I limiti della natura allo sviluppo dei desideri .
Nell’intervista a Wolfgang Sachs, sociologo e ambientalista, la necessità di un sistema che coniughi giustizia sociale ed ecologia; unica alternativa, l’autodistruzione.
Allievo di Ivan Illich, nel corso della sua attività
Wolfgang Sachs si è esercitato costantemente con gli strumenti della scienza e
della sociologia, ma prima ancora con quelli della teologia. Non l'ha fatto
però «con l'intenzione di edificare un ulteriore piano nell'edificio teorico
delle varie discipline accademiche», ma per mettere quegli strumenti «al
servizio del cambiamento sociale ed ecologico». Convinto che sostenibilità significhi,
«prima ancora che la salvezza delle balene», «la ricerca di una civilizzazione
che sia in grado di estendere l'ospitabilità del pianeta» e promuovere la
cittadinanza globale, e che a sua volta il cosmopolitismo sia «immaginabile
soltanto sulla base di una trasformazione ecologica degli attuali modelli di
produzione e consumo», Wolfgang Sachs ricerca da tempo la giusta via per
combinare giustizia sociale ed ecologica.
E suggerisce che una società compatibile con l'ambiente e con le richieste di
redistribuzione e riconoscimento avanzate da chi ha meno privilegi possa
passare solo attraverso un doppio binario: «sia attraverso una
razionalizzazione intelligente dei mezzi sia moderando la portata dei suo
scopi». Per farlo - questa la convinzione più profonda di Sachs - occorre però
trasformare i valori culturali (e gli schemi istituzionali) che contribuiscono
a formare l'universo simbolico di una società. Se ieri questa trasformazione
era una opzione, oggi è una necessità: l'alternativa, «per dirla in modo rozzo,
è tra giustizia e autodistruzione».
Abbiamo incontrato Wofgang Sachs a Firenze, dove è stato tra i protagonisti di
Terra Futura, la mostra-convegno dedicata alle «buone pratiche di sostenibilità
ambientale, economica e sociale».
In molti dei suoi libri - per esempio in «Ambiente e giustizia sociale»,
così come nell'introduzione al «Dizionario dello sviluppo» - lei fa riferimento
in modo esplicito «al magnetismo spirituale» di Ivan Illich e al debito
intellettuale maturato nei suoi confronti: in che modo Illich ha influenzato il
suo lavoro?
Tra il 1972 e l'anno seguente mi sono ritrovato in Messico, a Cuernava,
all'epoca del Centro di documentazione interculturale, e grazie alla mediazione
di Illich ho avuto modo di conoscere non solo alcune specificità di quell'area
geografica all'epoca definita Terzo mondo ma anche molte delle persone che
gravitavano intorno a lui. I miei studi di teologia mi portavano a un certo
scetticismo nei confronti della razionalità occidentale e della modernità in
generale e questo scetticismo ha trovato poi una declinazione particolare
nell'incontro con Illich, che aveva individuato strumenti molto efficaci per
riconoscere e interpretare la gigantesca collisione, per dirla schematicamente,
tra le culture non moderne e la modernità; o - in altre parole - per
comprendere la grande transizione dalle società agricole alle società
industriali e moderne. Proprio dalla lettura di Illich a questa transizione ho
ricavato elementi essenziali per il mio lavoro.
A proposito di collisioni, nell'introduzione ad «Ambiente e giustizia
sociale» lei scrive: «Più o meno tutte le mie ricerche ruotano introno a un
ricorrente sospetto: che il modello di sviluppo occidentale sia
fondamentalmente in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli
del mondo quanto con l'aspirazione di riconciliare l'umanità con la natura». Ci
dice qualcosa di più di questo sospetto?
