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Ecco perché il libero arbitrio non è libero

Esiste la facoltà autonoma di volere e di decidere?






Sta per essere lanciato negli Stati Uniti un grande progetto interdisciplinare quadriennale, con uno stanziamento di più di quattro milioni di dollari, per far luce sulle questioni fondamentali a proposito del cosiddetto libero arbitrio. Dal punto di vista delle neuroscienze. Il tema è l'esistenza stessa della nostra libertà di volere e di decidere, come individui e come collettivo; un problema vecchio di secoli, ma rilanciato da alcuni sorprendenti esperimenti della nuova scienza del cervello e della mente.
Io sono libero se nessuno decide per me. Questo qualcuno può essere un estraneo, come nella problematica classica, dibattuta più e più volte nella storia, ma può essere anche una parte di me, una parte, ovviamente, nella quale io non mi riconosco interamente. Il problema è tutto qui. Ma come ci può essere venuta in mente un'idea così peregrina e inquietante?
Tutto inizia con la constatazione dell'esistenza di un numero sempre maggiore di «inquilini» che abitano la nostra testa, ovvero della grande varietà di istanze relativamente indipendenti che operano quotidianamente dentro di noi. Marvin Minsky parlò a suo tempo di «società della mente» per indicare questa pluralità di attori presenti nella nostra mente, ciascuno capace di badare a se stesso e di promuovere un certa quantità di attività autonome. In questa maniera la nostra impressione soggettiva di essere un individuo unico e indivisibile si è progressivamente sgretolata.
A questo si deve poi aggiungere l'altra constatazione — vecchia di più di un secolo ma metabolizzata solo molto di recente — che «la nostra mente è sempre l'ultima a sapere», per dirla con Michael Gazzaniga. Che cosa vuole dire? Vuole dire che fra un certo evento nervoso, anche interno, e la sua presa di coscienza da parte nostra passa... un'eternità: più di un terzo di secondo. Sempre e comunque. Meno male che la presa di coscienza non è sempre necessaria, ad esempio per guidare nel traffico o per giocare a tennis o a pallavolo! Se noi dovessimo aspettare di essere coscienti di tutto quello che ci accade, falceremmo molti passanti e falliremmo molte schiacciate; fortunatamente le gambe e le braccia «agiscono» e reagiscono velocemente per conto loro, almeno in prima istanza. Solo dopo, con calma, prendiamo coscienza di alcuni di questi eventi.
E veniamo a noi, cioè al secolare problema del libero arbitrio, che tutti pensiamo, con maggiore o minore sicurezza, di possedere e di esercitare. Il fatto è che trent'anni di neuroscienze ne hanno messo seriamente in discussione l'esistenza. Tutto è cominciato con gli esperimenti di Benjamin Libet, che all'inizio degli anni Ottanta osservò con attenzione l'elettroencefalogramma di una persona che doveva decidere se premere o non premere un pulsante. Ci si rese allora conto del fatto che una parte del cervello del soggetto in questione mostrava un segnale di tipo «motorio» più di mezzo secondo prima che quello premesse effettivamente il pulsante e un terzo di secondo prima di quando lui stesso si dichiarava convinto di aver preso tale decisione. Si trattò di una serie di esperimenti molto discussa, anche perché furono realizzati quando le tecniche impiegate per mettere in risalto gli eventi cerebrali erano ancora ai primordi. Il dubbio, però, era stato insinuato e la problematica riaperta, nel quadro di una generale constatazione che le neuroscienze di oggi — e più in generale gli avanzamenti delle conoscenze scientifiche — ci costringono a rivisitare sistematicamente le idee più comuni della nostra vita, proponendoci di ridefinirne ambiti e significati.
Dopo aver proposto di riconfigurare concetti «scontati» come memoria, desiderio, percezione e coscienza, questi avanzamenti stanno ora mettendo in dubbio l'esistenza stessa della libertà e del cosiddetto libero arbitrio. Cioè la possibilità di prendere una decisione cosciente sull'università a cui iscriversi, o sull'ordinare al bar un caffè nero piuttosto che macchiato. Conoscere più a fondo i meccanismi neurali che stanno alla base delle nostre azioni ha avuto l'effetto di mettere in dubbio la nostra libertà di decidere in piena autonomia, così come l'approfondimento del meccanismo d'azione dei geni ha gettato un'ombra sull'assunto che in condizioni di perfetta salute siamo tutti capaci di intendere e di volere allo stesso grado. Credo personalmente che entrambe le preoccupazioni siano infondate, ma è proficuo e istruttivo rifletterci sopra.
Gli esperimenti di Libet sono stati ripetuti e confermati più volte, nonostante un certo scetticismo di molti operatori del campo, fino a che nel 2008 John-Dylan Haynes e il suo gruppo hanno ripreso il problema, utilizzando metodiche diverse e molto più raffinate, e chiedendo al soggetto di fare anche la scelta fra due diversi pulsanti da premere. Scrutinando l'intero cervello del soggetto in questione con la risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno osservato che uno specifico evento cerebrale si presentava con qualche secondo di anticipo sul compimento dell'azione e certamente con largo anticipo rispetto a quando il soggetto affermava di aver preso la decisione.
Anche questa serie di esperimenti è stata però oggetto di varie critiche, sul versante tecnico e su quello teorico. La neurofilosofa Adina Roskies ha commentato che nella migliore delle ipotesi tutto questo non dimostra nient'altro che l'esistenza di fattori fisici in grado di influire sulle nostre scelte, «il che è tutto fuorché sorprendente». Ma Haynes non si è rassegnato e ha compiuto altri esperimenti, nei quali ha raffinato ulteriormente la metodologia di indagine e ha chiesto al soggetto di prendere un diverso tipo di decisione: sommare oppure sottrarre un numero da una lista visualizzata sullo schermo di un computer. Anche per questo caso più complesso di decisione, l'esito può essere comunque previsto con un anticipo di quattro secondi.
Dobbiamo rinunciare allora al concetto di libero arbitrio e all'idea di essere padroni delle nostre azioni? Come si vede, l'interpretazione dei risultati è ancora piuttosto controversa, e d'altra parte, se questi dati escludono veramente l'esistenza del libero arbitrio oppure no, dipende anche molto da una sua definizione, cioè dall'avere preliminarmente chiarito che cosa vuol dire: «A decidere sono stato io».
Se il mio io si estende a tutto il mio corpo, allora non c'è dubbio che a decidere sono sempre io, ovviamente in assenza di coercizioni esterne. Se invece il mio io è visto come un'istanza immateriale di natura autoreferenziale e distinta dal corpo stesso, allora l'esistenza del libero arbitrio è seriamente messa in dubbio da questa serie di indagini sperimentali.

Corriere della Sera La Lettura 20.11.11

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