E io rovescio Freud
Vogliamo più libertà e meno sicurezza, diceva il padre della psicoanalisi. Ma se fosse vissuto oggi si sarebbe ricreduto.
Il testo che anticipiamo in queste pagine è stato scritto da Zygmunt Bauman per il Festival biblico di Vicenza, dove il sociologo e filosofo incontrerà il pubblico, venerdÌ 25 maggio
Siamo fatti in modo tale da poter trarre intenso piacere solo da un
contrasto e ben poco da uno stato di cose... scriveva Sigmund Freud nel 1929, e nessuno da
allora è stato in grado di confutare seriamente questo pensiero. A sostegno
della sua tesi Freud citava l’opinione di Goethe secondo cui: «Tutto al mondo
si può sopportare tranne una sfilza di belle giornate», limitandosi a
definirla, « un’affermazione esagerata». E infatti, mentre la sofferenza può
essere una condizione durevole e ininterrotta, la felicità, quell’«intenso
piacere», può essere solo un’esperienza momentanea, transitoria, fulminea,
vissuta nell’attimo in cui la sofferenza cessa. «E’ molto meno difficile avere
esperienza dell’infelicità», dice Freud.
Noi, gli umani, per lo più soffriamo e abbiamo timore delle sofferenze che
possono derivarci dalle costanti minacce al nostro benessere. Sono tre le cause
che temiamo possano procurarci sofferenza: «il potere supremo della natura; la
debolezza dei nostri corpi; e gli altri esseri umani».
Più precisamente la sofferenza deriva dalla «inadeguatezza delle norme che regolano il rapporto tra umani in seno alla famiglia, allo Stato e alla società». E poiché la sofferenza, o il terrore di soffrire, accompagnano costantemente la nostra vita, non c’è da meravigliarsi se il “processo di civilizzazione”, la lunga, forse interminabile marcia in direzione di una modalità più aperta e meno pericolosa di essere nel mondo, mira alla fine a individuare e bloccare queste tre fonti di infelicità. E infatti, la nostra guerra al disagio - declinato in ogni sua forma - viene portata avanti su tutti e tre i fronti. Ma mentre sui primi due (quello che riguarda la natura e i nostri corpi) la battaglia è stata spesso vittoriosa, e sempre più nemici vengono disarmati e ridotti all’impotenza, sul terzo fronte (dove sono in gioco i rapporti tra gli umani) l’esito della guerra resta incerto ed è poco probabile che le ostilità vengano a cessare. E c’è una contraddizione. Da un lato, se intende liberare gli uomini dalle paure, la società deve imporre costrizioni ai suoi membri; dall’altro uomini e donne impegnati nella ricerca della felicità, hanno necessità di ribellarsi a questi vincoli. La terza fonte di sofferenza non può insomma essere eliminata. E così la sfera in cui la ricerca della felicità individuale si scontra con le regole della vita sociale, sarà per sempre luogo di conflitto.
Gli impulsi istintivi dell’uomo sono sempre in contrasto con le esigenze della civiltà, impegnata a combattere e sconfiggere, appunto, le cause della sofferenza. Per questo motivo, spiega Freud, la civiltà è un compromesso: per ottenere qualcosa gli uomini devono rinunciare a qualcos’altro cose importanti e desiderabili sia .quelle ottenute sia quelle perdute. E ogni . permuta è solo un accordo temporaneo, il prodotto di un compromesso che (come tutti i compromessi) non è mai pienamente soddisfacente per nessuna delle due parti del conflitto, un conflitto che perennemente cova sotto la cenere. Certo l’ostilità cesserebbe se i desideri individuali e le esigenze della società potessero essere soddisfatti contemporaneamente, ma così non sarà mai. La ragione di questo stato di cose? Semplice, secondo Freud: la libertà di agire in base a esigenze, inclinazioni, impulsi e desideri propri da un lato, e i limiti imposti a beneficio della sicurezza, dall’altro, sono entrambi indispensabili a una vita soddisfacente tollerabile. E questo, perché la sicurezza in assenza di libertà equivarrebbe alla schiavitù, mentre la libertà in assenza di sicurezza significherebbe caos disorientamento, perpetua incertezze infine impotenza ad agire con uno scopo preciso.
Partendo da questo presupposto Freud giungeva alla conclusione che i disagi e i disturbi psicologici derivano per lo più dal dover rinunciare a una notevole porzione di libertà in cambio di una maggior sicurezza. La libertà, così decurtata, è la prima vittima del “processo di civilizzazione” e fonte del disagio endemico nella vita civilizzata, anzi, il maggiore e il più diffuso dei disagio. Fin qui Freud, nel lontano 1929.