È ormai sotto gli occhi di tutti il fatto che questo modello di sviluppo
contraddice e compromette la salvaguardia ambientale, tanto che il sospetto
viene condiviso perfino da gran parte dell'élite economica e politica, almeno
in Europa. Tre elementi in particolare vanno esaminati: nessuno nega più che ci
troviamo a vivere nel caos dal punto di vista climatico, e molti sono
consapevoli del fatto che questa situazione genererà conflitti, crisi e
catastrofi mai viste prima. Allo stesso modo, tutto sommato nessuno nega in via
di principio che l'età del petrolio sia giunta alla fine. Certo, si discute se
la crisi arriverà tra cinque o venticinque anni, ma la questione non è
importante, perché se una «stoffa» così imprescindibile alla civiltà
industriale come il petrolio sta per terminare comunque la scossa per questa
civiltà sarà rilevantissima, tale da cambiarne profondamente i connotati. Il
terzo aspetto è forse il più importante: fino a quando l'occidente è stato
l'unico «colpevole ecologico» la consistenza del disastro ambientale poteva
essere tenuta nascosta, ma con la crescita di India e Cina l'occidente è
attraversato da un forte nervosismo. È una forma di vendetta del colonialismo,
perché il colonizzato ha imitato il colonizzatore e ora l'imitazione minaccia
la stessa integrità e sopravvivenza del colonizzatore. Se Cina e India non
possono essere fermate, anche noi siamo costretti a modificare il nostro
sistema. Oggi questi tre fattori hanno diffuso il sospetto, molto più acuto di
quanto non fosse dieci anni fa, che questo modello di sviluppo non sia
sostenibile a lungo termine.
Nonostante la fiducia nel «progresso» risalga - come lei stesso riconosce -
ad almeno duecento anni prima, lei è solito fissare l'inizio dell'epoca dello
sviluppo al 20 gennaio 1949,
in occasione del discorso inaugurale al Congresso del
presidente americano Truman. Quale è la novità racchiusa nel discorso di
Truman?
Anche in questo caso ci sono tre elementi da considerare. Truman sostenne che
tutte le nazioni del mondo corressero sulla stessa strada, il che vuol dire che
sarebbero state inglobate all'interno della medesima concezione del tempo: un tempo
unico, che come il progresso conosce solo il movimento in avanti o che si
arresta; un tempo lineare, in cui il futuro è migliore del presente e il
presente migliore del passato. L'idea di sviluppo deriva inoltre dal mondo
biologico, e se per valutare lo stato di sviluppo di un fiore dobbiamo
necessariamente conoscerne lo stato compiuto, maturo, allo stesso modo in
termini socioeconomici non si può parlare di sottosviluppo senza implicare
l'idea di una società completamente sviluppata, che in questo caso è quella
occidentale. In questo senso non c'è sviluppo senza la contestuale attribuzione
di una egemonia culturale alle società occidentali. Il terzo fattore invece
rimanda forse con più evidenza ai temi ambientali: lo sviluppo, per dirla in
termini schematici, introietta una concezione materialista della società,
ovvero l'idea che la qualità di una società si possa giudicare dal livello
della produzione economica. Prima di Truman questa idea non esisteva, perché
anche il colonialismo ha sempre tenuto distinta la capacità produttiva di un
paese e le sue risorse economiche dal livello morale della cultura e degli
individui. Nello sviluppo inteso come modello di realtà, invece, queste due
prospettive convergono, tanto che si stabilisce un'equivalenza tra il livello
economico e il grado di civiltà.
Oltre all'equivalenza tra il livello economico e il grado di civiltà,
spesso, anche a sinistra, il paradigma «sviluppista» ha stabilito una
equivalenza tra la crescita economica e la giustizia sociale, sulla base dell'idea
che progresso e crescita potessero di per sé risolvere le diseguaglianze
sociali. Lei invece ha spesso sottolineato la necessità di pensare insieme
giustizia e limiti, più che giustizia e crescita...
La concezione sviluppista rimanda a un'idea di crescita senza limiti, che si
fonda sulla speranza per cui la crescita potrebbe essere infinita e non si
dovrebbe badare più di tanto alla giustizia perché grazie alla crescita anche i
poveri otterranno la loro parte. Vale qui la famosa metafora delle barche, per
cui si crede che l'alta marea possa alzare tutte le barche insieme e allo
stesso livello: è questa l'idea socialdemocratica della giustizia, oggi
smentita drasticamente dalla storia. Perciò dobbiamo pensare giustizia e limiti
insieme. Lo sviluppo, così come lo abbiamo inteso negli ultimi decenni, non può
più essere la ricetta per garantire dignità ed equità a popoli e nazioni, ed è
proprio questo il dramma odierno: il desiderio di dignità e i limiti della
natura confliggono, e da questo scontro deriva la drammaticità della situazione
in cui viviamo.
