Da impronunciabile a necessaria: la nuova vita della patrimoniale
Fino a poco tempo fa parola impronunciabile, la patrimoniale è entrata nelle piattaforme anti-crisi di un numero sempre più vasto di soggetti politici e sociali, da ultimo la Confindustria di Emma Marcegaglia.
Se volessimo trovare un indicatore della gravità della situazione nella quale
siamo immersi, senza ricorrere ai freddi dati macroeconomici, potremmo forse
puntare l’attenzione sull’improvviso successo di parole fino a poco tempo fa
considerate impronunciabili nel dibattito politico nostrano. Un esempio
formidabile è fornito dalla tassa patrimoniale (in qualsiasi forma la si voglia
intendere). Prima della Grande Crisi scoppiata nel 2007/2008 la proposta non
era mai riuscita a uscire dalla ristretta cerchia della sinistra radicale,
additata da tutto il resto del consesso politico più o meno alla stessa stregua
della collettivizzazione delle campagne varata da Stalin negli anni ’30.
Ne sa qualcosa l’ex segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti, che
dovette fronteggiare una costante rappresaglia polemica proveniente non solo
dalle file della destra. «Diffido Fausto Bertinotti a lanciare parole d'ordine
inquietanti come la tassa patrimoniale, perché questo spaventa la gente», tuonò
Massimo D’Alema in vista della preparazione del programma dell’Unione, la
coalizione di centrosinistra che portò per la seconda volta Romano Prodi a
Palazzo Chigi nel non lontano 2006. Lo stesso Prodi prendeva le distanze in
modo sempre più deciso: «Non possono essere fatte promesse inattuabili», diceva
l’ex presidente della Commissione europea. Tanto che il segretario di
Rifondazione, avvicinandosi la campagna elettorale, dovette cedere e disse ai
giornalisti che per evitare polemiche non avrebbe più pronunciato la parola
patrimoniale «nemmeno sotto tortura».
Oggi, 5 anni dopo quella polemica (e con un debito pubblico cresciuto di 15
punti percentuali sul Pil), tutti sembrano essersi convertiti: un qualche tipo
di prelievo sui patrimoni – tanto nella forma di una imposta straordinaria per
un rapido abbattimento dello stock del debito, quanto in quella di una misura
strutturale – è infatti contenuto nelle piattaforme anti-crisi di un campo
vastissimo di forze politiche e sociali: oltre alla Cgil e ai partiti della
sinistra (incluso il Pd) si sono schierati a favore della patrimoniale anche i
sindacati Cisl, Uil e Ugl, i terzopolisti dell’Udc, di Futuro e Libertà e anche
dell’associazione Italia Futura guidata da Luca Cordero di Montezemolo. Da
ultimo perfino la
Confindustria guidata da Emma Marcegaglia, che ha lanciato un
“Manifesto delle imprese per salvare l’Italia” contenente fra le altre cose una
imposta annuale sui grandi patrimoni (con aliquota massima fissata all'1,5 per
mille).
Ma i grandi trascinatori del dibattito sono stati banchieri e capitani di
industria – da Pellegrino Capaldo ad Alessandro Profumo, passando per Carlo De
Benedetti – in una sorta di versione italiana di quel fenomeno che altrove ha
visto protagonisti contribuenti eccellenti desiderosi di pagare più tasse. In
Usa Warren Buffet è intervenuto lo scorso 14 agosto sul New York Times
puntando il dito contro l’iniquità di un sistema fiscale che in proporzione fa
pagare a lui – finanziere multimiliardario – meno tasse che alla sua segretaria
(percettrice di reddito da lavoro e non da capitale). Pochi giorni dopo, in
Francia, l’amministratore delegato della multinazionale della pubblicità
Publicis Maurice Lévy pubblicava su Le Monde un appello per aumentare
le tasse ai più ricchi, cui è seguito un manifesto – uscito sul Nouvel
Observateur e firmato da un nutrito gruppo di industriali francesi – che
chiedeva l’introduzione di un’imposta di solidarietà sui patrimoni miliardari.
Iniziative analoghe ci sono state in Germania.
