Ecco i nodi da sciogliere per salvare l’euro
Che la crisi possa dilaniare il tessuto civile, spezzare il patto sociale, destabilizzare le democrazie, non è un’ipotesi remota legata ai paragoni storici con gli anni Trenta.
I mercati non ci hanno creduto, riportando alle stelle i tassi d’interesse sui
titoli di Stato spagnoli e italiani? Perché? Quali promesse non sono state
mantenute? Quali sono i veri nodi che fanno dell’eurozona un malato grave,
capace di contagiare il mondo intero? Si può curare un problema strutturale –
come la perdita di competitività dell’Italia verso la Germania – con escamotage
d’ingegneria finanziaria? E che accade se la recessione dell’eurozona coinvolge
pesantemente Stati Uniti e Cina?
LA FINTA RESA
DELLA MERKEL
Non solo i media italiani – che hanno l’attenuante dell’amor di patria – ma
quelli del mondo intero avevano preso per buona la versione iniziale: “Mario
Monti piega Angela Merkel”. Sembrava che il 29 giugno un inedito fronte
italo-franco- spagnolo avesse messo la Germania con le spalle al muro portano a casa due
risultati importanti. Uno “scudo anti-spread”: la facoltà di usare il fondo
salva-Stati per interventi sistematici di acquisto di bond spagnoli e italiani,
con l’obiettivo di fissare un tetto massimo allo spread, limitando così il
costo di rifinanziamento del debito pubblico nei due paesi in questione. Il
secondo risultato era la ricapitalizzazione diretta delle banche spagnole,
sempre da parte del fondo salva-Stati, senza far transitare gli aiuti dalle
casse del Tesoro di Madrid. Onde evitare di gonfiare ulteriormente il debito
pubblico spagnolo. I mercati hanno capito per primi che le due “vittorie” erano
fasulle. Un po’ perché la
Merkel ha giocato una seconda partita su un campo diverso: mandando
avanti la Finlandia
e l’Olanda con minacce di veti sull’accordo del 29. Un po’ perché la
cancelliera rischia di perdere pezzi della sua coalizione: la Csu bavarese non ci sta
proprio ad aiutare il Sud dell’eurozona così generosamente. E un po’ per dei
limiti tecnici che erano stati sottovalutati all’inizio. Da qui deve ripartire
l’Ecofin di oggi.
SCUDO ANTI-SPREAD
Monti aveva messo le mani avanti, subito: “Non ne avremo bisogno, non lo
useremo”. Ma dal 29 i tassi italiani hanno ricominciato la loro escalation, i
mercati li spingono sempre più su, mentre quelli spagnoli sono di nuovo vicini
al 6%. Il 7% è considerato la soglia di rischio, quella dove il rifinanziamento
del debito pubblico può diventare insostenibile. Cos’è accaduto? Gli
investitori internazionali hanno fatto due conti. Anche ammesso che si superi
il veto della Finlandia, anche ammesso che l’attuale fondo salva-Stati venga
usato per comprare i nostri titoli, di “risorse vere” a disposizione ha grosso
modo 100 miliardi di euro: un’inezia rispetto all’entità del debito pubblico
italiano e spagnolo. L’unica “potenza di fuoco” davvero in grado di arginare la
sfiducia, di spegnere per sempre la speculazione, è la “soluzione svizzera”.
Cioè la potenza messa in campo dalla banca centrale elvetica, quando ha deciso
di mettere un tetto alla rivalutazione del franco: si è detta disposta a
stampare moneta in quantità illimitata, vendendo franchi svizzeri a volontà. Se
la Bce
annunciasse che stamperà euro senza limiti per comprare Bot italiani e bond
spagnoli, nessuno potrebbe contrastarla. Ma la Bce non può farlo, è contro regole e statuti
attuali, e una revisione della sua Costituzione dovrebbe passare da Berlino.
Impossibile allo stato attuale.
AIUTI ALLE BANCHE SPAGNOLE
“E’ essenziale spezzare il circolo vizioso tra debiti bancari e debiti
sovrani”. Lo dice la
Commissione europea, lo ripete il Fondo monetario
internazionale, sono d’accordo Monti e François Hollande. Se per salvare le
banche spagnole i 100 miliardi di aiuti promessi dall’eurozona vengono prima
prestati al governo di Mariano Rajoy, l’impatto contabile è automatico e
disastroso: un balzo del debito pubblico spagnolo che rende pressoché
inevitabile il defaualt della nazione, e chiama in causa un salvataggio dai
costi multipli rispetto a Grecia, Irlanda, Portogallo. Ma la Merkel ha posto una
condizione: gli aiuti diretti dall’Europa alle banche in crisi si faranno solo
quando avremo costruito una vera unione bancaria, con una vigilanza comune. Ha
ragione? Certo è logico, quando si chiede a un paese come la Germania di salvare
banche altrui, che possa mettere il naso sul modo in cui sono gestite. Le casse
di risparmio spagnole sono state uno strumento di prestiti clientelari, hanno
elargito fondi per comprare il consenso a favore della classe politica locale.
Anche certe banche regionali tedesche non sono state amministrate in maniera
efficiente né cristallina. Ma per costruire una vigilanza europea seria e
severa, bisognerà “passare sui cadaveri” (figurativamente) di tante authority
nazionali che hanno boicottato i tentativi precedenti. Se ne parlerà nel 2013,
dicono a Bruxelles. Intanto le banche spagnole vanno salvate subito, entro
pochi mesi.
