Strumenti personali
Portale » Cogito Ergo Sum » Diana, beata lei
teresa d'avila

Diana, beata lei

Sulle beatificazioni laiche e cristiane

 

 

Nella chiesa si ironizza spesso sul raptus beatificatore di Giovanni Paolo II, che stando ai dati ufficiali avrebbe fatto talmente tanti santi da giungere a canonizzarne più di tutti i suoi predecessori messi insieme. Troppi secondo i maligni, ma comunque sempre meno di quelli
che spontaneamente la gente elegge da sé a icone laiche, generando miti pop che per livello di venerazione concorrono senza complessi con i più miracolosi santi della Chiesa. Un esempio per tutti è quello rappresentato da Diana Spencer, che dalle pagine dei rotocalchi emanava odor di santità già prima di passare a miglior vita, grazie a un processo di beatificazione mediatica che meglio di lei riuscì solo a Marilyn, a Elvis e Che Guevara.

 

Il pregiudizio positivo di cui la principessa del Galles era fatta oggetto le perdonava ogni peccato, al punto da accomunarla nel ricordo popolare nientemeno che a Madre Teresa di Calcutta, e non solo per la curiosa coincidenza di aver perso la vita a pochi giorni di distanza dalla santa dei poveri. Il motivo di questa corsa alla creazione del mito laico non è difficile da comprendere: laddove la Chiesa glorifica le virtù dei singoli e spinge a fare la fatica di imitarle, l’immaginario popolare è invece assolutorio e tende a canonizzare i portatori sani di umana debolezza. Beatificare laicamente personaggi con più colpe che pregi non solo esime dallo sforzo di essere migliori dei propri beniamini, ma aiuta a proiettare anche le nostre più bieche mancanze sullo schermo angelicato del mito altrui. Così sotto a ogni ombrellone estivo, in ogni salone di parrucchiera o sala d’aspetto di dentista ci si può sentire campioni di magnanimità nel perdonare alla principessa triste la stessa identica violazione sociale che ci farebbe puntare spietatamente il dito se a compierla fosse la nostra vicina di casa.

 

Accanto alla perfezione di Maria e delle sante vergini e martiri venerate dalla Chiesa, Diana rappresenta un’altra specie di madonna, amata proprio perché difettosa, come certe bambole rotte e sbilenche che da bambine ci rubavano il cuore a dispetto delle patinatissime Barbie. Per questo il fascino decadente della principessa triste, sfortunata quanto può credibilmente esserlo una donna ricca, famosa e bella, per l’immaginario popolare conserva i numeri per competere sul piano aspirazionale con icone come Maria Goretti, Rita da Cascia e Teresa di Lisieux. E forse ha anche qualche chance di vincere, perché il confronto con i santi della Chiesa appare di questi tempi troppo impegnativo. È quasi più credibile immaginarsi addobbate di bianco sull’altare di Westmister con accanto il profilo un po’ scialbo di un qualunque William Windsor che ipotizzare di rinunciare per una intera vita a pensarsi come l’unica unità di misura di sé stessi e del mondo.

“Saturno” 29 aprile 2011

Azioni sul documento