In «Per un futuro equo», l'ultimo rapporto del Wuppertal Institut tradotto in
italiano, si sostiene che per promuovere giustizia e libertà occorre
concentrarsi non solo sui diritti dei deboli, ma anche, e soprattutto, sui
doveri dei forti. Ma come è possibile diffondere un'etica kantiana, che postuli
non tanto diritti universali quanto doveri universali, in un mondo in cui chi
gode di più privilegi continua a sostenere che il proprio tenore di vita non è
negoziabile?
Già oggi la formula dello «stile di vita non negoziabile», usata da Bush padre
nel 1992 durante la conferenza Onu di Rio de Janeiro, non tiene più. Nel corso
della storia la giustizia non è mai opera del solo idealismo, ma della
combinazione di idealismo e forza delle cose. Oggi la forza delle cose
suggerisce la necessità di dimezzare le emissioni globali e per farlo bisogna
convincere anche gli «altri», quegli altri che, come Cina e India, ogni anno
acquisiscono un maggiore potere di negoziazione. Credo di non esagerare nel
sostenere che ormai la politica ufficiale europea dia per scontato il fatto che
lo stile di vita sia negoziabile: l'affermazione di Bush appartiene all'era
fossile.
L'Europa, secondo gli auspici del Wuppertal Institut, dovrebbe abbandonare
la lealtà transatlantica e «presentarsi come portatrice del progetto di una
società cosmopolitica, i cui pilastri si chiamano cooperazione, diritto ed
ecocompatibilità». Sembra però che la strada da compiere sia ancora molto
lunga...
È una scommessa. Ci sono spinte che vanno in questa direzione ma anche in senso
contrario. Nel caso dell'Europa mi sembra siano da evidenziare due linee di
conflitto: la prima spaccatura, piuttosto evidente, è tra i paesi ex comunisti,
che tendono ad apprezzare di più la libertà di mercato e a ridimensionare il
ruolo dello Stato, e i paesi per così dire fondatori. L'altra spaccatura,
troppo poco tematizzata, è quella tra la politica ambientale e quella
commerciale. L'interessante politica ambientale europea viene usata anche come
uno strumento attraverso il quale dotare l'Europa di un profilo mondiale più
riconoscibile, e rimanda alla necessità di individuare limiti e cambiare
modelli di produzione e consumo; la politica commerciale invece è in contrasto
rispetto a quella ambientale e riflette in gran parte le indicazioni del Wto: è
un modello di libero mercato che non tiene in gran conto bisogni e diritti,
interessato al predominio economico dell'industria europea e ossessionato dalla
concorrenza con gli Stati Uniti e la Cina.
Torniamo alla «polarità principale» individuata in
«Per un Futuro equo»: «da un lato il desiderio di uguaglianza e dignità delle
persone e delle società è rivolto ai modelli di benessere dei paesi ricchi»,
dall'altro «la finitezza della biosfera impedisce di trasformare lo standard di
vita del Settentrione in un modello di giustizia». Una delle possibili vie
d'uscita suggerite è racchiusa nel modello concettuale di «convergenza e
contrazione». Ce lo spiega?
Partiamo dalla contrazione, che su un grafico apparirebbe come una curva
discendente. Nel giro dei prossimi cinquant'anni i paesi «grassi», quelli che
consumano molte risorse devono ridurre il consumo. Dall'altro lato molti paesi
hanno la necessità e il diritto di ottenere di più anche in termini di uso
delle risorse, aumentandone il consumo, entro un limite generale valido anche
per loro; la loro curva nei prossimi cinquant'anni sarebbe in leggero rialzo,
con un'ascesa che convergerebbe poi con il livello minimo dei paesi grassi. Tuttavia,
se il discorso su convergenza e contrazione è ancora corretto nel suo
complesso, quando lo abbiamo articolato, un paio di anni fa, non ci eravamo
resi conto di un aspetto essenziale: per quanto riguarda le emissioni di CO2,
anche se il nord drasticamente e abbastanza velocemente finisse di usare
l'atmosfera come una discarica non rimarrebbe molto spazio per i paesi
recentemente industrializzati. Se dovessimo rifare oggi quello schema, dovremmo
essere molto più cauti.
Da il manifesto, 3 giugno 2008

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