I dolori del Regno Disunito
Oltre alle vetrine piene e alle metropolitane in orario sappiamo che c’è bisogno altro che rende la vita bellissima e degna d’essere vissuta
Il prof David Hine insegna Scienze Politiche ad Oxford ed è stato uno dei docenti di Cameron il quale però non pare aver capito fino in fondo i suoi insegnamenti. Intervistato da Repubblica ha fornito un’interpretazione incredibilmente lucida della rivolta dei giovani inglesi. Cito il virgolettato perché sono parole di fulminante autocritica scritte da un cittadino inglese autorevole e non da qualche straniero invidioso della “superiorità” della civiltà britannica: “Più di ogni altra società europea, il Regno Unito è affetto da una mancanza di controlli e di reti di sicurezza che ne fanno il paese più simile all’America sul vecchio continente e che preparano il terreno per esplosioni di rabbia urbana come quella a cui abbiamo assistito”.
Alla domanda sul perché i disordini siano accaduti
proprio in Inghilterra il professore risponde facendo riferimento a due motivi:
“Il gap ricchi-poveri è più ampio in Gran Bretagna che in ogni altra nazione
europea. E la coesione sociale più debole. Siamo la nazione europea col maggior
numero di gravidanze minorili, di famiglie rette da un solo genitore, di
criminalità giovanile, di detenuti in rapporto alla popolazione. Da noi il
controllo sociale sui figli, specie in città e quartieri disagiati è
inesistente. Impedire ai figli di finire in strada, preda del richiamo delle
gang giovanili o dei comportamenti anti-sociali, dall’ubriachezza ai graffiti,
è praticamente impossibile”.
Credo ci sia veramente poco da aggiungere.
Visto con gli occhi degli studi sulle determinanti della felicità la cultura
britannica è riuscita a miscelare, almeno nelle zone in cui è scoppiata la
rivolta, un cocktail-capolavoro di fattori in grado di portare la soddisfazione
di vita a quei livelli minimi che fanno scattare il suicidio o la rivolta.
Precarietà permanente e perdita di ogni rete di sicurezza, desertificazione dei
valori umani e religiosi, aumento delle diseguaglianze le cui conseguenze
negative sulla felicità sono esasperate da una cultura che rende la
“deprivazione da consumo insufficiente” un problema gravissimo. Crollo dei beni
relazionali e delle famiglie, mancanza di istruzione. Tutto il contrario dei
fattori che in ogni paese del mondo fanno la soddisfazione di vita.
Si doveva capire che sarebbe andata a finire così quando un paese trasforma
tutte le feste intersettimanali, con la ricchezza della loro storia laica o
religiosa, in “bank holidays”. E’ il trionfo del presente senza memoria e di
una casta, quella bancaria e finanziaria, che diventa il punto di riferimento
unico del paese e con essa i valori dell’avidità, dell’autointeresse miope
finalizzati ad un accrescimento di reddito da realizzare attraverso la
speculazione senza curarsi degli effetti collaterali sui nostri simili.
In ogni vita personale arriva il momento del viaggio a Londra. Può starci una
fase della nostra giovinezza in cui si vivono i legami come oppressivi e il
paese della “libertà di” piace e fa respirare. Ma se poi nella vita non
riscopriamo il tesoro delle relazioni, dei legami e della responsabilità
rischiamo di finire come naufraghi del senso disperati su una zattera alla deriva
nell’oceano della società globale. Rischiando di capire troppo tardi che la
vera libertà non è “libertà di” ma “libertà da” (assenza di dipendenze) e
“libertà per” (capacità di formulare un progetto di vita).
Che quanto accaduto in questo paese sia un monito anche per noi. Perché tutti
gli appassionati della rimozione di lacci e lacciuoli non confondano questi
ultimi con le reti di protezione sociale necessarie per vivere, con le
relazioni che rendono il nostro esistere prezioso. Come italiani (per fortuna e
per ora) alla corsa al frigorifero del single preferiamo il banchetto del
villaggio gallico con cui si conclude ogni storia di Asterix. Oltre alle
vetrine piene e alle metropolitane in orario sappiamo che c’è bisogno altro che
rende la vita bellissima e degna d’essere vissuta.

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