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Gli interessi prima di tutto. Perché il favoritismo si diffonde senza limiti

È sbagliato credere che questa pratica sia talmente radicata da risultare immodificabile. Ma dalla società provengono parecchi segni di insofferenza. E la storia insegna che i cambiamenti sono spesso inevitabili


 

Con impressionante ostinazione il tema del familismo si ripropone a intervalli regolari nella storia della Repubblica, non importa se la Prima, la Seconda o addirittura la Terza, come l´etichettano con disinvoltura i politici, i giornalisti e i politologi. I meccanismi di fondo sono rimasti sostanzialmente gli stessi da più di sessantacinque anni.
Nel lontano febbraio del 1945 l´allora Governatore della Banca d´Italia, Luigi Einaudi, annotò nel suo diario l´esistenza di «parecchi clan» nella Banca e «numerose interferenze di parentela tra gli impiegati, con diramazioni varie». Più recentemente, nel 2008, le attività varie del clan di Clemente Mastella nella sfera pubblica campana, regolarmente denunciate dalla magistratura, portarono alle sue dimissioni dalla carica di Ministro della Giustizia (in ogni caso non la poltrona più adatta a lui) e addirittura alle dimissioni del Presidente del Consiglio, Romano Prodi. Adesso scopriamo un´estesa e numerosissima rete di favoritismi parentali e clientelari nel governo municipale di Roma. Si vede da questi e tanti altri esempi che il delicato rapporto tra famiglia e stato è luogo di fortissime tensioni nella storia della nostra Repubblica.
Cos´è il familismo? Il termine è alquanto controverso ma vorrei suggerire una definizione che mette l´accento sui rapporti che esistono tra famiglia, società (e dove esiste, società civile) e lo stato. Il familismo è una forma squilibrata di questi rapporti in cui i valori e gli interessi della famiglia prendono il sopravvento su tutti gli altri. Il familismo esiste quando trionfano forme esasperate di privatismo familiare, di perseguimento esclusivo degli interessi familiari, di cecità o sordità verso i bisogni di gruppi più estesi della ristretta cerchia familiare e amicale, di rifiuto di un rapporto con lo Stato democratico basato sull´uguaglianza dei cittadini e sull´obbligo reciproco. Ma le responsabilità non sono solo delle famiglie. Lo stato, invece di costituirsi storicamente come una sfera pubblica forte, con le sue regole e codici di comportamento, con i suoi servizi efficienti e il suo comportamento trasparente, ha delegato alle famiglie tutta una serie di responsabilità e di oneri che avrebbe dovuto assumersi in proprio. Stato inefficiente e famiglie prepotenti vengono così a legarsi in un patto scellerato di lunga durata.
Nei lunghi anni del Berlusconismo nulla è stato fatto per mitigare gli effetti del familismo. Al contrario, le forme squilibrate di rapporti tra famiglia, società e stato sono state rafforzate: dal trash televisivo, dall´incoraggiamento alla passività e al consumismo delle famiglie, dal miscuglio micidiale tra privato e pubblico, con un presidente del consiglio "Papi" che non esita a ricompensare le sue amichette con cariche nel partito e nello Stato. Viene la tentazione di concludere che il familismo è talmente radicato da risultare immodificabile. Sarebbe un errore perché se la storia ci insegna qualcosa, è proprio la possibilità, anzi l´inevitabilità del cambiamento nel tempo. Nulla è fisso, nulla è predeterminato. Già dalla società civile vengono molti segnali di insofferenza. Per invertire la tendenza però, ci vorrebbe un riconoscimento teorico e pratico del problema, un´analisi approfondita dei gemelli terribili – il familismo e il clientelismo – e soprattutto una forza politica lungimirante, decisa ad agire in modo diverso.

 

Repubblica 16.12.10

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