E ora difendiamo chi produce
Lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione.
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Lo so, ci sono cose che oggi non si possono dire. Non si può
parlare dell'articolo 18, non si può dire quel che ha detto Grillo, non ci si
può sottrarre alla guerra santa contro gli evasori e gli speculatori, non si
possono difendere i ricchi (un clima così pesante e antiliberale da indurre
Alesina e Giavazzi a ricordare che la ricchezza non è una colpa). Abbiamo
bisogno di certezze e di capri espiatori. La certezza di non perdere quel che
abbiamo. I capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi
duri che viviamo.
Così, una plumbea nuvola di cecità e di conformismo sta lentamente avvolgendo
un po’ tutto e tutti.
Il governo sta finalmente, faticosamente e meritoriamente aprendo il dossier
delle liberalizzazioni, ma il clima che si respira è di prudenza e di sospetto,
specie in materia di mercato del lavoro. Gli altolà e gli avvertimenti scattano
automatici, non per quel che uno ha fatto effettivamente, ma già solo per
quello che potrebbe aver pensato, o avere in animo di pensare (vedi quel che è
successo al ministro Elsa Fornero, rea di aver osato dire che si doveva parlare
di mercato del lavoro «senza tabù»).
In un clima siffatto, io vedo il pericolo che, nel dibattito pubblico dei
prossimi mesi, si mettano da parte alcuni dati di fondo, che sono cruciali per
prendere decisioni sagge, ma appaiono urticanti o «politically taboo» a quasi
tutti i soggetti in campo. Quali dati? Il primo dato è che la pressione fiscale
sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e
così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate
(68.6%). Questo è un handicap di fondo dell'Italia, che è stato ulteriormente
aggravato dalle manovre finanziarie di Berlusconi, e in misura ancora maggiore
da quella di Monti. Questo livello abnorme di tassazione si accompagna da
sempre a norme vessatorie nei confronti di qualsiasi violazione (anche solo
formale, o di entità irrisoria) delle regole fiscali, per non parlare dei
comportamenti arroganti, intimidatori, o semplicemente umilianti degli emissari
del fisco, che ovviamente non sono la regola ma di cui esistono purtroppo
innumerevoli testimonianze, talora drammatiche e commoventi. Mi spiace doverlo
dire, ma mi sono convinto che oggi in Italia un sentimento di paura verso
l'Amministrazione pubblica sia ampiamente giustificato anche quando non si sia
commesso alcun errore, reato o violazione. E tutto mi fa pensare che, affamato
da decenni di spesa pubblica in deficit, lo Stato stia in questi anni
accentuando il suo volto rapace e intimidatorio.
Il secondo dato di fondo è la strabica selettività della repressione
dell'evasione. Ci sono intere zone del Paese in cui quasi tutto è in nero, si
sa perfettamente dove si annidano gli abusi più clamorosi (compreso il
caporalato e varie forme di sfruttamento del lavoro degli immigrati che
ricordano i tempi della schiavitù), ma si preferisce chiudere ipocritamente un
occhio, concentrando l'azione sulle porzioni del Paese in cui l'evasione c'è,
ma è molto più contenuta. Pur di salvare il principio astratto che il lavoro
deve essere pagato decentemente e iperprotetto, Stato e sindacati tollerano di
buon grado che in un quarto del territorio nazionale si possa operare in modo
del tutto irregolare, non solo sul versante dei salari ma su quasi tutto il
resto (dal mancato pagamento del canone Rai alla violazione di ogni norma
igienica, di sicurezza, antinfortunistica, etc.). Il fatto è che se volesse
intervenire contro l'illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un
quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di
lavoro, che si reggono sui bassi salari.
