Giovani in cerca di un altro futuro
La psicoanalisi affronta la crisi economica
In un contesto culturale straordinariamente favorevole, la psicoanalisi nasce
all'inizio del secolo scorso nell'ambito della borghesia ebraica viennese
combattuta tra il desiderio di riconoscimento e integrazione sociale e
l'insofferenza per gli aspetti autoritari e repressivi del burocratico impero
asburgico. Poteva sembrare un fenomeno locale e contingente ma la rapida
diffusione in Europa, negli Stati Uniti e nell'America del Sud doveva
dimostrare che il nuovo sapere aveva colto aspetti universali della mente umana
e stava contaminando in modo straordinario la letteratura, che da La coscienza
di Zeno (1923) in avanti fece proprie le istanze dell'inconscio modificando
anche il linguaggio letterario.
In Italia la psicoanalisi, già esercitata come terapia, si diffonde con
rapidità, a decorrere dalla seconda metà degli anni 70, soprattutto tra i
giovani, come alternativa alla delusione provocata dalla incapacità della
politica di accogliere ed elaborare le istanze di rinnovamento espresse dalla
contestazione studentesca e dai movimenti civili. In una fase di sviluppo
economico e di verticale mobilità sociale, la psicoanalisi offriva, nell'ultimo
trentennio del '900, la possibilità di una intensa esperienza culturale, capace
di ovviare al vuoto esistenziale provocato dalla secolarizzazione della società
e dall'ideologia dei consumi.
Ma ora, in un'epoca di crisi economica, crescente disoccupazione, mancanza di
fiducia nel presente e speranza nel futuro la psicoanalisi ha ancora qualcosa
da dire? Ci può davvero aiutare oppure va relegata nel passato come altri beni
di lusso? La persistente domanda di psicoterapie di ispirazione psicoanalitica
testimonia che questa risorsa è tuttora valida, benché minacciata dalla facile
somministrazione di cure farmacologiche e da improvvisati terapeuti dell'anima.
È valida perché, nonostante progressive ristrettezze, non siamo ridotti alla
necessità di soddisfare i bisogni primari, come poteva accadere nel '43, quando
la sopravvivenza costituiva un'urgenza totalizzante. Permangono, nonostante
tutto, i desideri che costituiscono, come sosteneva Spinoza, il fulcro della
esistenza umana. Il giovane in cerca di prima occupazione, l'impiegata in cassa
integrazione, il manager esodato, il coniuge abbandonato, la madre sola non
necessitano sempre e soltanto di aiuti economici. Hanno piuttosto bisogno di
conservare o recuperare fiducia in se stessi, autostima, voglia di resistere e
ricominciare. E la psicoanalisi li può aiutare con la forza di un patrimonio
secolare di conoscenza e di saggezza, con una pratica convalidata di ascolto
partecipato nello scambio di pensieri e di affetti. Nel suo ambito si attivano
processi perenni e universali come quelli che riguardano i rapporti parentali
(complesso di Edipo) insieme ai conflitti sociali e individuali della tarda
modernità. Gli psicoanalisti sanno di essere per certi versi inattuali perché
il loro oggetto, l'inconscio, non conosce le categorie aristoteliche di tempo,
spazio, causa e non contraddizione, ma anche attuali in quanto i sintomi
«parlano» qui e ora e persino i sogni si avvalgono del materiale diurno per
mettere in scena conflitti che spesso risalgono alla prima infanzia. La difficoltà
dei pazienti è piuttosto quella di sottrarsi alla tentazione di mettere a
tacere il sintomo con il pronto intervento di psicofarmaci, per darsi il tempo
di percorrere un itinerario di conoscenza di sé e del mondo che li aiuti a
recuperare le loro risorse e a prospettare un futuro possibile e desiderabile.
Non si tratta certo di un esercizio di onnipotenza perché l'analisi comporta
l'esaustione di tutte le impossibilità prima di giungere a riconoscere i pochi
gradi di libertà che ci sono concessi.
L'onnipotenza, la pretesa di avere tutto e subito costituisce infatti, in
questi anni, il denominatore comune di sintomatologie che possono sembrare
addirittura opposte. Da una parte emerge la ricerca di un godimento che va al
di là del piacere, che scavalca la soddisfazione, che supera il limite per
ricercare l'eccesso, per concedersi una dismisura che, incurante del danno,
sfiora la morte. In questo ambito si collocano le dipendenze, dove quelle da
sostanze stupefacenti sono le più clamorose ma non le uniche. Tutto può indurre
dipendenza: il cibo, il sesso, il gioco, il fumo, il viaggio, il sonno, persino
lo studio.
