I giovani non vedono più il futuro. Dobbiamo aprire il loro orizzonte
Il regista: In Grecia la corruzione è un freno per l’economia, bisogna agire subito. Temo un’esplosione sociale, altrimenti, o il collasso Intervista a Theo Anghelopoulos di Rachele Gonnelli
«Non so dire se
l’Italia si rispecchia nelle vicende della Grecia moderna o se preferisce
rimuovere questo confronto dalla svolta di Salerno in poi. Ricordo ciò che una
volta, in Sardegna, mi disse un prete cattolico, un esperto di Dante. Mi disse:
la Grecia non
esiste e neanche l’Italia, esiste solo una grande civiltà del Mediterraneo. La
settimana scorsa durante le manifestazioni dei giovani ad Atene hanno arrestato
anche cinque ragazzi italiani. Li ho visti e non erano solo cinque, erano tantissimi.
Io dico: a questi ragazzi senza futuro dobbiamo una risposta, una risposta
fondamentale per tutti quanti e per la società. È la risposta alla domanda:
si può cambiare, si può ancora migliorare, cambiare la nostra vita, il nostro
sviluppo? È una domanda che non si può, che sarebbe pericoloso ignorare».
Theo Anghelopoulos uno dei più grandi registi al mondo, classe ’35 è stato definito da Antonio Tabucchi «poeta della Storia». Per il passo lieve e insieme mitologico con cui ha nell’ultimo mezzo secolo raccontato del regime dei colonnelli greci, della guerra in Bosnia, della caduta del Muro e dei confini ad Est, della disillusione rispetto al comunismo. Sabato era in Italia per parlare del mito di Ulisse e delle sue collaborazioni con artisti come Marcello Mastroianni, Gian Maria Volontè, Tonino Guerra, lo sceneggiatore che gli consigliarono Fellini e Tarkovskij, davanti a tanti giovani seduti per terra sui tappeti di una sala gelida del palazzo Doria Pamphili a Valmontone, ospite d’onore del 41 ̊ Parallelo, officina culturale ideata da Andrea Satta e dai Têtes de Bois. Si parla di musica popolare «rebetika», cinema e scambi culturali. Ma la Storia urge, con il secondo Natale di scontri di piazza e la Grecia in una crisi economica profondissima, sull’orlo della bancarotta, sotto la lente di osservazione di Bruxelles. Anghelopoulos non aspetta altro che di parlare di questo.
In Grecia si ha l’impressione di una
situazione anni Settanta...
«No, anche allora c’era fermento, contestazione da parte degli studenti ma
tutte le riunioni si svolgevano nelle case, in segreto. La dittatura non
permetteva espressioni pubbliche. Sono passati quarant’anni, non un giorno.
C’erano prigionieri, morti, c’era la resistenza ma ci aspettavamo molto dal
futuro. Finita la dittatura tutto, pensavamo, sarebbe cambiato. Invece la
destra è tornata al potere e il cambiamento non c’è stato. All’epoca
speravamo in una luce dopo gli anni del buio invece l’orizzonte si è chiuso e
oggi davanti ai giovani non c’è nulla. Questo sfogo, questa rabbia di adesso
è per questa mancanza di apertura. È una società che non respira quella
greca. La morte, mi correggo l’assassinio di un ragazzo - Alexandros
Grigoropoulos ucciso dalla polizia ndr - è stato la causa scatenante».
La sua lettura è dunque di un moto di
disperazione più che di un movimento che formula proposte?
«Non ci sono proposte. Ma non ci sono in generale, solo negazioni, continui No».
Eppure nelle manifestazioni del Natale
scorso c’era più violenza, la gente sembra diversa, più adulti, con servizi
d’ordine più organizzati...
«Sì, le cose ora sono più mature. In un anno questo movimento di giovani ha formulato non proposte ancora ma almeno domande, punti interrogativi. Mentre la società greca non più tanto giovane appoggia i giovani, nella stragrande maggioranza riconosce le ragioni di fondo della loro protesta. I partiti della sinistra, Siriza e il Kke, sono con loro, anche se prendendo le distanze dalla violenza e dalle distruzioni di vetrine e bancomat che fanno solo il gioco di chi vuole dare come unica risposta la repressione».
I koukoulofors, gli incappucciati, i
Black bloc insomma, chi sono?
«La vera domanda è : chi c’è dietro?. Non c’è risposta. I ragazzi portano le felpe con il cappuccio ma ci sono anche provocatori vestiti così che vogliono il caos, in una sorta di strategia della tensione».
Il premier Papandreu mette al primo posto
la lotta alla corruzione, è davvero così estesa?
«C’è in tutto il mondo ma in una economia debole come quella greca si avverte molto di più come freno. Il giovane Papandreou ha fatto molte promesse, governa da poco, dopo il fallimento del governo corrotto del giovane Karamanlis, ma non abbiamo ancora visto nulla. Deve agire subito o si rischia il collasso. La gente deve uscire dallo sbando, temo un’esplosione sociale. O una rivoluzione».
http://www.unita.it/ 14.12.09

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