Filosofi, quei teorici dell’amore erano in realtà dei pasticcioni
Pico della Mirandola rapiva le amanti, Rousseau abbandonava i figli
Gran bel guaio l’amore. Per capire cosa sia, più che poeti o letterati è bene
interrogare i filosofi; diffidate però dal seguirne i consigli pratici. Nelle
faccende sentimentali furono, nei casi migliori, dei pasticcioni. Questa
categoria, per ironia della sorte, sa teorizzare cose meravigliose in materia e
le concretizza malamente. Certo, ci sono stati degli sciupafemmine, come
Giacomo Casanova (si autoincluse tra i pensatori: «Ho vissuto da filosofo,
muoio da cristiano»), ma aveva l’abitudine di comperare case per le conquistate
e di offrire ai parenti un pranzo sontuoso: due elementi che avrebbero fatto crollare
anche una castità ferrea. È pur vero che Giovanni Pico della Mirandola rapì
l’amante, ma il simpatico gesto della mente più fascinosa di ogni epoca finì
con una quindicina di morti. Ci volle l’intervento di Lorenzo de’ Medici per
evitargli il carcere.
Tra i pochi coerenti c’è Arthur Schopenhauer: per lui l’amore va considerato un
inganno della natura, indispensabile per perpetuare la specie. I sensi ci
imbrogliano, facendoci vedere quello che non esiste; esaltano, turbano,
alterano e noi procreiamo. Dopo, si sa, giungono noia e indifferenza o, come
già ricordavano i latini, la «tristitia post coitum». I cacciatori di
sciocchezze sentimentali possono frugare a volontà nelle opere dell’attento
Arthur, ma da esse escono a mani vuote; riescono, caso mai, a trovare qualche
frammento nelle lettere o nelle testimonianze dei suoi frequentatori. Conobbe
tuttavia diverse signore. Il consigliere governativo Eduard Krüger — conversava
con il filosofo negli ultimi anni francofortesi — riferisce che «era stato fidanzato
a Firenze con una donna di alto lignaggio, ma che aveva rotto dopo aver appreso
che costei era malata di polmoni». In una lettera alla sorella Adele (talmente
brutta che non riuscì a trovare marito), Schopenhauer parla di una storia a
Venezia; ma nella città lagunare egli frequentò tale Teresa Fuga, con cui ebbe
in comune il solo sfogo dei sensi. Costei, nella primavera del 1819, gli invia
una lettera per confermargli un incontro. Missiva sgrammaticata sino al comico,
che rivela una disinvoltura di costumi: la vispa Teresa chiede ad Arthur di
trascorrere un po’ di tempo con lei, anche se ha un amico, una relazione con un
impresario e degli inglesi che vanno e vengono. Il traffico nella camera di
madame ha delle pause e il filosofo potrà trasformare le sue teorie sul sesso
in realtà.
Un altro che a Venezia si diede un gran da fare con le signore di larghe vedute
morali fu Jean-Jacques Rousseau. Il pensatore che metterà i suoi cinque figli
ai trovatelli dopo aver meditato la scelta su Platone, nelle Confessioni
ricorda quel che combinò, e relative paure: a seguito di un amplesso con «la Padoana» chiama un medico,
il quale lo cheta e gli assicura che è «conformato in modo particolare» e non
può «essere facilmente infettato». Forse per non correre rischi di codesto
genere, con un suo sodale compera «una bambinetta di undici o dodici anni», con
cui però sembra che non abbia consumato («bisognava aspettare che si fosse
sviluppata»). Il resto è il caso di risparmiarlo, ma non manca nemmeno una
visita alle giovani fanciulle dei Mendicanti, tutte bruttine. Non è il caso di
stupirsi. Sull’onda del ’68, e delle liberazioni dai vincoli borghesi,
Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Michel Foucault, Jack Lang, futuro
ministro francese, firmarono una petizione in cui si chiedeva la legalizzazione
dei rapporti sessuali con i minori.
Kant, invece, ebbe poca considerazione per donne, innamoramenti e matrimonio
(anche per la musica, in verità: amava soprattutto le fanfare); Kierkegaard
sublimò il rapporto con la fidanzata e riuscì a non sposarla; Nietzsche sapeva
creare il superuomo, annunciare la morte di Dio ma per rispondere ai bisogni
della natura si rivolgeva ai bordelli (e sovente non riusciva a placarli
nemmeno lì). Gli piacevano «giovani, belle, alte, bionde» ma le dannate non
ricambiavano con analogo ardore. Oltre le disavventure con Lou von Salomé — che
riuscirà a irretire anche Rilke e Freud — Nietzsche, tra l’altro, per l’uscita
della Nascita della tragedia ricevette una lettera da tale Rosalie Nielsen alla
quale, per dirla in breve, fissò un appuntamento in un hotel di Friburgo.
Entrato in camera, vide «una donna appassita, di una bruttezza ripugnante,
vestita a sghimbescio, sudicia». Se la diede a gambe, urlando: «Mostro, mi hai
ingannato!».
Si potrebbe continuare con le corna che fece (e subì) Heidegger, con gli
antichi cinici che espletavano in pubblico i loro impulsi, con Sant’Agostino
che prima della conversione la sapeva lunga e anche con le pensatrici. Ma sono
storie infinite. E siccome stiamo presentando una nuova edizione
dell’Enciclopedia Filosofica, preferiamo rimandarvi ai volumi in uscita.
Corriere della Sera 18.10.10

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