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Elogio del saper fare.

La ricetta del sociologo americano contro i guasti dell´economia

Quando nel 1949, a Brema, Martin Heidegger paragonò la fabbricazione di cadaveri nelle camere a gas all´agricoltura meccanizzata, non poteva avere alcun sentore del fatto che questo giudizio lo avrebbe accomunato alla moderna new economy. Eppure, anche se di sicuro il filosofo tedesco avrebbe dato di quest´ultima un giudizio apocalittico, segretamente condivideva con essa un identico giudizio verso i lavoratori manuali, coloro che producono gli oggetti da usare nella vita quotidiana: «Gli artigiani e i tecnici non pensano». Simili ad animali da soma, non concorrono né al pensiero speculativo né, appunto, all´alta finanza. Il filosofo come il Ceo, il capo di un´azienda, uniti nel disprezzo verso chi si cura della materialità delle nostre esistenze.

È invece un vero elogio alla maestria tecnica il nuovo volume del filosofo e sociologo Richard Sennett, L´uomo artigiano (The Craftsman, Feltrinelli, pagg. 320, euro 25), il primo di una trilogia dedicata alla proposta di una "cultura materiale" che rovesci il pregiudizio negativo sulla manualità. Una difesa dell´abilità nel fabbricare le cose e più in generale - "craft" significa arte, mestiere, tecnica - del lavoro ben fatto, capace. Quello dove testa e mano sono collegate e il rapporto con la materialità della vita è saldo.

Il lavoro artigiano contiene già, secondo Sennett, tutta l´etica di cui abbiamo bisogno: non solo perché è «mosso dalla curiosità, sa temperare l´ossessività; apre il lavoratore verso l´esterno», ma anche perché esso si svolge all´interno di un contesto di cooperazione, non di esasperata competizione individuale.

Ma le peregrinazioni del filosofo attraverso tra le botteghe del passato e del presente - dai vasai e gli orafi ai telescopi e ai microscopi - sono soprattutto un modo, fisico esso stesso, per denunciare la virtualità del capitalismo moderno. I cui lavoratori, disancorati dalla realtà e impossibilitati a provare orgoglio per ciò che svolgono, si ritrovano non solo frustrati ma anche minati nel senso stesso del loro essere: «Il desiderio di fare bene una cosa è un test decisivo per la nostra identità; perseguire attivamente un lavoro ben fatto e scoprire che non possiamo compierlo corrode il nostro senso di sé».

Prof. Sennett, chi sono gli artigiani delle nostre società, i "demiurghi" contemporanei?

«Oggi assistiamo alla creazione di un numero crescente di quelli che io chiamo "artigiani", grazie al progresso della tecnologia. Artigiani del software, tecnici medici, ma anche coloro che si occupano della contabilità negli uffici amministrativi delle aziende o organizzano la spedizione ai punti di vendita per la grande distribuzione. Questi mestieri rappresentano una continuazione di molte delle arti artigiane che vengono dall´età preindustriale. E al pari di queste ultime, anch´essi oggi sono soggetti agli stessi abusi di cui hanno sofferto i mestieri tradizionali. Ecco perché questo libro non è un libro sul passato, ma è soprattutto una critica a un sistema che si concentra solo sulle "skill", le abilità, ma non capisce cosa significa essere persone dotate di competenze».

Tra le abilità che lei mette in evidenza ci sono soprattutto quelle legate al lavoro materiale. Però gli indicatori attuali considerano più importanti per lo sviluppo di un paese le competenze di tipo altamente cognitivo.

«Voglio chiarire che con "artigiano", intendo qualsiasi lavoratore che si trova a fronteggiare il fatto che la nuova economia non lo rende libero di fare un buon lavoro. Nella mia definizione rientrano quindi anche i nuovi lavori, proprio perché essi sono afflitti dagli stessi problemi che affliggono quelli antichi. Il punto è che, mentre si fanno grandi discussioni su come reimpiegare le persone disoccupate, di fatto si comprano competenze svincolate dalle persone sul mercato, andando a prenderle là dove sono più economiche, in Asia o in India. Non siamo capaci di formare e motivare molti lavoratori, in modo da adattarli ai cambiamenti del mercato globale».

