I miti risorgimentali che piacquero al fascismo
I concetti di Patria e Nazione negli ultimi 150 anni
Lo storico Banti spiega il suo saggio: "Ecco ciò
che il Regime ereditò dall´Unità" - Il bellicismo virile, la patria come
comunità sacrificale, il fondamento biopolitico della nazione tornano nel
Ventennio, dice lo studioso. Le cui tesi più volte hanno fatto discutere
Cari democratici, fate attenzione a usare i termini di "patria" e
"nazione". Sembrano politicamente corretti, in realtà contengono
valori come "discendenza di sangue" e "memoria storica esclusiva
e selettiva" che non hanno niente di democratico. Ed ancora, possiamo
pensare che oggi la
Repubblica Italiana abbia davvero bisogno di un´identità
"nazionale"? Fin qui Alberto Mario Banti, uno dei più accreditati
risorgimentisti italiani, ordinario di Storia contemporanea all´Università di
Pisa, non nuovo a sorprendenti sortite sul movimento nazionale, ora artefice di
un inusuale epitaffio del discorso nazional-patriottico (Sublime madre
nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Laterza, pagg.
208, euro 18). Se una ventina d´anni fa Gian Enrico Rusconi si interrogava se
eravamo ancora una nazione, oggi lo storico pisano rovescia l´interrogativo: ma
è proprio necessario essere una nazione o, meglio, è necessario esserlo come lo
intendevano i padri fondatori?
Tutto il ragionamento di Banti si fonda su quelle che egli indica come
"figure profonde del discorso nazionale", ossia immagini, miti,
allegorie che strutturano la retorica risorgimentale. In questo repertorio
nutrito da memorie, diari, inni, poesie, romanzi, lo studioso isola tre figure
– la nazione come parentela/famiglia, la nazione come comunità sacrificale, la
nazione come comunità sessuata – mostrandone l´integra presenza ed efficacia nella
propaganda fascista e perfino nelle argomentazioni razziste fiorite intorno
alle leggi del 1938. Da questa continuità/contiguità tra retorica
risorgimentale e retorica fascista, fondata secondo Banti sulla "comune
concezione genealogica e biopolitica della nazione" e sul "nesso
simbolico tra il sangue e la terra", lo studioso ricava le ragioni che
rendono oggi improponibile e addirittura pericoloso il discorso
nazional-patriottico. E anche il "neo-patriottismo" di Carlo Azeglio Ciampi
– figura esemplare della cultura democratica – non sfugge all´accetta dello
studioso, che vi rileva l´assonanza con la tradizione discorsiva del
nazionalismo classico, segnato dal fascismo.
Ma come si fa a separare una costruzione retorica dalle sue finalità
politico-culturali? Se è vero che alcune figure discorsive riecheggiano nella
tradizione risorgimentale come in quella fascista, è possibile ignorare che
nella prima si declinano con la bandiera del liberalismo e nella seconda con
quella della prevaricazione, della violenza e della discriminazione razziale?
«Il discorso nazional-patriottico», risponde Banti, «si può declinare secondo
diverse proposte politico-istituzionale, ma questa mi pare una prospettiva
sbagliata. Io voglio richiamare l´attenzione sul fatto che non c´è un rapporto
necessario tra quel discorso retorico fondato sul sangue e sul bellicismo
virile e le proposte liberali e democratiche che pure caratterizzarono il
Risorgimento. Quel repertorio di immagini e di figure appartiene più
naturalmente alla cultura politica fascista, tanto che il travaso da una
tradizione all´altra avviene senza rotture né incoerenze».
Ma lo stesso repertorio risorgimentale di amore per la patria e di eroismo
sacrificale si ritrova nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza,
documenti fondanti della cultura democratica italiana. «Quei resistenti s´erano
formati sui banchi delle scuole fasciste, assorbendone la strumentazione
retorica». Però la nozione di patria si carica di un significato opposto
rispetto a quello fascista. «Il centro del mio discorso è un altro», liquida
Banti, determinato nel procedere fino in fondo lungo la sua traiettoria. «Il
nazionalismo risorgimentale si struttura intorno a una concezione biopolitica
della comunità. Si appartiene alla comunità per nascita, per legame di sangue,
non per scelta. Questa nozione biopolitica è stata irrigidita e radicalizzata
dal fascismo, fino all´infamia delle leggi razziali, che rappresentano però il
coerente sviluppo del criterio della purezza della discendenza. Anche oggi la
cittadinanza italiana è fondata sul sangue: è italiano chi è figlio di genitori
italiani, mentre per i figli degli immigrati c´è una procedura che prevede la
sottoscrizione d´un patto di fedeltà alla Costituzione. Perché in nome di
un´appartenenza naturale i nostri figli possono acquisire diritti civili e
politici, mentre quelli degli altri devono firmare un patto? Non sarebbe più
giusto se anche i nostri figli fossero soggetti a un accordo collettivo di
lealtà costituzionale?».
La storia del Novecento ha visto però nazioni democratiche e nazioni
totalitarie, segno che gli sviluppi del nazionalismo ottocentesco possono
essere diversi. Liquidando il discorso nazionale e tutte le sue liturgie, non
c´è il rischio di regalare nozioni come "patria" e "nazione"
a una destra non democratica? E perché si deve rimanere necessariamente
spiazzati – lo rileva Banti nelle conclusioni – di fronte a personalità come
Romano Prodi che intonano l´inno nazionale? «Sono rituali che con difficoltà di
distanziano da quel complesso di valori che ho già illustrato: la discendenza
del sangue, la nazione come parentela, etc. Non credo che questa sia la
migliore attrezzatura per affrontare le sfide della globalizzazione». Ma il
complesso sentimento nazionale dei padri fondatori si esaurisce solo nella
formula di sangue e suolo? E il povero Manzoni, componendo il celebre verso
"Una d´arme, di lingua, d´altare/ di memorie, di sangue e di cor",
poteva mai immaginare di essere un giorno imparentato alla famiglia di Telesio
Interlandi? La discussione è aperta.
La Repubblica, 5 gennaio 2011

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