I maestri dalla penna nera
Quando la stampa italiana si convertì al fascismo
Esce da Carocci un saggio che per la prima volta approfondisce il rapporto tra
giornalisti italiani e regime fascista, e la loro transizione al postfascismo,
rovesciando la memorialistica autoassolutoria di quei padri nobili. Un volume
serio e documentato che senza accenti scandalistici ci mostra quanta parte
ebbero le grandi firme nella "defascistizzazione del fascismo", ossia
nella rappresentazione banalizzante e indulgente del ventennio nero finalizzata
ad annacquare non solo il carattere della dittatura ma anche le responsabilità
dei nuovi professionisti delle comunicazioni di massa.
L´autore di Giornalisti di regime
(pagg. 278, euro 23) è un giovane allievo di Emilio Gentile, Pierluigi Allotti,
che sulle tracce di Ruggero Zangrandi e soprattutto di Enzo Forcella ci
fornisce una fotografia dei nostri avi che non è una campionatura luminosa di
figure epiche ma il conturbante ritratto d´una categoria pronta a mettere il
proprio talento al servizio di Mussolini, per distaccarsene solo davanti
all´esito catastrofico della guerra. Prìncipi della penna fulminei
nell´indossare la camicia nera, ma nel dopoguerra operosi e indenni sulle prime
pagine della stampa indipendente. Per raccontarci come il fascismo fosse stato
un regime da operetta.
Attori principali di questo saggio sono i giornalisti di due generazioni,
quella dei nati intorno al 1890 e la classe del 1910, ossia la leva dei
"padri" e dei "fratelli maggiori" che scelsero di
continuare a primeggiare sui giornali - oppure di esordire nel mestiere - nel
pieno del fascismo. Giornalisti, dunque, che avevano l´età e gli strumenti per
comprendere la natura illiberale del regime in cui vollero - e seppero - diventare
firme da prima pagina. Nel primo gruppo sfilano personalità come Mario
Missiroli e Giovanni Ansaldo, Paolo Monelli e Augusto Guerriero. Nel secondo ci
imbattiamo nelle penne di Vittorio Gorresio e Indro Montanelli, Guido Piovene e
Luigi Barzini junior, Vitaliano Brancati e Dino Buzzati. Mancano in questa
ricognizione sulla carta stampata dell´epoca - e può sorprendere - i nomi di
Mario Pannunzio ed Arrigo Benedetti, esclusi da Allotti perché artefici di
settimanali e non "opinion makers" dei grandi quotidiani. Scelta un
po´ arbitraria perché anche rotocalchi come Oggi contribuirono a fare opinione.
E fu per anticonformismo che Mussolini ne decretò la morte nel gennaio del
1942.
L´inclusione di Oggi ed anche di altre testate avrebbe fatto fare miglior figura
alla famiglia del giornalismo italiano. Una brigata di talentuosi che - salvo
alcune eccezioni, da Mario Borsa a Luigi Albertini, da Alfredo Frassati ad
Alberto Bergamini e Mario Vinciguerra - di fronte all´avanzata del fascismo
«quasi si compiacque di perdere la propria indipendenza», come sintetizza Aldo
Valori, all´epoca capo della redazione romana del Corriere della Sera. In
qualche caso il cambio di bandiera fu clamoroso. Corrado Alvaro, firmatario del
manifesto di Croce, avrebbe celebrato la bonifica dell´Agro Pontino «come un
simbolo della rigenerazione nazionale promossa dal fascismo». E il critico
Emilio Cecchi, anche lui partito da posizioni antifasciste, durante la campagna
razziale tra l´estate e l´autunno del 1938, scrisse sul Corriere una serie di
articoli dagli Stati Uniti per dimostrare come "razzismo" e
"antisemitismo" fossero giustificatamente presenti nella società
americana.
Quella contro gli ebrei fu una delle pagine in cui il giornalismo italiano - e
la quasi totalità dell´élite intellettuale - diede il peggio di sé. Giovanni
Ansaldo, nell´autunno del 1938, produsse veementi articoli contro "l´ebreo
Morghentau" (Segretario al Tesoro degli Stati Uniti), accusato di aver
ereditato "la cupidigia esosa di generazioni di strozzini". E Mario Missiroli,
il "grande mago del giornalismo italiano", accolse con grandi plausi
sul Messaggero la bibbia dell´antisemitismo Contra Judaeos di Telesio
Interlandi, spalleggiato dal concorrente Guido Piovene che sul Corriere della
Sera tesse le lodi dell´orribile summa, riconoscendole il merito di essere
"il miglior libro uscito sull´argomento". Anche un inviato
leggendario quale Paolo Monelli - stimato dai colleghi per cultura e rigore -
nella primavera del 1939 si distinse per una corrispondenza da Varsavia impregnata
di giudizi antiebraici. Singolare cedimento per un giornalista che in
precedenza aveva dato mostra di non condividere la campagna antisemita.
