Don Milani il Vangelo secondo Socrate
Anti-idolatrico e anti-ideologico, il priore di Barbiana vedeva se stesso come il maestro che deve risvegliare la libertà e lo spirito critico dei futuri cittadini
Roberta De Monticelli è docente di Filosofia della
persona presso l’università Vita-Salute del San Raffaele di Milano. Il testo di
cui pubblichiamo in questa pagina un brano è tratto dalla premessa a un volume,
in uscita per Chiarelettere con il titolo A che serve avere le
mani pulite se si tengono in tasca (pp. 112, e7), in cui sono
raccolti alcuni scritti di don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, relativi
alla vicenda che nel 1965 lo coinvolse in un processo per apologia di reato,
per avere difeso l’obiezione di coscienza alla leva militare. Don Milani
(Firenze 1923-1967) è stato un prete scomodo per la Chiesa, che nel 1954 lo
esiliò in una minuscola comunità sopra Firenze: Sant’Andrea a Barbiana. Di qui,
con i suoi ragazzi avviò una straordinaria avventura umana e spirituale, culminata
nel maggio del 1967 con la pubblicazione di Lettera a una professoressa.
“E poiché sei venuto al mondo, sei stato allevato e educato, come puoi dire di
non essere, prima di tutto, creatura nostra, in tutto obbligato a noi, tu e i
tuoi avi?». Questo dicono le leggi a Socrate, secondo un celeberrimo passo del
platonico Critone. Più di un padre e una madre sono per Socrate le leggi, senza
le quali non esiste Città dove ragione si oppone a ragione, ma solo la ragione
del più forte, la guerra o il dispotismo. Perciò Socrate accetta la morte e non
fugge, pur sapendo che la condanna è ingiusta.
Antigone, nella più celebre tragedia di Sofocle, disobbedisce invece alla legge
di Tebe e di Creonte: la giovane donna è «fuorilegge, devota» a una legge non
scritta e «misteriosamente eterna», che a quella positiva si oppone.
Nelle figure di Socrate e di Antigone si incarnano i modi dell’obbedienza e
della disobbedienza in quanto entrambi espressioni della libertà. Perché c’è
obbedienza e obbedienza. Obbedire a una legge cui si consente – e non a un uomo
che si pone al di sopra di essa – è esercizio di libertà come autonomia,
sovranità su se stessi. E don Milani si rivolge ai ragazzi della sua scuola
come ai «sovrani di domani». Come ai cittadini che saranno, il cui esercizio di
libertà è anche esprimere la volontà di leggi più giuste, e dunque anche
obiettare, accettando socraticamente le conseguenze penali, a quelle ingiuste.
Invece l’obbedienza che «non è più una virtù», se mai lo è stata, non è un modo
della libertà, ma del suo contrario: dell’asservimento, prigionia della mente e
servitù del cuore. Può essere l’obbedienza a un uomo e non a una norma
legittima, o può essere l’obbedienza cieca, o indifferente. Servitù è il vero
nome di quell’obbedienza che non è virtù. Questo è il cuore del pensiero di don
Lorenzo Milani, cittadino e cristiano, che si esprime in questi testi
pubblicati nel 1965 in
difesa dei primi obiettori di coscienza alla coscrizione militare e in risposta
all’accusa di apologia di reato, per la quale don Milani subì un processo.
L’orrore della servitù volontaria è il punto di fusione – al calor bianco – fra
il demone di Socrate, che libera dalla prigionia della mente, e la divinità
nell’uomo di Cristo, figlio e non servo, che libera dalla sudditanza del cuore.
Don Milani lo sa: lo dice nella Lettera ai Giudici, la sua fiammante, socratica
apologia, che ogni ragazzo dovrebbe leggere appena si sveglia al dubbio e
all’esistenza. Il Critone e l’Apologia di Socrate, insieme con i quattro
Vangeli: ecco le prime due fonti di quella «tecnica di amore costruttivo per la
legge» di cui il maestro di Barbiana si fa apprendista, insieme con i suoi
ragazzi. [...]
