Fuori dalla crisi: il ruolo dell’economia solidale e del “voto nel portafoglio” per la felicità sostenibile
Quando la diseguaglianza supera livelli di guardia, il sistema economico-finanziario non è più in grado di sopravvivere perché viene meno il sostegno dei consumi della classe media
Nei tanti dibattiti sulla crisi il dato sintetico che la
spiega meglio di altri è a mio avviso quello di Picketti e Saez. I due autori
mostrano che il grafico della quota del reddito prima delle tasse posseduto
dall’1 percento degli americani più facoltosi nell’ultimo secolo ha la forma di
una U. Ha toccato il 23.9 percento nel ’29, è sceso progressivamente fino ad un
minimo del 10 percento a metà degli anni ‘70 ed è tornato nuovamente attorno al
23.5 percento nel 2008. Questo semplice grafico ci dice che quando la
diseguaglianza supera livelli di guardia il sistema economico-finanziario non è
più in grado di sopravvivere perché viene meno il sostegno dei consumi della
classe media. Dietro questa U c’è il deterioramento della quota di reddito
appropriata dai salari (la torta del valore economico creato ogni anno si
ripartisce grosso modo tra salari e profitti) che è scesa di circa 12 punti
percentuali in tutti i paesi occidentali ad alto reddito, sempre dagli anni ’70
ad oggi.
Tutte le alchimie finanziarie che seguono, il doping dell’indebitamento delle
famiglie con cui si è pensato di puntellare il sistema, la crisi dei mutui
subprime sono solo conseguenze di questa causa remota.
Le cause non sono solo interne agli Stati Uniti o all’insieme delle economie
occidentali. Il punto fondamentale è che nell’economia globale si è rotto
l’equilibrio dei poteri tra imprese, istituzioni nazionali e sindacati
nazionali che assicurava il perseguimento congiunto crescita e coesione
sociale. Con la globalizzazione le imprese hanno un grado di libertà in più
(l’opzione di delocalizzazione) e quindi un potere contrattuale di gran lunga
superiore a quello degli altri due attori (lo si sapeva già prima di
Marchionne). Tutto questo, e la competizione con paesi dove il costo del lavoro
è molto più basso, ha progressivamente spinto verso il basso il nostro costo
del lavoro. Ci vorrà molto tempo prima di arrivare ad una convergenza tra i due
mondi (a che livello poi ?) ma questo è il processo che stiamo vivendo.
E’ qui che nasce il ruolo strategico della società civile e dell’economia
solidale. Per cercare di correggere questo squilibrio dei poteri nasce
spontaneamente dal basso un’alleanza tra consumatori e risparmiatori
responsabili che “votano con il portafoglio” premiando imprese all’avanguardia
nella capacità di creare valore economico, sociale ed ambientale (i pionieri).
L’alleanza tra cittadini responsabili e pionieri, partita da dimensioni
irrilevanti, diventa progressivamente sempre più importante ed è fermento di
civilizzazione del sistema economico. Il meccanismo è molto semplice. Appena i
pionieri (imprese equosolidali, banche e fondi etici che finalizzano la loro
attività economica a scopi sociali) conquistano anche piccole quote di mercato
l’etica diventa un fattore competitivo perché le imprese tradizionali, pur
mantenendo la loro ottica di massimizzazione del profitto, trovano ottimale
imitarle diventando un po’ più socialmente responsabili. Lo scenario di oggi è
quello in cui, grazie alla concorrenza tra pionieri ed imitatori, le quote dei
prodotti solidali sono cresciute sostanzialmente (il caso più interessante è il
mercato delle banane nel Regno Unito con quote di mercato che sfiorano il 20
percento).
L’economia solidale è un “già e un non ancora”. Già realizza dei risultati
importanti ma il suo potenziale è molto superiore. Se i cittadini si svegliano
e decidono di prendere in mano il loro destino col voto nel portafoglio, il
sistema cambia e la “prossima economia” sarà migliore.
http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it 4/12/2010

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