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I nuovi sindaci e “la ricchezza delle nazioni”

Il denaro non misura la felicità, ovvero se pensiamo di usare il denaro come unica variabile per misurare la soddisfazione di vita delle persone finiamo fuori strada.

 

 

Il libro più famoso di Adam Smith, una delle opere fondanti del pensiero economico, è intitolato la ricchezza delle nazioni. E’ ora di riscriverlo modificandone leggermente il titolo in, il benessere delle nazioni o la felicità delle nazioni. Gli studi sull’economia della felicità ci forniscono oggi una visione robusta ed ampia di quello che prima potevamo intuire (con una saggezza che si va in parte perdendo) ma non misurare.
Nelle innumerevoli conferenze e dibattiti sul tema il discorso scivola quasi inevitabilmente in una direzione sbagliata: il denaro fa la felicità ? Se rispondiamo di no arriva il “concretone” di turno che ci fa giustamente rilevare che senza denaro si rischia di essere ancor meno felici. Non è lì la questione. Dobbiamo partire da un’altra affermazione più interessante e difficilmente confutabile. Il denaro non misura la felicità, ovvero se pensiamo di usare il denaro come unica variabile per misurare la soddisfazione di vita delle persone finiamo fuori strada. In campo statistico questa visione miope e riduzionista si traduce nell’idea che esista in fondo una corrispondenza stretta tra reddito pro capite e felicità. Se in realtà è vero che a livelli bassi di reddito l’aumento del reddito genera importanti aumenti di soddisfazione di vita, quando arriviamo ai livelli di benessere di paesi come il nostro scopriamo che aumenti di reddito non generano aumenti significativi e permanenti di felicità. Questo non significa che non dobbiamo creare valore economico ma che dobbiamo farlo cercando di non spiazzare tutti quegli altri fattori che concorrono in modo decisivo alla nostra soddisfazione di vita.
Stiamo finalmente assistendo in varie sedi ad un superamento del riduzionismo statistico che ci ha afflitto per molti anni. L’OCSE ha recentemente iniziato a misurare indicatori di benessere che includono il valore delle relazioni sociali, la pressione di tempo che riduce le nostre possibilità di goderne a indicatori diretti di soddisfazione di vita. In Francia la commissione Sarkozy avvalendosi di economisti come Sen e Stiglitz ha prodotto un lavoro importante che arricchisce la visione sugli indicatori di benessere. Nel Regno Unito Cameron ha avviato un imponente programma di rilevazione sulle determinanti della soddisfazione di vita introducendo una domanda sul senso della vita stessa (uno degli elementi importanti della soddisfazione di vita è quanto pensiamo che ciò che facciamo quotidianamente abbia senso). In Italia Enrico Giovannini ha avviato il lavoro di una commissione simile a quella francese.
Esiste un’incredibile dissonanza tra le statistiche ufficiali e la nostra stessa intuizione sul valore di un territorio o di una determinata comunità. Ricordo un divertente servizio televisivo che intervistava persone del paese con il più alto e il più basso reddito pro capite del Veneto. Nel primo caso una periferia industriale indistinta, nel secondo caso un bel paese del bellunese. Alla domanda ad alcuni degli abitanti del secondo se avessero desiderato trasferirsi nell’area (chiamarla paese è un po’ troppo) con il più alto reddito pro capite della regione gli intervistati hanno guardato il giornalista come se fosse matto.
Ci può essere un area dove il reddito pro capite sta crescendo ma contemporaneamente è in atto la distruzione dello stock della ricchezza economica, sociale ed ambientale accumulata nella storia. Uno degli esempi più clamorosi è l’Irlanda pre crisi finanziaria dove la crescita sostenuta del reddito pro capite era accompagnata dall’esplosione dei debiti bancari e privati e gran parte del reddito prodotto sul territorio per motivi fiscali prendeva poi altre direzioni.
Il benessere di un territorio è dato dallo stock di ricchezza economica (al netto del debito) dei privati e delle istituzioni (si pensi al ruolo delle fondazioni), di patrimonio ambientale e relazionale. Un individuo cena tutte le sere da solo al ristorante mentre un altro a casa con familiari ed amici. Il primo contribuisce di più al PIL ma il più ricco è il secondo. Una signora anziana sola deve operarsi e deve pagarsi un’infermiera per assisterla la notte nel periodo di riabilitazione. Un’altra ha un buon numero di parenti e familiari che si offrono per fare le notti. La prima contribuisce di più al PIL ma la più ricca è la seconda.
Quando misuriamo il benessere dobbiamo tenere conto di almeno tre pilastri: il valore economico prodotto sul mercato, quello prodotto all’interno delle relazioni familiari e quello prodotto dal volontariato, una miniera che secondo stime recenti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro se guardiamo i sette paesi più industrializzati interessa una popolazione equivalente a quella della Russia e “produce” l’equivalente di 400 miliardi di dollari l’anno.
I nuovi sindaci hanno vinto le elezioni perché hanno fatto capire agli elettori di essere in grado di puntare al vero benessere e non a quello falso della dittatura del PIL. E’ importante che ora riescano a dimostrare di saper passare dalla teoria ai fatti.

 

 

http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it 8 giugno2011

 

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