Ma il terreno in cui "i militi della carta stampata" - così li
celebrava il duce - poterono agitare il turibolo con maggiore plasticità furono
le imprese belliche del fascismo. Prima in Etiopia, poi in Spagna, più tardi
nel Mediterraneo, nei Balcani e in Africa settentrionale, infine in Russia. I
protagonisti di queste guerre furono i giornalisti arruolati nei vari reparti.
Nel 1935 partirono volontari due direttori, Aldo Borelli del Corriere della
Sera e Francesco Malgeri del Messaggero. Gli inviati Barzini junior e Alfio
Russo celebrarono in ampie corrispondenze le prime brillanti vittorie degli
italiani, ritratti come "virtuosi colonizzatori" di un popolo
sostanzialmente troglodita. L´arte dell´epinicio fu affinata in Spagna, dove i
giornalisti - in mancanza di pagine gloriose da raccontare - venivano
sollecitati a esercitare la propria fantasia. Se l´inviato del Corriere Achille
Benedetti si limita a ignorare la sconfitta di Guadalajara, Barzini senjor sul
Popolo d´Italia fa molto di più, incensando la drammatica avventura dell´eroico
legionario che resiste al contrattacco nemico nascondendosi per tre giorni in
una botte. L´inventiva di Barzini, nutrita di letture classiche, procura un
attacco di allergia al direttore del Corriere, che mortifica il suo cronista
facendogli recapitare sul fronte "il bellissimo scritto" della
concorrenza. Ma nel descrivere i nemici repubblicani come "combattenti
pavidi", "capaci delle peggiori brutalità", si distinsero altre
due firme, quelle di Indro Montanelli e Guido Piovene, assai efficaci
nell´esaltare le imprese dei legionari italiani contro autentici
"criminali dalle facce bestiali". Seppure con qualche insofferenza,
l´intonazione non muterà nel corso del secondo conflitto mondiale.
La parte più interessante del saggio riguarda ciò che accadde all´indomani del
crollo del regime fascista, nell´estate del 1943. Con la medesima disinvoltura
con cui era traslocata dall´antifascismo al fascismo, l´élite giornalistica
italiana cominciò a fare il percorso inverso. All´esame di coscienza si
preferisce la scorciatoia della colpa collettiva. Allotti indica come esemplare
il caso di Monelli. Per le sue compromissioni con il regime, il nuovo direttore
del Corriere della Sera Ettore Janni, subentrato dopo il 25 luglio, gli chiede
con garbo una temporanea sospensione nella collaborazione. Monelli non la
prende bene. «E i colleghi che hanno divinizzato uomini e fatti del regime? E i
redattori ligi agli ordini di Roma che bocciavano o castravano o lardellavano
di aggettivi le mie corrispondenze?». Le sue responsabilità, rispetto al
servilismo diffuso, gli paiono poca cosa. Lo stesso genere di argomenti ricorre
nell´autodifesa di tante firme illustri. Un´autoassoluzione granitica, che non
ammette crepe.
Molti di loro avrebbero presto riconquistato le prime pagine della stampa
libera, confluendo in larga parte in una zona politica di moderatismo prossima
alla Democrazia Cristiana. E poi la memorialistica. Da Piovene a Montanelli,
definito "il giornalista che più contribuì alla defascistizzazione del
fascismo", fu tutt´un proliferare di testimonianze indulgenti che fecero
calare il sipario sulle compromissioni di "padri" e "fratelli
maggiori". La rimozione è destinata a segnare parte delle generazioni
successive, quella viziata da "una concezione del potere politico" -
lo rilevò Forcella - come qualcosa di "ineluttabile" e
"pericoloso", verso il quale è consigliabile la remissività. Una
distorsione che - se colpisce ma è interpretabile sotto una dittatura - in
democrazia appare ancora meno tollerabile.
Repubblica 29.2.12

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