Ecco le cinque mosse per salvare l´economia
Quando esplodono le bolle finanziarie, gli effetti, in termini di contrazione, liquidazione forzata di attività, deflazione e distruzione di ricchezza, possono raggiungere proporzioni catastrofiche.
Quando esplodono le bolle finanziarie, gli effetti, in
termini di contrazione, liquidazione forzata di attività, deflazione e
distruzione di ricchezza, possono raggiungere proporzioni catastrofiche. In un
contesto deflattivo, il peso del debito accumulato può affondare il sistema
bancario e spingere l´economia in depressione: uno scenario da evitare a tutti
i costi. Un modo per riuscirci è creare moneta per compensare la contrazione
del credito, ricapitalizzare il sistema bancario e cancellare o svalutare in
modo ordinato il debito accumulato. Per ottenere i risultati migliori questi
tre processi devono essere combinati, e per fare una cosa del genere servono misure
radicali e poco ortodosse.
Se queste misure si rivelassero efficaci e il credito ricominciasse a
espandersi, le pressioni deflazionistiche lascerebbero il posto allo spettro
dell´inflazione e le autorità dovrebbero drenare via dall´economia la moneta in
eccesso con la stessa velocità con cui l´hanno pompata dentro.
La seconda di queste operazioni probabilmente sarà ancora più complicata della
prima da portare a termine, sia sul piano tecnico che su quello politico, ma
l´alternativa -la depressione economica globale e il disordine mondiale - è
inaccettabile. L´unico modo per impedire una situazione di assoluto squilibrio
- deflazione e depressione a livello mondiale - è prima indurre, e poi ridurre,
il suo contrario.
Il problema è di proporzioni perfino maggiori di quelle degli anni 30, e la
risposta scoordinata e arbitraria dell´amministrazione Bush ha ulteriormente
aggravato la situazione. L´opinione pubblica e le imprese hanno subito un colpo
durissimo dopo il fallimento della Lehman e l´economia è andata a picco. I
prossimi due trimestri evidenzieranno un rapido deterioramento. E quello che
succede negli Stati Uniti continuerà ad avere un impatto profondo sull´economia
globale.
E dunque, per prevenire il peggio, l´amministrazione del presidente Barack
Obama dovrà adottare un pacchetto di misure radicale e a tutto campo,
articolato in cinque elementi principali: 1)Stimoli fiscali; 2) Revisione a 360
gradi del sistema dei mutui; 3) Ricapitalizzazione delle banche; 4)Politiche
energetiche innovative; 5) Riforma del sistema finanziario internazionale.
Il programma di stimoli fiscali è già in fase avanzata, ma ci vorrà tempo per
tradurlo in pratica e servirà unicamente ad attenuare gli effetti negativi
della crisi. A mio parere, la revisione radicale del sistema dei mutui e la
ricapitalizzazione delle banche sono due misure indispensabili per far
ripartire l´economia.
L´obbiettivo della riforma dei mutui è evitare un calo eccessivo dei prezzi
degli immobili riducendo al minimo i pignoramenti e offrendo incentivi per gli
acquirenti. Tutto questo è necessario per ridurre le pressioni
deflazionistiche, stabilizzare i bilanci delle banche e incoraggiarle a
riattivare il credito. Il modo migliore per raggiungere questo obbiettivo è
intervenire sul sistema dei mutui, facendo in modo che il capitale non superi
il valore della casa. Infuria il dibattito se questi interventi debbano essere
frammentari, volontari e mirati ai mutuatari morosi, oppure se debbano
abbracciare l´intero sistema ed essere resi vincolanti anche per quei mutuanti
che non aderiscono spontaneamente. Io raccomando un approccio di sistema,
perché intervenire in modo frammentario non consentirebbe di raggiungere un
numero di famiglie sufficiente a ridurre in modo importante i pignoramenti. I detentori
di obbligazioni Cdo non hanno nessun motivo per accettare interventi di
modifica volontari che rischierebbero di spazzarli via. Un altro vantaggio di
un approccio di questo tipo è il fatto che consentirebbe una revisione a 360
gradi del sistema dei mutui negli Stati Uniti, che si è rivelato alquanto
deficitario.
Qualsiasi piano per la ricapitalizzazione delle banche dovrà invece essere
obbligatorio e abbracciare l´intero sistema, non scoordinato e volontario com´è
successo con Paulson al Tesoro. Dopo la ricapitalizzazione, i requisiti
patrimoniali minimi verrebbero abbassati, diciamo al 6 per cento, e questo
incoraggerebbe le banche a prestare, perché sarebbero smaniose di trarre
profitti dagli alti margini prevalenti in quel momento. L´economia si rimetterebbe
in moto. Con tutti che hanno a disposizione una montagna di liquidità e
improvvisamente sono smaniosi di farla fruttare, si scatenerebbe la corsa alle
attività meno liquide. A quel punto, con l´inflazione in agguato, i requisiti
patrimoniali minimi verrebbero alzati all´8 per cento e poi ancora più su,
riducendo in tal modo la leva del sistema bancario, cosa che, sul lungo
periodo, rappresenta un obbiettivo auspicabile.
