E un pirata inventò il capitalismo
Il comportamento razionale dei filibustieri prefigura quello delle imprese
I marinai di un mercantile viaggiano tranquilli sulle onde. Una nave da
duecento tonnellate appare all’orizzonte. Vista a distanza sembra inoffensiva.
Batte bandiera inglese. Quando si fa più vicino, il naviglio rivela, però,
tratti sinistri: è anch’esso un mercantile, ma alquanto modificato. Invece dei
soliti sei cannoni, ne ha più di venti... La scena che Peter Leeson ci invita a
contemplare in questo suo The Invisible Hook, ovvero alla lettera «l’uncino
invisibile», che tratta dell’Economia secondo i pirati, è la minaccia di un
arrembaggio: la nave misteriosa trasporta una ciurma di canaglie, comandate da
un qualche Capitan Uncino. Gli ultimi dubbi verranno presto dissolti, perché i
capi pirata amano personalizzare le loro insegne, variando lo schema di quella
che è nota come la Bandiera
della Morte, ovvero la
Jolie Rouge (in seguito Jolly Roger), il drappo rosso — e poi
nero — che reca teschio e ossa. Che cosa farà il comandante del mercantile alla
vista di quello spauracchio dei mari? Magari si limiterà a seguire
l’esortazione del Capitan Uncino della versione musicale di Edoardo Bennato:
«Meglio che questa volta si arrenda». Ma cosa lo ha indotto a desistere da
qualsiasi autodifesa?
Il fatto è che — almeno nella stragrande maggioranza — quei predoni del mare
godevano fama non solo di essere spietati con chi non cedeva subito le armi, ma
anche di essere fedeli alla parola data: chi si arrende avrà salva la vita,
anche se perderà la roba. Uno scambio abbastanza equo per tutti coloro che si
trovavano sospesi «tra il Diavolo e il profondo mare azzurro»: da una parte
quelli che avevano tentato la sorte sulle onde; dall’altra i pirati stessi, che
sfidavano la morte affrontando tempeste, abbordaggi, o magari l’implacabile
«giustizia» di chi viveva sotto la legge.
Questo il paradosso dei pirati pacifisti. Come scrive Leeson: «La Jolly Roger finiva per
salvare la vita ai marinai delle navi da carico. Segnalando l’identità dei
pirati e i potenziali obiettivi preveniva una battaglia sanguinosa che avrebbe
inutilmente ferito o ucciso non solo dei pirati ma anche degli innocenti
marinai. Paradossalmente, dunque, l’effetto del lugubre simbolismo del teschio
era simile a quello di una colomba che tiene nel becco un ramoscello d’ulivo!».
I pirati erano capaci di beffarsi delle potenze del mondo intero e di elaborare
insieme strumenti semiotici di mediazione piuttosto sofisticati — e tutto allo scopo
di minimizzare i costi e massimizzare i profitti delle loro... imprese. Qui
valeva la legge dell’Uncino Invisibile, degno correlato piratesco della Mano
Invisibile di Adam Smith. La ricerca dell’utile personale di ciascun cittadino
finiva per produrre la ricchezza della nazione; allo stesso modo, l’egoismo di
ciascun pirata era funzionale all’economia di quello «Stato in miniatura»
rappresentato dalla nave di questi predatori del mare.
Come scrive Leeson, i pirati erano sì dei «fuorilegge assoluti», ma non per
questo erano incapaci di forme articolate di autogoverno. La loro
massimizzazione del «piacere» richiedeva appunto «potere e libertà», e tutto
questo era garantito da una «democrazia anarchica» che permetteva di affrontare
con successo la grande questione che sottende l’origine dello Stato moderno.
Per dirla con Baruch Spinoza: com’è possibile che ogni individuo ceda alla
struttura pubblica una porzione della propria libertà e nello stesso tempo
eviti «che la sua coscienza soggiaccia assolutamente all’altrui diritto»? La
risposta è: definendo un sistema di controlli e contrappesi che garantisca che
qualsiasi struttura statuale, «lungi dal convertire in bestie gli uomini dotati
di ragione o farne degli automi», consenta invece «che la loro mente e il loro
corpo possano con sicurezza esercitare le loro funzioni. Il vero fine dello
Stato è la libertà».
