I partiti-colosseo
“Il privato è entrato prepotente nel pubblico e lo ha colonizzato e cambiato, proprio a partire dal linguaggio”.
La politica è l’arte della coesistenza tra sconosciuti -
persone che non si conoscono, che non si frequentano come amici o parenti e che
sanno conversare senza dover sapere in anticipo le rispettive idee e,
soprattutto, senza dover essere sempre d’accordo. La lingua che li unisce è
quella che regola il loro discorso e che dà alle loro parole un significato che
tutti possono comprendere perché non è segreto o per pochi iniziati, ma
accettato per convenzione da tutti e consolidato con la tradizione. La politica
è quindi anche il nome dello spazio che accoglie la parola-spazio che è pubblico perché non ci
lascia entrare (o così dovrebbe essere) nelle vesti private alle quali
affidiamo la nostra più intima identità, i nostri gusti, i nostri affari, i
nostri sentimenti, le nostre scelte morali.
Le parole della politica sono parole del discorso ragionato anche quando
convogliano interessi sociali e privati – e questo spiega perché in una
democrazia matura nessun politico ha l’ardire di dire in pubblico che persegue
interessi particolari (anche quando li persegue di fatto). Questa che i puristi
chiamano "ipocrisia" è invece un’arte civilissima, quell’arte che ci
costringe a modificare il nostro linguaggio quando siamo nella sfera pubblica,
che ci induce a pensare in una forma che è tutto fuor che naturale e istintiva,
difficile da apprendere e praticare. E l’esito di questa scuola è l’abito della
cittadinanza, quel costume pubblico che ci fa comprendere cosa dire e come,
quando dirlo e dove. Che ci fa comprendere che le parole servono a tenere
aperta la comunicazione anche quando dissentiamo, che servono a farci capire e
a interagire per trovare ragioni per assentire e dissentire, infine per
decidere pro o contro.
L’arte della parola, che è arte della politica, non teme il dissenso né la
partigianeria. "Partigiani amici" erano i cittadini ai quali
Machiavelli pensava quando ragionava su come una città libera articola la
propria vita pubblica. Non "partigiani nemici", i quali non sanno
come i primi distinguere tra inimicizia privata e dissenso politico, tra
antagonismo e odio totale, tra minoranza/maggioranza per elezione e
perdenti/vincitori come in guerra. La lotta politica democratica assomiglia
certo a una battaglia senza armi e sangue; una battaglia di idee e con parole.
Ma non è battaglia meno difficile – semmai è più impegnativa e richiede una
virtù che solo i cittadini democratici possiedono : la capacità di ascoltare e
di rispettare l’avversario.
In questi anni ininterrotti di transizione verso una democrazia dell’alternanza
matura e senza risentimenti, abbiamo progressivamente disimparato l’arte della
parola pubblica perché abbiamo appreso a disistimare la politica. Il privato,
con tutto il peso che si porta dietro, è entrato prepotente nel pubblico e lo
ha colonizzato e cambiato, proprio a partire dal linguaggio. I programmi
televisivi ne sono il segno più evidente e inquietante. Anche quando sono fatti
con lo scopo di discutere di problemi d’attualità, sono vere e proprie corride,
più interessate a fare largo ascolto che a costruire opinione – anche perché
hanno col tempo abituato gli spettatori a desiderare lo scontro più che il
dissenso pacato, a volere la demolizione dell’avversario, diventando una
pessima scuola per la cittadinanza. Uomini politici e dello spettacolo si sono
affermati al pubblico largo grazie all’uso studiato di un linguaggio volgare
che non fa prigionieri. E così, l’avversario è diventato oggetto di offesa e
dileggio, mentre l’amico di partito è diventato un alleato acritico.
Ciò che ha cambiato la scena pubblica italiana – lo spazio pubblico – è stata
questa giornaliera pratica di mala educazione della cittadinanza, di
trasformazione del discorso politico in un’arte tutta privata, come è quella
appunto del divertimento e dello spasso. Ma le regole del gioco democratico si
adattano all’agora non al colosseo. Si combatte di fiorino non di piccone: ci
si confronta sulle cose non fatte, da farsi, o fatte male; su scelte sbagliate
o necessarie; sui problemi che sono quelli ai quali tutti pensiamo, dal lavoro alla
sanità, dalla scuola all’integrazione degli immigrati, dalla religione nello
spazio pubblico all’ambiente. Di fronte a questi problemi, che sono i problemi
della nazione grande, lo spazio del discorso dovrebbe essere un’agora di
cittadini che vogliono sapere e capire, che non si accontentano delle
dichiarazioni roboanti e vogliono poter ragionare e controbattere. Fuori da
questo spazio c’è quello che vediamo sotto i nostri occhi : reazione totale,
violenza verbale e reale. Ma qui si ferma la ragione, perché di fronte all’atto
esemplare di aggressione la parola è muta e impotente. Ed è di parole che
invece vive la società democratica.
La Repubblica, 18 dicembre 2009

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