Dall'altra troviamo una nuova, inquietante forma di malessere, soprattutto
giovanile. Sono sempre più numerosi i ragazzi che di fronte a una società fredda,
ostile e duramente competitiva, gettano la spugna e abbandonano il ring.
Oppressi fin da piccoli dalle pretese familiari di successo in ogni campo — gli
studi, lo sport, le amicizie, la seduzione — decidono di farsi da parte, di non
chiedere niente a sé e agli altri, di vivere accettando una morte a piccole
dosi. Se non possiamo ottenere tutto, sembrano dire, meglio non avere niente.
In un primo tempo possono sembrare buoni, troppo buoni, a genitori spesso
impegnati in conflitti coniugali o nella realizzazione di sé. Ma
progressivamente emergono la disistima e persino la vergogna che provano per la
propria inadeguatezza. Mentre nella famiglia patriarcale il motto inciso nella
mente dei ragazzi era «non devo», ora si è trasformato in «non posso», nel senso
di «non ce la faccio: lasciatemi stare che non ho nulla da chiedere e nulla da
perdere». Il tentativo della psicoterapia sarà allora quello di riportare
l'esule volontario tra noi e di riannodare il filo della sua storia in modo che
i desideri del passato, una volta recuperati, si proiettino sul futuro. Ma non
è facile in quanto, se manca la domanda di aiuto, non si instaurano le
condizioni per un dialogo psicoanalitico.
Tra questi due poli si situa un ventaglio di malesseri che la psicoanalisi non
generalizza ma tratta caso per caso, personalmente, secondo una modalità antica
che si rifà per certi versi alla pratica della confessione. Gli psicoanalisti,
dal canto loro, sono ben consapevoli di dover navigare tenendo un occhio sulle
stelle fisse e l'altro sul mare in tempesta. Non a caso l'ultimo congresso
della Società Psicoanalitica Italiana era dedicato a temi inconsueti alla sua
riflessione quali «Denaro, potere e lavoro tra etica e narcisismo» su cui erano
invitati al dialogo rappresentati della società come Susanna Camusso,
segretario del sindacato Cgil.
Tornando al punto di partenza — se la psicoanalisi sia più richiesta in tempi
di benessere o di malessere sociale — credo che essa accolga e gestisca il
mandato socratico che sta alla base della nostra cultura — «Conosci te stesso»
— e che lo svolga, fermi alcuni principi di teoria e di metodo, secondo i tempi
e i modi del contesto storico in cui si trova a operare. L'importante è evitare
il pericolo di ogni istituzione: la rigidità dogmatica, la difesa dei
privilegi, la burocrazia dei rapporti. Quanto al mercato delle psicoterapie,
vorrei ricordare l'osservazione che Freud dedica agli analisti del suo tempo,
preoccupati per la durata e il costo del trattamento: «…se si contrappone
l'incremento della capacità di fare e di guadagnare ottenuto al termine di una
cura analitica portata a buon fine, si può dire che i malati hanno fatto un
buon affare. Nella vita non c'è nulla di più dispendioso della malattia e della
stupidità».
Bibliografia
L'ansia del futuro, la precarietà, l'incertezza sono temi molto affrontati
dalla generazione
di giovani scrittori italiani, ma la psicoanalisi sembra sparita dall'orizzonte
narrativo. Fa
una breve apparizione, sotto le spoglie della «seducente psicoanalista Limone»
ne Le più strepitose cadute della mia vita (Mondadori) di Michele Dalai, dove
lo smacco è risolto in commedia («siamo tutti al di sotto delle aspettative e
quindi sono le aspettative a sbagliare» dice il protagonista), ma per lo più
prevale un sentimento di rabbia. Come in Aut Aut (edito da Giulio Perrone)
dell'esordiente Gabriele Santoni, dove il protagonista non esce di fatto dallo
stallo («Era la vita, la cosa più spaventosa che avesse mai affrontato») o come
nei versi liberi di Francesco Targhetta (Perché veniamo bene nelle fotografie,
Isbn) che diventano la voce collettiva degli «sfuturati».
Corriere La Lettura 8.7.12

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