Fukushima e l’Isola di Pasqua
Senza una seria riflessione sui rischi di questo modello di sviluppo, la nostra civiltà sembra destinata a ripercorrere – in grande – il cammino degli abitanti dell’Isola di Pasqua: abbattuto l’ultimo albero, è cominciata una lunga e inesorabile decadenza.
La domenica di Pasqua del 1922 l’esploratore olandese Jakob Roggeveen sbarcò
sull’isola del Pacifico che proprio dal giorno in cui fu “scoperta” prese il
nome: l’Isola di Pasqua. Vi trovò una popolazione di circa 3000 persone, con un
livello di civiltà – in termini di organizzazione sociale e sapere tecnologico
– molto inferiore a quello necessario per costruire i moai, le famose statue
caratteristiche dell’isola. Ma sopratutto, essendo il territorio privo di
alberi, non si capiva come questi pesantissimi busti di pietra potessero essere
stati trasportati senza il legname sul quale farli rotolare (gli indigeni, al
tempo dell’arrivo degli europei, ritenevano semplicemente che le statue
avessero camminato fin lì da sole).
In verità – come è stato indicato dagli studi più recenti – l’isola non è
sempre stata priva di vegetazione. Al tempo della sua prima colonizzazione da
parte di un gruppo originario della Polinesia il territorio era ricoperto di
una fitta foresta di alberi di palma. L’ottima disponibilità di cibo e di
risorse ambientali (legno per costruire imbarcazioni, abbondante pesce nel
mare, numerose specie di uccelli da cacciare nelle foreste, terra fertile da
coltivare) fece crescere enormemente la popolazione fino a farle raggiungere la
cifra di circa 10.000 individui fra il 1100 e il 1400 d. C. L’articolazione
sociale si strutturò in maniera abbastanza complessa da dar vita ad una classe
di artigiani dediti alla costruzione delle statue che ancora oggi ammiriamo (in
tutto sull’isola si contano 638 moai).
Ma l’impetuoso incremento della popolazione determinò un consumo di risorse
maggiore di quanto fosse la loro capacità di rigenerazione: venivano abbattuti
più alberi di quanti non facessero in tempo a ricrescere, così che nel tempo il
terreno si inaridì, gli uccelli scomparvero e non vi fu più legname con il
quale costruire le imbarcazioni da pesca. Inevitabili giunsero i conflitti
nella comunità e il declino dell’intero sistema sociale.
Questo racconto, che può apparire un suggestivo apologo sui rischi di uno
“sviluppo” del tutto svincolato da considerazioni sulle sue conseguenze di
lungo periodo, è in realtà la storia di una civiltà – per quanto
piccola – che ci ha preceduto (o meglio che si è sviluppata parallelamente alla
nostra). E ci ammonisce sul fatto che non sempre il “corso degli eventi” porta
con sé le soluzioni ai problemi che via via sono sollevati dal processo di
sviluppo: deve intervenire l’intelligenza umana, la consapevole presa d’atto
dei rischi che si stanno correndo, la capacità di scegliere fra
opzioni differenti. Un’intelligenza – che si potrebbe definire di tipo
pratico-morale – non alternativa ma complementare a quella razionalità di tipo
cognitivo-strumentale che è alla base del progresso tecnico.
Purtroppo in questi giorni la nostra classe dirigente – per nostra si intende
quella italiana, perché ben diversa è stata la consapevolezza della
gravità della situazione dimostrata dagli altri leader europei e mondiali – non
sta dando grande prova di intelligenza. Prima i roboanti annunci sulla
necessità di «andare avanti» sulla strada del nucleare senza cedere al ricatto
di chi «specula sulla paura» causata dal disastro della centrale di Fukushima.
Poi la scomposta retromarcia, fotografata dalle umilianti parole del ministro
dell’ambiente Prestigiacomo: «È finita, non possiamo mica rischiare le elezioni
per il nucleare. Non facciamo cazzate. Bisogna uscirne ma in maniera soft. Ora
non dobbiamo fare nulla, si decide tra un mese».
Umilianti perché – a prescindere dalla posizione di merito pro o contro il
nucleare che si può considerare più giusta – rilevano tutta l’incapacità da
parte di questa classe politica di essere “classe dirigente”, ovvero di dirigere,
orientare, fornire una visione. Ha ragione Francesco Merlo quando parla di
«scilipotismo politico» nel descrivere questi personaggi come «banderuole
dell’opportunismo e dell’inaffidabilità» che non hanno nemmeno il coraggio di
sostenere le proprie posizioni e si uniformano «pubblicamente a quegli umori
che in privato disprezzano».
Ora l’ultima trovata pare essere l’utilizzo della parola magica “territorio”.
«Non possiamo fare scelte che non siano condivise da tutti. Scelte non
condivise da chi vede installata nel proprio territorio una centrale», ha
dichiarato il ministro dello sviluppo Paolo Romani (quello dell’«Avanti tutta!»
di qualche giorno fa). Gli ha fatto eco Umberto Bossi: «È il territorio che
decide», dove per territorio immaginiamo si debbano intendere gli organi
rappresentativi delle Regioni. Ma per quale motivo i cittadini – e i
rappresentanti – dell’Emilia Romagna non dovrebbero ad esempio avere interesse
e competenza sulle decisioni in materia di costruzione delle centrali nucleari
che potrebbe prendere il governatore della confinante regione Lombardia?
Al di là degli aspetti strettamente tecnico-giuridici della questione – secondo
l’articolo 117 della Costituzione questa è materia in cui vige una potestà
bipartita fra Stato e Regioni – è evidente come il fantomatico “territorio” del
quale sarebbe opportuno incassare il consenso è l’intero territorio nazionale:
un’eventuale nube tossica sprigionatasi in Lombardia non si fermerebbe certo
sul Po in omaggio alla gloriosa riforma del Titolo V della Costituzione… Senza
considerare che il nodo energetico è parte fondamentale di un complessivo
modello di sviluppo che non può che essere affrontato a livello, almeno, di
Sistema-Paese.
Sappiamo bene che il fronte anti-nuclearista fino ad ora si è fatto forte
dell’opposizione di moltissime Regioni al ritorno del nucleare per contrastare
il piano del Governo. Ma la battaglia può essere vinta anche in campo aperto.
Ora questo “territorio” di cui tanto si parla ha la possibilità di esprimersi
il prossimo 12 e 13 giugno con un referendum: tutti i sondaggi parlano di una
schiacciante maggioranza di contrari al nucleare, ma è dal 1995 che non viene
raggiunto il quorum. Occorre una grande mobilitazione: occorre che i cittadini
italiani si facciano “classe dirigente”.
Micromega (18 marzo 2011)

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