Ecco perché l’Italia ha bisogno di loro
Il matrimonio può apparire la strada più semplice. Ma nasconde insidie per l´integrazione
Sono più donne che uomini, hanno meno di quarant´anni e abitano prevalentemente
nelle provincie del Centro Nord, ma sono molto presenti anche in quelle del
Nord-Est (Brescia, Vicenza, Treviso, Padova, Verona). La maggioranza ha chiesto
e ottenuto la cittadinanza perché vive in Italia da lungo tempo e ha deciso che
questo è il Paese in cui vuole vivere e con cui si identifica come cittadina o
cittadino. Ma una grossa parte, e la grande maggioranza delle donne, ha
ottenuto la cittadinanza perché ha sposato un cittadino italiano.
L´accesso alla cittadinanza e prima ancora al soggiorno in Italia si conferma
così ancora molto differenziato per gli uomini e le donne che vengono da altri
paesi. I primi vengono prevalentemente per lavoro, le seconde prevalentemente
per matrimonio. Il che significa anche che i matrimoni in cui uno dei coniugi è
straniero vedono prevalentemente un marito italiano e una moglie straniera.
Si tratta di forme di accesso alla cittadinanza non solo diverse
istituzionalmente, ma anche per i percorsi di integrazione che sollecitano. Il
matrimonio può essere una via apparentemente più facile della cittadinanza
ottenuta per lavoro, ma può essere molto più esigente sul piano
dell´integrazione e dell´adattamento, dato che si ha a che fare con attese e
giudizi che riguardano direttamente gli stili di vita personali e i modelli di
normalità quotidiana, e che sono formulati dalle persone più vicine: i parenti
e gli amici propri e altrui. È tuttavia anche la strada più aperta ad abusi,
con matrimoni di comodo. Ho il sospetto (nei dati resi pubblici non c´è questa
informazione) che il forte aumento delle cittadinanze negate, quasi raddoppiate
rispetto all´anno prima, riguardi proprio quelle richieste in base al
matrimonio, nella misura in cui sono aumentati i controlli.
Soprattutto tra chi, donne e uomini, è divenuto cittadino dopo aver risieduto e
lavorato a lungo in Italia, il livello di istruzione è mediamente buono. Più
della metà delle donne ha almeno il titolo della scuola media superiore e in
molti casi anche la laurea. È in una situazione analoga il 43 per cento degli
uomini. Si tratta quindi di nuovi cittadini/e non solo mediamente giovani, ma
istruiti altrettanto se non più della media dei cittadini autoctoni, certamente
almeno bilingui, competenti nel transitare tra culture diverse e nel «tradurle»
l´una all´altra. Si tratta di caratteristiche preziose per loro come per la
società italiana. Una società che non solo è avviata all´invecchiamento, ma che
non riesce spesso a trattenere i propri giovani meglio formati e fa fatica ad
attrarne da altri paesi.
Sarebbe opportuno che il lieve trend in crescita nel numero di cittadinanze
concesse venisse robustamente rafforzato concedendo più facilmente -
automaticamente, mi verrebbe da dire - la cittadinanza a quei ragazzi che sono
nati o comunque cresciuti in Italia e per i quali l´Italia è il Paese di ovvia
appartenenza e l´italiano la lingua corrente. Qualche tempo fa i ricercatori
Gianpiero Dalla Zuanna, Patrizia Farina e Salvatore Strozza hanno segnalato (I
nuovi Italiani, Il Mulino, 2009) che, benché ottengano mediamente risultati
peggiori degli autoctoni in una scuola che spesso non ha strumenti per
integrarli davvero, i ragazzi «stranieri» hanno atteggiamenti meno tradizionali
dei giovani italiani, pur provenendo spesso, anche se non sempre, da paesi dove
famiglia e clan sono gli assi portanti della società. In particolare, contro
tutti gli stereotipi, le ragazze hanno una visione delle donne più moderna
rispetto alle coetanee italiane. Invece di frapporre troppi ostacoli e finestre
strette alla loro acquisizione di cittadinanza, la garanzia di ottenimento
della cittadinanza, se la desiderano, dovrebbe fare parte esplicitamente del
patto sociale che si stipula con loro. Per evitare che le difficoltà di vivere
tra due mondi e due culture si trasformino in estraneazione e rancore.
Repubblica 15.6.11

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