Fini e il male minore
E’ utile, perseguire sistematicamente il Male Minore, nella resistenza al degrado delle istituzioni democratiche?
Da quando ricopre la terza carica dello Stato, Gianfranco
Fini ha un’aspirazione che lo domina, costante: quella a esser statista oltre
che uomo politico, e a scorgere nelle trasgressioni istituzionali di Berlusconi
pericoli che lui, anche se solitario, vuol diminuire o combattere. Il suo
magistero, come quello di Napolitano, è delicato: egli rappresenta la nazione,
non può esser presidente di parte. Ma Fini ha osato molto, ultimamente, fino a
praticare quella che Albert Hirschman chiama l’autosovversione: esprimendosi su
temi essenziali come l’immigrazione, i diritti civili, il testamento biologico,
la laicità. Il libro che ha appena pubblicato (Il futuro della libertà.
Consigli non richiesti ai nati nel 1989, Rizzoli) conferma una volontà precisa,
e il desiderio di pensare la democrazia italiana nel tempo lungo, prendendo
congedo dai dizionari delle «parole neoideologiche» e dei luoghi comuni («Il
caso di Eluana Englaro ci ha dimostrato in modo eclatante che la politica
italiana tende ancora a presentarsi, nei momenti di più aspro confronto, non
secondo le linee contemporanee del “fare”, ma secondo le linee novecentesche
dell’ “essere”, vale a dire le linee in definitiva rassicuranti, ma immobili,
dell’ “identità”»).
Proprio perché ha deciso di scandagliare nuovi mari, vorrei porre al presidente
una domanda di fondo, attorno a un assioma apparentemente importante che lo
guida: se sia giusto, nonché utile, perseguire sistematicamente il Male Minore,
nella resistenza al degrado delle istituzioni democratiche. Se davvero la
situazione sia così degradata e povera di alternative, da imporre questa classifica
dei mali, basata sulle categorie economiche del più e del meno. Nelle dittature
la ricerca del male minore è spesso la sola via, anche se non necessariamente
la più feconda.
Spesso è un camuffamento per iniziare i recalcitranti; solo di rado ingenera i
casi Schindler, che accettò il nazismo salvando 1100 ebrei. Ma nella
democrazia? L’economia dei mali è usanza antica, ma ha senso farne un assioma?
L’interrogativo si pone perché tutta la politica italiana, da anni, ruota
attorno a questo concetto. L’hanno interiorizzato le opposizioni, svariati
giornali, anche la Chiesa.
Lo difendono i centristi (nuovi o vecchi): spesso moderati
per non-scelta, per calcolo breve, per conformistica aderenza all’opinione
dominante. L’ultimo esempio di politica del male minore è quello di Fini
nell’incontro col presidente del Consiglio del 10 novembre: per evitare il
peggio la prescrizione rapida, cui Berlusconi assillato dai processi Mills e
Mediaset teneva molto il presidente della Camera gli ha concesso il processo
breve, che è una prescrizione camuffata e accorcia i procedimenti con
l’eccezione di alcuni reati (non i più gravi d’altronde, essendo escluso anche
il reato di clandestinità: «una semplice contravvenzione punibile con banale
ammenda», commenta Giulia Bongiorno, deputato, vicina a Fini).
La giustizia lenta affligge gli italiani, ma il rimedio non consiste nel
dichiarare che il processo si estingue automaticamente dopo tre gradi di
giudizio per la durata complessiva di 6 anni, bensì nell’introdurre preliminarmente
le riforme che consentono di abbattere i tempi. Riforme da applicare a monte,
senza toccare i processi pendenti. Non si tratta di troncare i processi, ma di
accelerarne il corso. Dichiarare estinto un processo perché dopo due anni non
c’è sentenza di primo grado è di una gravità estrema. In certi casi,
soprattutto per reati delicati con rogatorie internazionali, due anni davvero
non bastano. Scansare il male maggiore è buona cosa, ma quello minore
ambiguo, sdrucciolevole non è detto dia frutti.
Classificare i mali e le colpe è attività millenaria, in teologia e filosofia.