C'è un terzo dato di fondo, che mi pare fondamentale ora che si sta per aprire
lo spinoso capitolo del mercato del lavoro: da un paio di anni l'Italia sta
riducendo la sua base produttiva. Fallimenti, chiusure volontarie di attività,
bassi investimenti, distruzione di posti di lavoro, si stanno susseguendo senza
interruzione dal 2008. Un po' dipende da un fatto nuovissimo, e cioè che questa
crisi è, dal 1945, la prima in cui si prende in considerazione non solo
l'eventualità di un double dip (doppia recessione, la prima nel 2009, la
seconda nel 2012), ma anche l'ipotesi che la crescita non tornerà mai più, come
ha già tristemente sperimentato il Giappone negli ultimi due decenni. In queste
condizioni a molti pare inutile resistere in attesa di una ripresa che forse
non ci sarà né l'anno prossimo né mai. Un po', però, dipende anche da un altro
dato che ci si rifiuta di vedere, e cioè che lavorare e produrre in Italia sta
diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione.
Quando dico costi di produzione, però, non intendo solo le voci che sono al
centro della prossima trattativa governo-Confindustria-sindacati. E' chiaro che
salari e profitti sono troppo tassati, è chiaro che le imprese medio-grandi
hanno troppi vincoli, è chiaro che in Italia si fa troppo poca ricerca, è
chiaro che c'è troppo poca concorrenza sul mercato interno, è chiaro che
bisogna aumentare la produttività del lavoro. E tuttavia, attenzione, non
possiamo esagerare con la colpevolizzazione dei produttori, siano essi le
imprese (cui si rimprovera cattiva organizzazione e scarsa innovazione), i
lavoratori autonomi (cui si rimprovera di evadere le tasse), o i lavoratori
dipendenti (cui si rimprovera di non essere abbastanza produttivi). Come tutti,
vedo anch'io diversi furbi e farabutti che evadono spudoratamente il fisco, ma
sempre più frequentemente mi capita di incontrare persone per bene, che
gestiscono in modo efficiente un'attività, ma si trovano ormai di fronte al
dilemma se chiudere o «fare del nero», e per lo più - proprio perché sono
persone oneste - scelgono di chiudere.
Il tasso di occupazione, la produttività e la competitività non dipendono solo
dai rapporti fra capitale e lavoro, come sembra suggerire l'attuale enfasi
sulle relazioni industriali, ma anche da alcune fondamentali condizioni esterne
all'impresa: il costo dell'energia, il costo del credito, i tempi di pagamento
della Pubblica amministrazione, il costo degli adempimenti burocratico-fiscali,
l'efficienza della giustizia civile. E' ingenuo pensare che l'operaio tedesco,
che guadagna di più di quello italiano, sia più produttivo essenzialmente
perché più stakanovista o meglio attrezzato dal suo datore di lavoro. Il valore
aggiunto di un'impresa è la differenza fra il valore della sua produzione e i
suoi costi, e lo svantaggio dell'Italia su questi ultimi è abissale. Fatti 100
i costi unitari dei Paesi a noi più comparabili (Germania, Francia, Regno
Unito, Spagna), i costi dell'Italia sono circa 120 per la benzina, 170 per il
gasolio, 250 per l'energia elettrica, 300 per i tempi di pagamento della
Pubblica amministrazione, 400 per il rispetto dei contratti (senza contare gli
ulteriori aggravi prodotti dalle recenti manovre «salva Italia»).
Se poi a tutto questo aggiungiamo la tassazione più pesante del mondo
sviluppato, la rigidità del nostro mercato del lavoro regolare, l'enorme
prelievo sul reddito e sulla ricchezza operato con le ultime manovre, il quadro
si capovolge: la domanda non è più perché l'Italia non cresce, ma perché i
produttori non hanno ancora gettato la spugna. Da questo punto di vista i
governi che si sono succeduti negli ultimi anni mi paiono tutti molto simili.
Sotto la pressione dei mercati, non hanno mancato di chiederci dei sacrifici,
per «rimettere a posto i conti pubblici». Ma ben poco hanno fatto per abbassare
in modo apprezzabile i costi di chi produce ricchezza, quasi a lasciar
intendere che il problema della produttività riguardi essenzialmente le parti
sociali. Temo sia stato un errore, e che la chiusura di tanti negozi, attività,
imprese, che osserviamo così spesso oggi nelle nostre città, ne sia l'amara
conseguenza.
http://www.lastampa.it 5/1/2012

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