Giornata nera per la Repubblica
È una pessima giornata per la Repubblica. Siamo di fronte ad un conflitto costituzionale davvero senza precedenti.
E cioè ad un governo che sfida il Presidente della Repubblica che si
era fatto fermo difensore delle ragioni della Costituzione e dei
diritti fondamentali delle persone. La gravissima decisione del Governo
di intervenire con un decreto nella vicenda di Eluana Englaro, dopo che
Giorgio Napolitano aveva pubblicamente motivato le ragioni del suo
dissenso, sovverte gli equilibri istituzionali, apre una fase in cui si
va ben oltre quella "tirannia della maggioranza", di cui ci ha parlato
in modo eloquente il liberale Alexis de Tocqueville, e si entra in una
"terra incognita" dove la partita politica è dominata non dal senso
dello Stato, ma dalla brutale volontà del presidente del Consiglio di
offrire rassicurazioni agli esponenti di una potenza straniera a
qualsiasi costo, anche quello dello sconvolgimento della stessa
democrazia costituzionale.
È così, anche se una affermazione tanto netta può sembrare brutale. Con
una sola mossa vengono colpiti molti bersagli. La Costituzione, unica
carta dei valori democraticamente legittimata, vera "Bibbia laica",
viene travolta per porre al suo posto un´etica di Stato attinta ai
diktat delle gerarchie vaticane (non a un sentire diffuso nello stesso
mondo cattolico, che alla vicenda di Eluana Englaro si è avvicinato con
rispetto e pietà). La sovranità del Parlamento viene ulteriormente
mortificata, perché ad esso si nega la prerogativa d´essere il luogo
privilegiato per discutere e decidere quando si tratta di diritti
fondamentali. L´autonomia della magistratura scompare nel momento in
cui si cancellano le sue decisioni con un atto d´imperio, creando un
precedente devastante per la sopravvivenza stessa di un brandello di
Stato di diritto. I diritti fondamentali delle persone non sono più
affidati alla garanzia della legge, ma alle pulsioni delle maggioranze.
Ma il bersaglio maggiore è proprio il Presidente della Repubblica, che
mai come in questo momento incarna limpidamente la sua funzione di
massimo garante della Costituzione. Ispirandosi al principio della
"leale collaborazione" tra gli organi dello Stato, Giorgio Napolitano
aveva nei giorni scorsi manifestato al governo le sue perplessità su un
decreto che, rendendo impossibile l´esecuzione di una decisione della
magistratura, si esponeva evidentemente al rischio
dell´incostituzionalità. Quando è stato reso noto il possibile
contenuto del decreto, che alcune contorsioni interpretative rendevano
ancor più inaccettabile (la sentenza n. 334 del 2008 della Corte
costituzionale ha chiarito che la competenza in materia spetta alla
magistratura), il Presidente della Repubblica ha inviato una lettera al
presidente del Consiglio per ribadire il suo punto di vista, con un
atto di straordinaria trasparenza e responsabilità, reso necessario
proprio dall´eccezionalità della situazione e dall´emozione con la
quale viene seguita una vicenda così drammatica. Mai come in questo
momento l´opinione pubblica ha bisogno di chiarezza, di comportamenti
istituzionali immediatamente decifrabili, e non dell´eterno gioco dei
sotterfugi, dei percorsi obliqui. Dopo la forzatura dell´atto di
indirizzo del ministro Sacconi, rivelatosi privo di una pur minima base
giuridica, diveniva ancor più evidente la necessità di seguire percorsi
costituzionalmente impeccabili. La lettera di Napolitano è la
testimonianza di un scrupolo istituzionale raro, di un rigore
argomentativo al quale nessuno dovrebbe sottrarsi.