Cominciò il cristianesimo nel IV secolo a graduarli, con Agostino, introducendo
nella valutazione il calcolo economico (il filosofo Foucault parla di teologia
economica). C’erano colpe più o meno nefaste, e alcune erano talmente nefaste
che in assenza di alternative la
Chiesa tollerava mali minori. Nell’«economia del male»,
sosteneva Agostino, meglio le prostitute che l’adulterio; meglio uccidere
l’aggressore prima che egli uccida l’innocente. La guerra, se proporzionata e
volta al bene, divenne giusta. Il fine comunque rimaneva determinante, e il
fine era il perfezionamento e l’imprescindibile trasformazione dell’uomo cui
esso conduce.
Secolarizzandosi, tuttavia il male minore non punta più alla
perfezione-trasformazione, ma all’ottimizzazione dell’esistente e del male.
Cessa d’essere tappa d’un cammino accorto, si fa consustanziale alla
democrazia, addirittura suo sinonimo. Lo descrive con maestria Hannah Arendt,
negli Anni 50 e 60, con ragionamenti che sono ripresi oggi da Eyal Weizman,
l’architetto israeliano direttore del Centre for Research Architecture a
Londra, in un eccellente libricino intitolato Male Minore (Nottetempo 09).
Marco Belpoliti l’ha recensito su La
Stampa il 28-8-09.
Accade a ciascuno di cercare il male minore, nella vita individuale e pubblica.
È il momento in cui urge, tatticamente, scongiurare il precipizio nel peggio.
In politica spingono in questo senso la prudenza, l’astuzia. Ma il male minore
rischia di installarsi, di divenire concetto stanziale anziché nomade: non
ambivalente paradosso ma via aurea, con esiti e danni collaterali che possono
esser devastanti, non subito ma nel lungo periodo. A forza di mitigare
l’iniquità agendo dal suo interno, in effetti, sorgono insidie che la Arendt spiega bene: «Lungi
dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori in politica ci hanno
invariabilmente condotti ai primi».
«Ossessionati dai mali assoluti» (Shoah, Gulag) ci abituiamo a non vedere il
nesso, stretto, tra male maggiore e minore.
La mente stessa muta, quando il male minore si cristallizza in norma.
Chi l’adotta tende a scordarsi, dopo, che in fin dei conti ha optato per un
male. Nella memoria, l’opzione si trasfigura e si naturalizza, in politica,
trasformando l’eccezione in regola: «Una misura meno brutale scrive Weizman
è anche una misura facilmente naturalizzabile, accettabile, tollerabile. Quando
misure eccezionali vengono normalizzate, possono venire applicate più
frequentemente». E applicandole con crescente frequenza, «qualsiasi senso
dell’orrore verso il male si perde», non solo nei politici ma nell’insieme
della nazione.
Quando Fini sceglie un piccolo male per evitare al peggio, è pur sempre nel
male che resta, anche se forse a disagio: con effetti infausti sul futuro cui
tiene tanto. Una successione di piccoli mali finisce infatti col produrre un
male grande raggiunto cumulativamente, non fosse altro perché è impossibile
calcolare l’estensione dei loro guasti.
Fini e Napolitano vengono da esperienze non dissimili. Ambedue hanno accostato
i mali assoluti, avendone condivise le ideologie, e con coraggio ne sono
usciti. Ambedue hanno scoperto le virtù del moderatismo pragmatico, del male
minore. Ma il male minore è una trappola, se il suo essere anfibio e la miopia
del pragmatismo son taciuti. Il male assoluto, paradossalmente, attenua la
vigilanza: «Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente d’aver scelto a
favore del male», dice la
Arendt. Dimentica che l’eroe delle tragedie greche è sempre
alle prese con un dilemma: con due mali più o meno terribili, con le due corna
del toro infuriato. La via di Robert Pirsig, evocata da Weizman, è non
privilegiare un corno piuttosto che l’altro, ma prendere il toro per le corna
(Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi 1981). Il che
significa: disobbedire, rifiutare il miserando gioco della torre. Oppure: «Si
può gettar sabbia negli occhi del toro; si può tentare di addormentare il toro
con una ninna nanna; e infine ci si può rifiutare di scendere nell’arena».
http://www.lastampa.it 15/11/2009

Precedente: Bompiani, quando leggere dava la febbre.