È importante capirlo: non è la «legge divina» che suggerisce a don Milani il
suo «costruttivo amore» per la legalità repubblicana, o se lo è, lo è solo in
quanto questa legge divina non decreta affatto il primato, sulla legge dello
Stato, di un’altra Sovranità, di una Chiesa, di un Libro o di una Dottrina, ma
solo il primato della coscienza individuale; e con questa limpida affermazione,
come nella difesa di quei testimoni solitari che erano gli obiettori, sfugge
anche alla banalizzazione di chi lo classifica come catto-comunista.
«La dottrina del primato della coscienza sulla legge dello Stato» è certamente,
scrive con candore don Milani, «dottrina di tutta la Chiesa». Era il 1965. E
quello fu anche l’anno della Dignitatis humanae, che in coda al Concilio
Vaticano II dichiarava: «Gli imperativi della legge divina l’uomo li coglie e
li riconosce attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente...
Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza». Ecco:
quell’anno fu pensata fino in fondo, e dimostrata possibile, la radicale
laicità di un cattolicesimo che veramente avesse voluto rinnovarsi al fuoco
dello spirito, o meglio del Vangelo. Se questo pensiero avesse vinto, la storia
del nostro paese sarebbe stata diversa, e – per l’influenza della Chiesa –
anche la storia del mondo. Perciò è importante capire fino in fondo questo pensiero,
che fu invece sconfitto, e poi calunniato, e poi sepolto.
Che la legge divina consista qui nel liberare da ogni nome di Dio la legge
terrena, quella che istituisce e protegge il pubblico confronto delle volontà e
delle ragioni; che la legge divina stessa induca il sacerdote a ritirarsi, in
primo luogo, per lasciar posto al maestro, che deve risvegliare la libertà e la
coscienza critica dei futuri cittadini: perché questo è tanto importante?
Perché porta alla luce il cuore dell’intuizione cristiana della vita, quel
cuore che – se davvero ancora pulsasse – riscatterebbe la religione dalla sua
vergogna, la vergogna di avere nei secoli legato la libertà e reso infante la
coscienza. La riscatterebbe, mostrando che Cristo libera l’anima da questa
religio. Le chiede di svegliarsi alla verifica personale dei valori e delle
loro relazioni delicate, di superiorità e inferiorità. Talitha kumi:
«svegliati, ragazza». Dietrich Bonhoeffer l’aveva capito, ma quanto più arduo
sarà stato capirlo per un sacerdote cattolico, quale don Milani voleva essere?
Questo pensiero nutre quella radicalità anti-idolatrica, o anti-ideologica, per
la quale la coscienza parla, certamente, di fronte all’assoluto, ma non in nome
dell’assoluto.[...]
Non in nome di Dio dunque don Milani difende la disobbedienza alla legge umana,
benché indubbiamente lo faccia al cospetto del suo Dio. Ecco perché a
differenza di quanto abbiamo fatto noi, per introdurre le due grandi figure
della coscienza in relazione alle quali comprendiamo l’obbedire e il
disobbedire come modi della libertà, don Milani non parla di Antigone. Che pure
sarebbe la figura che rappresenta la legge divina. No, tutto socratico resta il
suo ragionare, anche quando cita Gandhi o altri. Certo, il passaggio potrebbe
essere anche più immediato: non può servire un uomo chi serve un dio, e la
legge di questo dio, non scritta, vale più di quella scritta da un re. Ma non è
il passaggio che fa don Milani. Perché non è in nome di un particolare ethos,
fosse pure quello della propria fede, che si può volere una legge dello Stato.
Una legge dello Stato, che vincola tutti, è giusta soltanto se la coscienza di
chiunque – o almeno di chiunque riconosca la pari dignità di ciascun essere
umano – può consentirvi indipendentemente dalla fede che ha, e che obbliga solo
chi ce l’ha. Ecco perché l’ulteriore ragionamento di don Milani è tutto fatto
di ragione umana: parla della Costituzione, del suo articolo 11: «L’Italia
ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli»;
delle guerre di aggressione fatte e subite in passato, dei gerarchi nazisti che
si giustificarono con «la virtù dell’obbedienza». Parla di doveri e diritti,
che stanno alla libertà dei cittadini come la sudditanza al potere illimitato
sta alla libertà dei servi. L’opposizione è la stessa che corre fra «I care» e
«Me ne frego», scrive il sacerdote.
http://www.lastampa.it 19/05/2011

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