Mi chiedo se oggi, a oltre ottant’anni di distanza, il verdetto sarebbe rimasto
tale e quale. E ne dubito. I presupposti sarebbero gli stessi (le esigenze
della vita civilizzata, al pari del patrimonio degli impulsi umani trasmessi
dall’evoluzione della specie, restano identiche a lungo e si presume siano
immuni ai capricci della storia), ma i giudizi con ogni probabilità sarebbero
capovolti. Sì, Freud ribadirebbe che la civiltà è un compromesso: si ottiene
qualcosa rinunciando a qualcos’altro. Ma forse collocherebbe all’estremo
opposto della scala di valori le radici dei disagi psicologici e delle
insoddisfazioni che ne derivano. Concluderebbe, ne sono certo, che l’attuale
ostilità nei confronti dello stato di cose nasce per lo più dal fatto di dover
rinunciare a troppa parte di sicurezza in cambio di un’espansione senza
precedenti dell’ambito della libertà.
Freud scriveva in tedesco e per tradurre correttamente il termine che
utilizzava quando parlava della sicurezza, “Sicherheit”, servono ben tre
sostantivi: certezza, sicurezza, incolumità. La “Sicherheit”, dunque cui in
gran parte abbiamo rinunciato a favore della libertà ingloba la certezza circa ciò che ci prepara
il futuro e sugli effetti che le nostre azioni avranno, la sicurezza della
posizione e dei compiti assegnatici dalla società e l’incolumità dalle
aggressioni ai danni del nostro corpo e dei nostri beni, che ne rappresentano
l’estensione. Perdere la “Sicherheit” ha come conseguenza l”Unsicherheit”
(l’insicurezza), una condizione che non si presta altrettanto facilmente alla
dissezione e all’esame anatomico: tutte e tre le sue componenti contribuiscono
alla stessa sofferenza, ansia e timore, ed è difficile individuare con
precisione le vere cause del disagio provato. L’ansia può essere facilmente
imputata alla causa sbagliata circostanza che i politici di oggi, in
cerca di sostegno elettorale, possono volgere a proprio vantaggio, cosa che
troppo spesso effettivamente fanno - vantaggio che non coincide necessariamente
con quello degli elettori. Naturalmente i politici preferiscono attribuire la
sofferenza dei loro elettori a cause che possono combattere e dar mostra di
combattere (ad esempio proponendo di inasprire la normativa sull’immigrazione e
il diritto d’asilo o l’espulsione di stranieri indesiderabili) piuttosto che
ammettere la vera causa dell’incertezza, che non hanno né la capacità né la
volontà di contrastare, né la speranza realistica di sconfiggere (ad esempio
l’instabilità dell’occupazione, la flessibilità del mercato del lavoro, il
rischio di licenziamento, la prospettiva di ridurre il bilancio familiare,
livelli di debito ingestibili, la preoccupazione per le condizioni di
pensionamento, o la generale fragilità dei legami e dei rapporti
interpersonali).
Vivere però in condizioni di prolungata, anzi di cronica incertezza porta a due
stati d’animo parimenti umilianti, l’ignoranza (non sapere ciò che può portare
il futuro) e l’impotenza (l’incapacità di influenzarne il corso). Sono
sensazioni umilianti perché nella nostra società,
in cui si presume che ciascun individuo abbia piena responsabilità del suo
destino, sottendono l’inadeguatezza di chi ne soffre rispetto ai compiti che
altre persone, di evidente maggior successo, paiono assolvere grazie a una
superiore abilità e intraprendenza. L’inadeguatezza
indica inferiorità ed essere inferiore o considerato tale
è un duro colpo inflitto all’autostima, alla dignità personale e al coraggio di
autoaffermarsi. Oggi la depressione è il disturbo psicologico più
frequente. Minaccia il numero sempre crescente di individui recentemente
definiti con il termine collettivo di “precariato”, derivante dal concetto di
“precarietà”,
che denota incertezza esistenziale.
E vengo alle conclusioni. Un secolo fa la storia umana veniva spesso
rappresentata come storia del progredire della libertà, quasi fosse
costantemente guidata in un’unica, immutabile direzione.
Ma oggi i nuovi umori popolari indicano altrimenti. Il cammino della storia,
ricorda più la traiettoria di un pendolo che una linea retta. Ai tempi in cui
scriveva Freud ci si lamentava della mancanza di libertà, i suoi contemporanei
erano pronti a rinunciare a gran parte della loro sicurezza in cambio dell’eliminazione
dei vincoli imposti alle loro libertà.
E lo hanno fatto. Ora però si moltiplicano rinuncerebbero a parte della propria
libertà pur di essere emancipate dallo spettro dell’insicurezza esistenziale.
Siamo spettatori di una nuova oscillazione del pendolo? E se davvero così
fosse, quali saranno le conseguenze?
traduzione di Emilia Benghi
L’Espresso 24/05/2012

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