Le politiche energetiche potrebbero giocare un ruolo molto più innovativo per
contrastare la recessione e la deflazione. I consumi americani non possono più
fare da volano all´economia globale, serve una nuova locomotiva. Il testimone
lo potrebbero raccogliere le energie alternative e il risparmio energetico, ma
solo se il prezzo dei carburanti convenzionali verrà mantenuto a livelli
sufficientemente alti da giustificare gli investimenti in questo campo,
investimenti che aiuterebbero anche a contenere la deflazione. Fino a questo
momento, però, nessun politico statunitense ha osato cimentarsi nell´impresa di
cercare di persuadere l´opinione pubblica della necessità di un aumento del
prezzo dei carburanti convenzionali.
Il sistema finanziario internazionale, così come si è sviluppato dagli Anni 80 in poi, è stato dominato
dagli Stati Uniti e dal cosiddetto "Consenso di Washington". Lungi
dal garantire una competizione equa, questo sistema ha favorito quei Paesi che
mantengono il controllo delle istituzioni finanziarie internazionali, in
particolare gli Stati Uniti, a discapito delle nazioni situate alla periferia
dell´economia mondiale. I Paesi periferici sono stati sottoposti alla
disciplina di mercato dettata dal Consenso di Washington, che li ha esposti a
una serie di crisi finanziarie da cui gli Stati Uniti sono rimasti immuni,
succhiando i risparmi mondiali per tenere in piedi un disavanzo delle partite
correnti sempre più ingente.
Questo stato di cose avrebbe potuto andare avanti all´infinito, perché la
disponibilità dell´America a tenere in piedi un deficit cronico con l´estero
trovava corrispettivo nella disponibilità di altri Paesi a tenere in piedi
surplus cronici. La crisi finanziaria corrente ha messo fine a questa
situazione e allo stesso tempo ha rivelato l´enorme iniquità di quel sistema,
perché la crisi è nata negli Stati Uniti ma sta seminando scompiglio
soprattutto nelle nazioni periferiche. I problemi dei Paesi periferici sono uno
sviluppo recente, innescato dalla bancarotta della Lehman Brothers, e ancora
non ci si è resi conto veramente della loro rilevanza. I Paesi del centro sono
riusciti a garantire i loro depositi bancari, ma quelli della periferia non
sono in grado di offrire agli investitori assicurazioni altrettanto
convincenti. Il risultato è che i capitali fuggono via, non si riesce a
rinnovare i prestiti in scadenza e le esportazioni arrancano per mancanza di
finanziamenti.
Il futuro delle istituzioni finanziarie internazionali, dunque, dipenderà dalla
loro capacità di svolgere con efficacia un compito nuovo: proteggere la
periferia da una tempesta che promana dal centro, in particolare dagli Stati
Uniti. Servono aiuti consistenti per proteggere i sistemi finanziari dei Paesi
periferici, incluso il finanziamento dell´import-export, e per mettere i loro
governi nelle condizioni di impegnarsi in politiche di bilancio anticicliche.
Per fare la prima cosa serviranno ingenti fondi di riserva, disponibili con
breve preavviso per periodi di tempo relativamente brevi. Per fare la seconda
cosa serviranno finanziamenti a lungo termine. Ma il fatto è che i circa 200
miliardi di dollari (155 miliardi di euro) in fondi non assegnati a
disposizione del Fondo monetario internazionale (Fmi) non sono neanche
lontanamente sufficienti per garantire un volume rilevante di aiuti,
considerando le potenziali necessità. E allora che cosa bisogna fare?
La soluzione più semplice è creare più moneta. Il meccanismo per emettere
diritti speciali di prelievo (Dsp) già esiste. Per attivarlo serve solo
l´approvazione dell´85 per cento dei membri del Fmi. In passato, sono stati gli
Stati Uniti a opporvisi. Creare una maggiore offerta di moneta è la risposta
giusta al collasso del credito. Questo è quello che stanno facendo gli Stati
Uniti a livello nazionale. Perché non farlo anche a livello internazionale? (Traduzione
di Fabio Galimberti)
Questo è il secondo articolo di George Soros, presidente del Soros Fund Management, sulla crisi economica mondiale. Il primo è stato pubblicato il 3 febbraio. Copyright: Project Syndicate, 2009. www.project-syndicate.org
da La Repubblica 11 febbraio 2009

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