Nelle sue dichiarazioni, invece, il presidente del Consiglio rivela una
distanza abissale dalla logica costituzionale, una concezione
proprietaria della decretazione d´urgenza che, a suo dire, sarebbe
completamente sottratta a qualsiasi valutazione da parte del Presidente
della Repubblica. Tesi costituzionalmente non proponibile, come nella
sua lettera aveva già chiarito il Presidente della Repubblica con
indicazioni che Berlusconi volutamente ignora, passando addirittura
alle minacce: dichiara, infatti, che, se non gli viene consentito di
usare i decreti legge a suo piacimento, cambierà la Costituzione. Così,
com´è sua collaudata abitudine, schiera se stesso e le sue troppo
docili truppe per un nuovo e devastante assalto alla legalità, seguendo
il suo collaudato copione plebiscitario che lo porta addirittura ad
ignorare quali siano le procedure per la revisione costituzionale,
visto che afferma che ritornerebbe "dal popolo a chiedere un
cambiamento della Costituzione". Mai dichiarazione fu più rivelatrice
di questa. La Costituzione non è la regola delle regole, ma un impaccio
di cui ci si può tranquillamente liberare. La rottura costituzionale è
dichiarata.
Così Berlusconi gioca il governo contro il Presidente della Repubblica
e si prepara a rendere concreta un´altra minaccia. Visto che il
Presidente della Repubblica ha già dichiarato che non firmerà un
decreto "incostituzionale", porterà in Parlamento un disegno di legge
sul testamento biologico da approvare in tre giorni. Così gioca il
governo anche contro il Parlamento, esplicitamente declassato dal
Principe a buca delle lettere, a luogo dove la sua volontà dev´essere
ratificata senza discussione.
Si apre, dunque, una fase in cui al grande tema del morire con dignità
si affianca quello, grandissimo, della difesa della Costituzione.
Immediata, allora, diventa la responsabilità di tutte le forze
politiche, degli organi istituzionali chiamati ad una pubblica
assunzione della responsabilità loro propria, come ha già fatto,
dimostrando senso dello Stato e della legalità, il Presidente della
Camera, Gianfranco Fini. Responsabilità tanto maggiore in quanto, sia
pure attraverso il discutibile strumento dei sondaggi, l´opinione
pubblica si è espressa, dichiarandosi per il 79% a favore del morire
dignitoso di Eluana Englaro e addirittura per l´83% a favore di una
Chiesa che parli alle coscienze e non pretenda di imporre la fede
attraverso gli atti del legislatore. Torna qui alla memoria il diverso
spirito dei cattolici democratici, che si coglie nelle parole dette da
Aldo Moro al consiglio nazionale della Dc all´indomani della sconfitta
nel referendum contro la legge sul divorzio, nel 1974, con le quali si
metteva in guardia contro le forzature «con lo strumento della legge,
con l´autorità del potere, al modo comune di intendere e disciplinare,
in alcuni punti sensibili, i rapporti umani»; e si consigliava «di
realizzare la difesa di principi e valori cristiani al di fuori delle
istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile
tessuto della nostra vita sociale». Ma il limite all´intervento del
legislatore non trova il suo fondamento solo in ragioni di opportunità.
Ricordiamo le parole alte e forti con le quali si chiude l´articolo 32
della Costituzione, dedicato al fondamentale diritto alla salute,
dunque al governo della propria vita: «La legge non può in nessun caso
violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». È proprio
questo il caso di Eluana Englaro e di tutti coloro che vorranno
liberamente decidere sul loro morire. Vi è un confine costituzionale
che il legislatore non può varcare – né con decreti legge, né con altri
strumenti normativi – oltre il quale compare la persona con la sua
autonomia e la sua libertà.
Quei
sondaggi, allora, sono un monito e una risorsa. Un monito alle forze
politiche, che di quei cittadini dovrebbero essere consapevoli
interlocutori. E si tratta di una risorsa che sono gli stessi cittadini
a dover utilizzare, levando forte la voce perché la forzatura
istituzionale non passi. Nessun dialogo, nessuna collaborazione
politica possono svilupparsi in panorama disseminato da macerie
istituzionali.
Repubblica 07-02-2009

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