È singolare, nota Leeson, che tutto ciò venisse realizzato con più di un secolo
di anticipo rispetto al sistema di checks and balances escogitato dai padri
fondatori di quell’«esperimento democratico» grazie a cui tredici colonie del
Nordamerica divennero il nucleo degli Stati Uniti. Prima che contro la Corona e il Parlamento
d’Inghilterra insorgessero i «risoluti ribelli», già si erano ammutinati non
pochi marinai delle navi di sua maestà, per non dire delle piratesche «canaglie
di tutto il mondo» che rifiutavano di chinare il capo di fronte a qualsiasi
autorità. Il vero esperimento democratico è stato il loro — e le società aperte
di cui oggi l’Occidente va tanto orgoglioso non hanno fatto che imparare da
quei «mostri».
Non è perché fossero istintivamente miti o portati alla democrazia che i pirati
finirono con lo scegliere la politica dell’intimidazione nei confronti del
nemico esterno e quella del buon governo al proprio interno. Credo che ci possa
aiutare a mettere in luce i tratti più salienti dell’Uncino Invisibile un
modello elaborato da Elliot Sober in un contesto diverso (il dibattito sulla
selezione darwiniana): in breve, biglie di diverso colore vengono filtrate da
un crivello, i cui fori — che immaginiamo tutti uguali — bloccano quelle di
dimensione superiore al diametro dell’apertura. Supponiamo inoltre che le
biglie così piccole da non essere fermate dai buchi siano tutte colorate di
rosso; possiamo concludere che il crivello seleziona solo biglie di quel
colore. Ma quel tratto è tipicamente contingente: che il rosso si stabilizzi
come carattere distintivo delle biglie «sopravvissute» è una mera conseguenza
del meccanismo sottostante che discrimina le biglie per dimensione e del fatto
«accidentale» che tutte le biglie abbastanza piccole sono di quel colore.
Dunque, non è perché sono rosse che le biglie passano attraverso quel crivello;
piuttosto, il fatto che sono rosse è un segno che esse erano adatte a superare
l’ostacolo. Analogamente, possiamo dire che i nostri pirati erano «buoni» solo
perché la loro bontà è stata selezionata come «tratto contingente» dalla logica
economica che coordinava le loro pratiche.
Nel caso del crivello di Sober è facile individuare il meccanismo sottostante
(se il diametro della biglia è maggiore di quello del foro, questa non passa).
Nel caso dei pirati la ragione nascosta di tutto il processo è appunto l’Uncino
Invisibile: la pirateria tra Seicento e Settecento aveva favorito l’evoluzione
di quei tratti «buoni» perché questi erano i caratteri più vantaggiosi. Dunque,
non solo l’analogia bensì anche la differenza con il crivello di Sober è
istruttiva: le biglie ben poco fanno per modificare il crivello; le scelte dei pirati,
invece, riescono a rimodellare il sistema di contromisure adottate dalle marine
delle varie nazioni, nominalmente o realmente in guerra contro di loro. È un
po’ come se il tingere di rosso alcune biglie ne riducesse la dimensione
rendendole più «agili e snelle», in modo da eludere le maglie del crivello! I
pirati sanno scegliere i colori, ed è grazie al rosso o al nero della Jolly
Roger che riescono a piegare ai loro scopi le maglie di qualsiasi crivello
venga loro opposto dal commercio «legale». Ma sanno anche che la mossa è
rischiosa, perché li segnala come fuorilegge. Non diversamente, è rischioso per
i pavoni possedere code sgargianti o per gli alci avere grandi palchi di corna
per sedurre le femmine. Nello spirito darwiniano ciò funziona, anche se quegli
animali rischiano maggiormente di apparire come possibili vittime dei
predatori; quando riescono nei loro intenti, però, sono loro i «predatori»
nella gara degli amori. E così sono i pirati, che il loro vessillo segnala
inequivocabilmente come nemici di tutte le bandiere, ma che — quando il colpo
va a segno — consente loro di ottenere quella «felicità» di cui vanno in cerca,
e magari senza troppo spargimento di sangue.
Corriere della Sera 4.10.10

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