Equilibri stravolti
Grazie alla confusa incapacità israeliana, la strage di Gaza cambia gli equilibri di nuovo, e consegna la bandiera morale al radicalismo di Hamas e, dunque, dell’Iran.
Cera una volta la capacità di Israele di
eseguire operazioni militari con il minimo di spargimento di sangue e il
massimo di successo. Un esempio, l’«operazione Entebbe»
del 4 luglio del 1976, in
cui 100 uomini delle forze speciali di Israele
sottrassero ai palestinesi 103 su 105 ostaggi ebrei, dopo aver percorso 4000 km in volo senza farsi
intercettare dai radar di mezza Africa, e dopo solo 90 minuti di azione di
terra. Oggi quello stesso esercito non riesce più nemmeno a fermare una piccola
flotta di pacifisti senza fare una strage.
Fra i due episodi un legame evocativo: a Entebbe l’unico morto ebreo fu il comandante del commando,
il leggendario Jonathan Netanyahu;
l’operazione sanguinosa di Gaza oggi è invece il suicidio politico del fratello
minore di Jonathan, il premier Benjamin
(Bibi) Netanyahu.
Israele è terra di famiglie, terra di storia
accelerata e drammatica. Il flesso fra i due Netanyahu,
i loro ruoli e il loro successo o no, è una vicenda
che misura nello spazio di una generazione familiare le evoluzioni del Paese.
Le più rilevanti delle quali riguardano proprio, in maniera intrecciata,
l’esercito e la leadership di Israele.
L’operazione Gaza nasce infatti nel segno
dell’indebolimento delle forze armate israeliane. Operazione non pensata, non
preparata, eseguita con il personale sbagliato - militari invece che
poliziotti, tecnica di assalto invece che semplice
blocco navale - e, soprattutto, con uomini privi di senso della realtà: soldati
che rispondono con il fuoco alla resistenza con sbarre di ferro sono uomini
impauriti, confusi sulla propria missione. Cioè
l’esatto contrario di un addestrato corpo scelto.
L’indebolimento della forza militare di Israele si è
del resto fatto progressivamente sempre più visibile nelle ultime guerre.
L’invasione del Libano fu mal calcolata, sanguinosa anche per
l’esercito ebraico e, alla fine, non vittoriosa - solo la mediazione
internazionale rimise insieme i cocci e la reputazione del governo di
Gerusalemme. La successiva invasione di Gaza è stata sproporzionata, inutile e,
anche questa, priva di sostanziali risultati. L’indebolimento della supremazia
militare israeliana è una delle maggiori evoluzioni strategiche del Medio
Oriente e, come si è visto ieri, si rivela un fattore di pericolo per tutta
l’area, ma anche per la stessa Israele.
Che ci sia un profondo intreccio fra debolezza militare e
indebolimento della leadership è fatto innegabile. Dopo l’ultimo vero
leader militare e politico, quel Rabin che piegò la
prima Intifada, ma si piegò lui stesso agli accordi
di pace, la guida di Israele oscilla fra pragmatici,
un po’ corrotti, e superideologizzati, come Netanyahu. La mancanza di un chiaro sbocco per il futuro
provoca l’ansia, la confusione, e l’autoritarismo da cui nascono
tutte queste guerre sbagliate.
In questo senso il Primo Ministro di Israele è profondamente
responsabile di quel che è successo nel mare davanti a Gaza, anche se era in
Canada. Sua è la responsabilità di un leader che
naviga a vista, e che non sembra capire la possibilità degli eventi di
precipitare. Le uccisioni di Gaza sono figlie della paranola
politica che, tra le altre cose, è stata rinforzata
nell’ultimo anno dalla convinzione da parte di Israele di non avere più in Obama l’alleato che ha sempre avuto nei precedenti
presidenti Usa. E proprio nel nuovo strappo che la strage ha causato nel
rapporto con Washington c’è la migliore prova del
boomerang che la strage sulla nave costituisce per il governo di Gerusalemme.
Saltato è infatti l’incontro che proprio oggi doveva
avvenire a Washington fra i due capi di Stato. Questo ultimo, il quarto in
pochi mesi, era stato organizzato da Rahm Emanuel,
capo dello staff della Casa Bianca, a riprova dei
tanti fili ancora da riparare fra Washington e Gerusalemme. Netanyahu
e Obama sono oggi invece ognuno a casa propria, e la
crisi assume a questo punto una valenza regionale.
Il presidente americano, impegnato con la difficile situazione in Afghanistan,
con le tensioni con l’Iran e quelle fra le due Coree e, in patria, con il
disastro petrolifero e le elezioni a novembre, non ha né agio né tempo per
aprire nuovi fronti. Per l’amministrazione affrontare (sia pur non risolvere)
la questione palestinese è snodo cruciale per poter mettere sul tavolo della
sua politica in Medio Oriente la prova di qualche progresso nel conflitto più
storico. Per questa ragione Washington era riuscita il mese scorso a far
digerire a Israele l’idea di una ripresa di colloqui
di pace - in verità così sciolti da essere chiamati «proximity
talks», fatti cioè attraverso l’inviato Usa George Mitchell. Questi colloqui,
appena iniziati, dopo la strage, possono considerarsi chiusi.
Così come interrotti sono ora i rapporti fra Israele e Turchia, che è stato uno
dei pochi interlocutori fra i Paesi musulmani di Gerusalemme. Con la
conseguenza di spingere ulteriormente in direzione radicale l’orientamento
della pubblica opinione di Istanbul. Non meglio esce
il rapporto costruito fra Il Cairo e Israele. Finora infatti
l’Egitto ha tenuto chiusa la sua frontiera di Rafah
con Gaza, in silenzio\/assenso alla politica
israeliana di isolamento di Hamas. La pressione
sull’Egitto a rompere questa politica è ora inevitabile.
La strage di Gaza consegna, infine, ad Hamas la più seria vittoria di immagine finora conseguita
dall’organizzazione.
La politica palestinese in Cisgiordania e Gaza è profondamente diversa, dopo la rottura che ha opposto Hamas a Fatah. Negli ex Territori
Occupati, il Presidente e il primo ministro Fayyad,
riconoscono Israele, hanno mantenuto aperti i canali di negoziazione, hanno
acquisito una parte di diritto di governo indipendente, in un’alleanza con i
governi occidentali. A Gaza invece Hamas è
fisicamente accerchiata, è disconnessa per scelta da ogni contatto con Israele,
la cui esistenza non è stata mai legalmente riconosciuta, e guarda come alleato
principale all’Iran. Da queste differenze sono nate guerre intestine pesanti: Fatah ha fatto prigionieri, torturato e ucciso gli uomini
di Hamas - e viceversa, a Gaza. Secondo
informazioni recenti, è in corso fra le due fazioni anche un’intensa
guerra di spie per boicottare l’uno l’altro. In questa guerra semisegreta
Egitto e Usa sono stati finora al fianco dei Palestinesi in Cisgiordania,
nella speranza che la conquista di egemonia di Fatah su Hamas fosse l’unica
soluzione per riprendere in mano la esplosiva Gaza.
La divisione fra Palestinesi in questi ultimi anni è stata insomma un bonus per
il governo di Gerusalemme. La strage di Gaza cambia gli equilibri di nuovo, e
consegna la bandiera morale al radicalismo di Hamas
e, dunque, dell’Iran.
Se non fosse che Bibi è in
queste ore già un politico mezzo morto, varrebbe la pena di dirgli:
congratulazioni. Dopotutto ci vuole una grandiosa incapacità per rompere un
intero equilibrio regionale, tutto, e tutto insieme.
http://www.lastampa.it 01-06-2010

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