PERDITA DI COMPETITIVITÀ: LA MALATTIA STRUTTURALE
La “spending review” in atto in Italia non ha spostato di un millimetro il
giudizio dei mercati su di noi. Tantomeno i nuovi sacrifici annunciati in
Spagna, dove tutte le aziende municipalizzate vengono riportate sotto un
controllo stringente con l’obbligo di pareggio di bilancio. Nessuna di queste manovre
di austerità aggredisce il nodo di fondo. Che si riassume in un dato dell’Ocse:
dalla nascita dell’euro, l’Italia ha perso il 30% di competitività verso la Germania. I nostri
costi sono saliti in modo tale da renderci sistematicamente perdenti, in ogni
settore in cui dobbiamo confrontarci con la concorrenza degli esportatori
tedeschi. Non è un problema limitato a noi, ai greci o agli spagnoli. Ieri le
imprese francesi hanno lanciato un drammatico appello a Hollande chiedendogli
una “curashock per la competitività”: anche loro sono allo stremo, nei
confronti del made in Germany.
COMPETITIVITÀ SENZA SVALUTAZIONE?
La via tradizionale per riaggiustare i divari di competitività è la
svalutazione della moneta. L’Italia lo fece, le ultime due volte, nel 1992 e
nel 1995 in
modo massiccio. Più di recente ha potuto farlo l’Islanda. L’isolotto nordico
era stato tramortito dalla crisi del 2008. Oggi ha un Pil che cresce del 2,4%,
più di quello tedesco, e una disoccupazione scesa al 6%, meno di quella
tedesca. In mezzo c’è stata una svalutazione del 50%, il fallimento di varie
banche, e una restrizione dei movimenti di capitali. Tutte misure precluse
all’Italia o alla Spagna, dall’appartenenza all’eurozona. Non potendo svalutare
la moneta, l’altra strada per recuperare competitività è la “svalutazione
interna”. Cioè una deflazione di tutti i costi nazionali: salari, tariffe,
prezzi. Auto-riducendo il proprio tenore di vita, e il proprio potere
d’acquisto, si può ottenere lo stesso risultato di una svalutazione: i prodotti
nazionali tornano ad essere competitivi. La Germania fece una – moderata – deflazione interna
dopo gli anni Novanta per riassorbire i costi della riunificazione, con la
rinuncia ad aumenti salariali. Ma una deflazione del 30% è realistica, senza che
l’impoverimento provochi una tensione sociale insostenibile?
DEMOCRAZIE IN PERICOLO?
Che la crisi possa dilaniare il tessuto civile, spezzare il patto sociale,
destabilizzare le democrazie, non è un’ipotesi remota legata ai paragoni
storici con gli anni Trenta. E’ quello che sta accadendo sotto i nostri occhi,
alla periferia dell’Europa. Prima l’Ungheria, oggi la Romania, hanno registrato
un arretramento dei diritti democratici. Gli autoritarismi che avanzano nelle
aree dove la tradizione democratica è più debole, sono un campanello d’allarme.
Paradossalemte sembra preoccuparsene più l’America di Barack Obama dell’Unione
europea.
DEFLAZIONE SENZA CRESCITA
Il percorso della “svalutazione interna”, cioè l’autoriduzione dei salari per
recuperare competitività, è meno doloroso se viene trainato da mercati esteri
in forte crescita. La moderata deflazione tedesca attraverso il controllo dei
salari, praticata soprattutto durante il governo Schroeder, fu facilitata dal
fatto che coincideva con un periodo di crescita globale: il traino esterno
consentì di attutire i costi sociali. Ma oggi la recessione che attanaglia
nell’eurozona contagia il mondo intero. Gli Stati Uniti sono incappati in un
intero trimestre di “crescita anemica”: è di venerdì il dato deludente di soli
80.000 posti di lavoro creati a giugno. A Pechino il premier Wen Jiabao
denuncia “forti pressioni negative sull’economia cinese”, il più grave segnale
di allarme per il dragone asiatico dal 2008. Wen chiama in causa esplicitamente
l’euro-recessione. E’ l’effetto moltiplicatore keynesiano alla rovescia: noi
importiamo meno da loro, di conseguenza loro hanno meno reddito per importare
da noi.
SECESSIONE TEDESCA?
L’idea che la Germania
“sarà costretta a salvarci comunque” è un luogo comune diffuso a Roma, Atene,
Madrid. I tedeschi hanno troppo da perdere dalla rovina dei loro mercati di
sbocco? Ma Alessandro Penati sabato su queste colonne ha dimostrato che è già
in atto una “secessione” tedesca, una ridislocazione dei flussi dell’export
verso l’area nordico- germanica, e altre zone del mondo. Come sbocchi per
l’industria tedesca Austria e Belgio contano ormai quanto Italia e Spagna.
L’Asia conta sempre di più.
L’INCOGNITA AMERICANA
Il prezzo peggiore gli europei rischiano di pagarlo facendo perdere le elezioni
a Obama. Lo stato dell’economia americana è l’handicap numero uno per la
rielezione del presidente democratico. Se lui perde il 6 novembre, alla Casa
Bianca avremo…Herbert Hoover. La politica economica promessa dal repubblicano
Mitt Romney – tutta tagli di spesa – è una replica di quella che applicò il
repubblicano Hoover contribuendo a innescare la Grande Depressione
nel 1929. Una nuova recessione americana sarebbe il colpo di grazia anche per
noi.
Repubblica, 9 luglio 2012

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