Dieci riforme a costo zero per far ripartire l’Italia
Esistono moltissime e importantissime riforme che si possono fare «senza aumentare di un solo euro il debito pubblico».
E´ in libreria il saggio di Tito Boeri e Pietro Garibaldi
“Le riforme a costo zero” (Chiarelettere). Pubblichiamo uno stralcio del
capitolo introduttivo
«Non ci sono soldi». Sembra essere questo il motivo principale per cui in
Italia non si fanno le riforme. Nonostante l´Italia cresca meno dell´Europa da
oltre un decennio e la necessità di riforme sia sentita da tutti gli italiani e
conclamata da tutti i politici, le riforme non si fanno. Quale che sia il
colore politico dei governi, quale che sia la congiuntura. (…) Il ragionamento
del «non ci sono i soldi per fare le riforme» è profondamente sbagliato per due
motivi, che sono alla base della decisione di scrivere questo libro. Il primo
motivo è interno al ragionamento stesso. In Italia il vento della crescita non
tornerà mai a spirare in poppa senza un vero e proprio programma di riforme.
(…) Il secondo errore nel ragionamento del «non ci sono i soldi» è che si
tratta di un falso problema. Esistono moltissime e importantissime riforme che
si possono fare «senza aumentare di un solo euro il debito pubblico». Sono le
cosiddette «riforme a costo zero», il tema alla base di questo libro. (…) Ci
limiteremo in questa introduzione a fornirvi i titoli delle riforme.
La prima riguarda il governo dell´immigrazione, sin qui solo subita dal nostro
Paese. Occorre investire nell´integrazione degli immigrati riducendo al
contempo i costi per chi li accoglie.
La seconda riforma affronta la transizione tra scuola e lavoro, cerca di
prosciugare il bacino immenso di giovani che oggi in Italia non sono né al
lavoro né impegnati in un corso di studi e si basa su due cardini fondamentali:
il contratto unico a tutele progressive e l´apprendistato universitario.
La terza riforma riguarda la contrattazione salariale e l´introduzione di un
salario minimo. (…). Nel riformare la contrattazione è fondamentale affrontare
il problema delle rappresentanze sindacali. Si può fare molto a partire
dall´accordo raggiunto a fine giugno 2011 da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria.
La quarta riforma riguarda la macchina dello Stato e gli incentivi dei dipendenti
pubblici. Si tratta di installare un nuovo motore per la macchina dello Stato
incentivando comportamenti virtuosi nel pubblico impiego, premiando le
amministrazioni (piuttosto che i singoli), anziché introdurre nuove regole
cervellotiche quanto inutili come fatto sin qui.
La quinta riforma guarda al lavoro autonomo e, in particolare, agli ordini
professionali. Si tratta di avere professionisti più liberi e ordini
trasparenti. (…)
La sesta riforma serve a incoraggiare il lavoro di più persone nella stessa
famiglia, rendendole meno vulnerabili a eventi avversi e attivando il capitale
umano oggi largamente inutilizzato delle donne. È una miniriforma fiscale che
trasforma le detrazioni per coniugi e gli altri familiari a carico in sussidi
condizionati all´impiego. (…).
La settima riforma si rivolge al sistema pensionistico e prevede l´estensione a
tutti delle regole del metodo contributivo nel determinare l´età di
pensionamento, nonché le riduzioni e gli incrementi delle pensioni associati a
un ritiro dalla vita lavorativa prima o dopo aver raggiunto i 65 anni di età.
(…) L´ottava riforma si colloca all´intersezione fra mercato del lavoro e
mercati finanziari. Riguarda l´accesso al credito per chi vuole crescere, per
le imprese che vogliono diventare più grandi, e richiede di procedere su piani
diversi: la riforma della legge sull´usura, il superamento delle
interconnessioni presenti a vari livelli nel nostro sistema di corporate
governance, una authority per le fondazioni e la separazione fra banche e società
di gestione del risparmio. (…)
La nona riforma guarda alla selezione della classe politica. Proponiamo di
avere meno politici sia a livello nazionale, sia locale, per sceglierli meglio.
Riteniamo utile anche impedire ai politici di cumulare i compensi da
parlamentari con quelli di altre attività e di modificare le regole di
determinazione dei loro compensi indicizzandoli alla crescita del reddito pro
capite degli italiani. (…)
La decima riforma, infine, vuole costruire una costituency, un partito a favore
delle riforme. Lo fa allargando il voto ai sedicenni e cambiando i criteri di
calcolo delle quiescenze in modo tale da incentivare la fascia più consistente
del nostro elettorato, i pensionati, a sostenere politiche per la crescita.
la Repubblica 4 novembre 2011

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