Dalla scuola di tutti alla scuola per ciascuno
Una lettura dei limiti della scuola italiana che farà discutere.
Che in Italia ci sia una crisi del sistema educativo non è dimostrato solo dai disarmanti risultati delle indagini internazionali, ma anche dalle crescenti difficoltà dei giovani a inserirsi nel mondo del lavoro e dalla cronica carenza del sistema-paese sul fronte della ricerca e dell'innovazione. Di riforme, e spesso anche di controriforme, della scuola se ne sono fatte molte negli ultimi decenni, ma nessuna è stata in grado d'invertire la pericolosa tendenza allo scollamento tra mondo dell'istruzione e società.
La tesi di Giovanni Cominelli (La scuola è finita... forse) è altrettanto chiara, quanto rivoluzionaria: non è più il momento degli aggiustamenti progressivi, perché per salvare la scuola è necessario «destrutturarla», cioè passare dallo statalismo schematico e garantista a percorsi formativi personalizzati, rimettendo al centro i ragazzi, i genitori, gli insegnanti.
Un obiettivo sicuramente temerario, anche perché in netta controtendenza
rispetto all'evoluzione degli ultimi decenni e soprattutto rispetto a quel
pensiero unico politicamente corretto che vede nella scuola pubblica un
baluardo astratto di un sistema formalmente ugualitario, un sistema che
tuttavia vede progressivamente abbassarsi il proprio livello qualitativo.
A partire dalla scuola media unica introdotta nel 1962, vi è stato un
progressivo abbandono di quella selezione meritocratica che aveva costituito uno
dei punti di forza della grande riforma di Giovanni Gentile. E anzi, quello che
prima era un elemento di selezione, come l'esame di stato, costituisce ora un
alibi a una scuola di scarsa qualità: «Il valore legale del titolo di studio -
spiega Cominelli - copre malamente il fallimento del sistema di valutazione,
inquina profondamente il mercato della formazione, consente l'esistenza e lo
sviluppo di scuole e università di bassa qualità, altera i meccanismi d'accesso
all'impiego pubblico e alle professioni».
L'educazione data in appalto allo stato ha inoltre costituito un elemento che
ha reso le famiglie sempre meno interessate e quindi sempre meno responsabili
dell'educazione dei figli.
Un classico del liberalismo, Ludwig von Mises, si era espresso senza dubbi: «La
scuola non potrà mai funzionare ed essere veramente libera finché resterà in
piedi come istituzione pubblica e obbligatoria. Bisogna fare in modo che lo
stato, il governo, le leggi non si occupino della scuola e dell'istruzione; che
il denaro pubblico non sia speso per questo; che l'educazione e l'istruzione
siano affidate interamente ai genitori e alle associazioni e agli istituti
privati». Un ribaltamento di prospettiva rispetto a una realtà come quella
italiana, in cui ogni volta che si accenna alla possibilità di dare maggiori
spazi alla scuola privata si alzano le proteste dei custodi formali della
laicità e della Costituzione.
Ma guardando in avanti, anche il possibile e utile confronto tra scuola privata
e scuola pubblica rischia di essere superato dai fatti. Perché le radici della
crisi stanno nella rigidità di uno stesso modello educativo, che sembra avere
il perverso obiettivo d'ingabbiare gli spiriti più dinamici della società.
www.ilsole24ore.com 24 dicembre 2009

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