa) e rigore nei conti pubblici, tassazione agevolata della finanza,
nessuna politica industriale e nessun freno alle disuguaglianze. Il risultato è
stato un decennio di ristagno economico – oggi in termini reali il Pil italiano
è al livello del 2001 – che nasconde un forte spostamento di reddito, ricchezza
e prospettive di vita dal 90% degli italiani – lavoratori dipendenti, giovani,
Mezzogiorno – al 10% di italiani più ricchi. Senza crescita, anche se la spesa
pubblica è stata tenuta stretta, era inevitabile che il rapporto debito-Pil del
paese tornasse al 125% non appena è arrivata la recessione post-2008. In Italia, tuttavia,
circa metà del debito pubblico è finanziato dai risparmi interni e rappresenta
quindi una ricchezza privata nazionale; questo limita un po’ il potere di
ricatto che hanno i capitali esteri, ma l’attacco speculativo di inizio luglio
ha portato comunque le nuove enmissioni di titoli italiani a differenziali
record dei tassi d’interesse rispetto a quelli tedeschi. In generale il livello
di finanziarizzazione dell’Italia è rimasto limitato, borsa e fondi pensione
hanno un ruolo modesto, e questo ha ridotto gli effetti negativi della crisi
del 2008 sull’Italia.
Con le diverse specificità nazionali, la crisi della periferia europea si può
leggere come un rimbalzo perverso del crollo finanziario del 2008, con la
speculazione che attacca (come sempre) le economie più fragili. È stata resa
più grave dal ritardo della reazione europea, che avrebbe dovuto mettere subito
– nel maggio del 2010 – il debito pubblico dei paesi membri al riparo dietro la
potenza economica dell’Unione monetaria, sottraendolo alla speculazione.
4. Le disavventure dell’Unione monetaria. L’Unione
monetaria europea si è infilata in un’impasse da cui non sa uscire. Non
aveva previsto le possibilità di crisi e ha dovuto mettere frettolosamente in
piedi i fondi d’intervento, coinvolgendo senza motivo anche il Fondo monetario.
Non trova l’accordo dei governi, divisi tra paesi forti e deboli, tra tutela
delle banche creditrici e tutela dell’euro. Si trova con una Banca centrale
europea la cui rigida “autonomia” rende impossibili gli interventi anche quando
si trovano d’accordo tutti i governi. Le misure di austerità imposte ai paesi
in crisi – Atene, Dublino, Lisbona e ora Roma – possono “accontentare”
nell’immediato la finanza – tutelando i creditori, aumentando i rendimenti
finanziari, costringendo a privatizzare beni e imprese pubbliche. Ma rendono
impossibile l’uscita dalla crisi: drastici tagli a spesa e consumi aggravano la
recessione, gli investimenti si fermano, le entrate dei governi crollano, il
servizio del debito estero diventa impossibile.
L’insolvenza – concordata o meno – diventa più probabile; in questo caso le
banche esposte potrebbero rischiare il fallimento (con un avvitamento della
crisi finanziaria), i capitali internazionali smetterebbero di finanziare i
paesi a rischio, l’euro ne sarebbe travolto. Per i paesi in crisi, l’esperienza
argentina mostra che l’insolvenza offre un po’ di ossigeno – non si devono più
usare le tasse per pagare il debito alle banche straniere –, l’economia si può
riprendere, ma senza la possibilità di svalutare la moneta, Grecia, Portogallo
e Italia non possono puntare sulle esportazioni. Le ipotesi di “uscita
dall’euro” sono poi del tutto fantasiose; non ci sono procedure previste e il
costo sarebbe insostenibile: il debito estero resterebbe denominato in euro e
si rivaluterebbe dello stesso importo della svalutazione.
I paesi in crisi sono senza via d’uscita, ma lo stesso vale per l’insieme
dell’Europa. Una recessione provocata dall’austerità che investe un terzo
dell’economia europea trascinerebbe tutto il continente in una lunga
depressione (dove esporterebbero a questo punto i tedeschi?).
Di fronte a questa emergenza si pone – grandissima – la questione della
democrazia. Per quanto tempo è possibile negare, insieme alle prospettive di
crescita, anche la pratica della democrazia ai paesi della periferia europea?
Una politica d’austerità senza futuro, imposta da Bruxelles ai partiti di ogni
colore è una ricetta per trasformare le ondate di populismo anti-europeo in un
violento rigetto della politica e dell’Europa. Le somiglianze con gli anni
trenta sono davvero troppe.
La crisi di luglio ha fatto sciogliere l’illusione che un’Unione europea
fondata su neoliberismo e finanza potesse funzionare. Le regole ora devono
cambiare, stanno già cambiando in ogni caso: è l’occasione per far mutare rotta
alla costruzione dell’Europa.
Le direzioni da seguire sono innanzi tutto il ridimensionamento della
finanza: non è possibile assicurare agli investimenti finanziari rendimenti
reali del 5-10% che l’economia reale non può dare. Servono una regolamentazione
più stretta, la tassa sulle transazioni finanziarie e un’agenzia di rating
pubblica europea (altre proposte sono nel libro Dopo la crisi. Proposte per
un’economia sostenibile, Edizioni dell’Asino, scaricabile da www.sbilanciamoci.info).
È necessaria la revisione del Patto di stabilità, che ora funziona solo
come freno, e che dev’essere affiancato da un acceleratore che sostenga la
domanda e porti a uno sviluppo sostenibile, attraverso una spesa europea
finanziata da eurobond, o la possibilità di spese pubbliche nazionali
fuori dai vincoli se dirette, ad esempio, alla riconvensione ecologica
dell’economia. I conti pubblici – è vero – vanno rimessi un po’ in ordine, ma
le risorse vanno prese – con imposte sui patrimoni, sulle rendite, sulle
successioni – da quel 10% più ricco di europei che in questo decennio ha messo
le mani su tutto l’aumento di ricchezza. È all’economia reale, a
produzioni sostenibili e a lavori di qualità che devono essere ora destinate le
politiche e le risorse dell’Europa. Tutto questo va discusso e deciso, nelle
città come a Bruxelles, con un dibattito democratico che l’Europa non ha mai
avuto. Meno disuguaglianze, più lavoro, sostenibilità e democrazia potrebbero
essere le stelle polari per una rotta d’Europa che meriti di essere
percorsa.
http://www.sbilanciamoci.info 19/07/2011

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