Nel suo libro lei rovescia un clichè duro a morire in filosofia. L´idea che la tecnica sia qualcosa di distruttivo. Addirittura immorale.

«La mia proposta di una nuova cultura materiale non ha niente a che vedere con una cultura consumista, perché riguarda il fare, nel senso di "poesis", non il comprare. Osservo invece che ovunque materialismo e consumismo sono associati. Abbiamo bisogno di un materialismo culturale per capire meglio come le nostre cose sono fatte, da dove vengono: questo, nella mia visione, renderebbe il mondo migliore».

Come difendersi dall´accusa di subordinare tutto ad un fine produttivo? Cioè dall´utilitarismo?

«Utilitarismo e materialismo hanno connessioni più ampie, ma sono due cose distinte. Il primo si concentra sulla pura funzionalità, ma concepisce la tecnica come una cosa statica; il materialismo, per come lo intendo io, ha a che fare invece con la metamorfosi, l´evoluzione, col modo con cui si trovano nuove soluzioni ai problemi, nuovi modi nel fare le cose. Nell´utilitarismo non c´è la fase dell´esplorazione, dello sviluppo delle competenze, ma unicamente "skill" ripetute e senza evoluzione. Il progresso dipende da una sorta di dialogo tra esplorazione e maestria».

La sua difesa dei mestieri artigiani, del lavoro ben fatto, ha anche una valenza politica?


«Sì. Sono infatti convinto che noi avremmo un diverso ordine sociale se ci dedicassimo allo sviluppo delle capacità umane. Questo ci consentirebbe di mettere l´accento più sulla collaborazione, piuttosto che sulla competizione, come il metodo migliore per sviluppare le competenze. Proprio come avveniva nelle botteghe artigiane del passato. Al contrario, il capitalismo moderno è convinto che la differenza, e quindi l´ineguale situazione di partenza, sia generatrice di sviluppo assai più della cooperazione. È un errore, perché in questa immagine manca del tutto l´idea del lavoro insieme, che non ha nulla di romantico: investire, come fa l´Occidente, solo sulle capacità di pochi, trascurando quelle dei molti, non è una questione solo etica, ma economica. L´esempio più evidente di questa mentalità riguarda l´istruzione: siamo sempre in cerca degli individui eccezionali, dei talenti su cui investire tutto. Così, non solo dimentichiamo di formare bene la maggioranza, ma non ci accorgiamo che la competizione nelle scuole impedisce alle persone di collaborare, e produce più disuguaglianza. Questo neoliberismo ha persino colonizzato l´immaginario della sinistra, focalizzandolo più sul tema della competizione che sul tema del lavoro e della sua qualità».

È anche una critica alla retorica degli "esperti", che ci viene quotidianamente propinata?

«Gli "esperti": chi sono costoro? Persone che si muovono da situazione a situazione, da obiettivo a obiettivo, senza produrre nulla, senza alcuna responsabilità e soprattutto senza nessuna conoscenza dell´organizzazione nella quale si muovono. Così possono sparire senza lasciare traccia e senza trasmettere alcun sapere. L´expertise non può essere svincolata dall´esperienza. Né dal tempo, visto che occorrono anni per fare una valvola o un computer».

Artigianato ed arte: in passato erano fortemente collegati, oggi non più. Il suo libro è anche una critica all´arte contemporanea, ormai svincolata dalla materialità?

«Anche l´arte, come il lavoro, deve ritrovare il suo rapporto con la fisicità, per non rischiare di essere puramente mentale. Lo sa che i lettori più entusiasti di questo libro sono stati proprio i giovani artisti, che hanno un forte desiderio di riscoprire l´aspetto artigianale del loro lavoro, del tutto trascurato negli ultimi decenni? E forse non è un caso che di recente, ad una mia conferenza su Giorgio Morandi, sono accorse centinaia di persone. Morandi era infatti un vero artigiano».

(http://www.repubblica.it, lunedì, 08 dicembre 2008)

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