In Italia, come si diceva, a fare da battistrada fuori dai tradizionali circoli
politico-sindacali sono stati i banchieri, tanto che dalle colonne del Sole
24 Ore Guido Tabellini ha spiegato la «popolarità» della patrimoniale in
certi insospettabili ambienti con la più lineare fra le dinamiche degli
interessi: «Banche e assicurazioni hanno il portafoglio pieno di titoli di
Stato. Un prelievo sulla ricchezza delle famiglie per aiutare lo Stato a far
fronte ai suoi debiti, se avesse successo, avvantaggerebbe innanzitutto gli
intermediari finanziari che oggi hanno l'acqua alla gola». Poiché però le
proposte vanno sempre giudicate nel merito, c’è da chiedersi se in tempi di
vacche magre non sia più giusto andare a chiedere sacrifici a chi se li può permettere
piuttosto che a chi non ha davvero più nulla da dare (come quel vasto ceto
medio – sempre meno ceto medio e sempre più pericolosamente vicino alla soglia
di povertà – sul quale si sono abbattute le ultime manovre).
E infatti la necessità di una imposta che colpisca i più ricchi sembra
riscuotere ormai il consenso di moltissimi. Ma non di tutti. Fra gli ultimi
“resistenti” anti-patrimoniale c’è naturalmente Silvio Berlusconi, il quale,
asserragliato nel suo bunker di palazzo Grazioli, esercita «a tempo perso» le
sue prerogative di Presidente del Consiglio, ma trova sempre il modo di porre i
suoi veti anche alle più miti e prudenti misure redistributive, tacciate – ora
come nel lontano ’94 – di essere l’anticamera del comunismo. La sua natura da
piazzista televisivo gli fa ritenere molto più digeribile l’aumento dell’Iva,
la tassa che “non si vede”, per quanto notoriamente regressiva (incide più sui
poveri che sui ricchi) e con un impatto negativo sui consumi (che andrebbero se
mai sostenuti, se si vuole cercare di uscire dalla crisi).
Ma il ristretto club degli anti-patrimonialisti annovera fra le proprie fila
anche due accademici di fama come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, i
quali, dalle colonne del Corriere della Sera, hanno lanciato l’allarme
contro il crescente rischio di introduzione di tale tassa: «Sarebbe, nella
migliore delle ipotesi, un'imposta inutile, nella peggiore fatale». Sorvolando
sull’assenza di un qualsiasi riferimento alle ragioni di “equità” che
imporrebbero una diversa composizione del prelievo fiscale, colpisce
innanzitutto che i due alfieri del “liberismo di sinistra”, i campioni del
“vero riformismo” contro il “conservatorismo” della sinistra tradizionale,
adottino la più classica delle argomentazioni retoriche “anti-riformiste”: «Una
patrimoniale sarebbe esiziale per la crescita perché diffonderebbe la falsa
impressione che le riforme non sono poi tanto urgenti», scrivono Alesina e
Giavazzi ricalcando quel “benaltrismo” che in altri tempi animò gli
antiriformisti di ogni risma.
E tuttavia su una cosa si può concordare con i due professori: «È la nostra
incapacità di crescere e di attuare politiche che favoriscano la crescita ciò
che davvero preoccupa le agenzie di rating e gli investitori». Dunque quello di
cui davvero ha bisogno l’Italia non è il dimezzamento in un sol colpo del
debito né altre cure da cavallo per le finanze pubbliche, ma politiche in grado
di rintracciare un cammino di crescita smarrito da ben prima che la crisi
globale scoppiasse. Tesi che si contrappone in modo netto alla filosofia
dell’austerity dominante in tutta Europa.
Ma siamo così sicuri che una imposta patrimoniale – oltre che opportuna alla
luce di sacrosanti principi di giustizia sociale – non sia utile a rilanciare
investimenti produttivi e crescita? A dispetto della crisi l’Italia è ancora un
Paese ricchissimo. Alla fine del 2010 la ricchezza netta delle famiglie
italiane era di 8mila 700 miliardi, 7,8 volte il reddito disponibile contro il
7,7 della Gran Bretagna, il 7,5 della Francia, il 7 del Giappone, il 6,3 della
Germania e il 4,8 degli Usa. In proporzione siamo dunque più ricchi dei nostri
partner europei e perfino degli Stati Uniti. Le ragioni storiche di questa
ricchezza sono note: siamo un popolo di risparmiatori (e di evasori fiscali).
Ma l’immenso patrimonio di cui disponiamo – come ha spiegato Marco Panara in
una approfondita inchiesta pubblicata su Affari & Finanza (19
settembre 2011) – è costituito solo in piccolissima parte (380 miliardi) da
beni produttivi.
Come è possibile in un paese pieno di aziende manifatturiere come il nostro? La
spiegazione è semplice, e rimanda al fatto che le aziende italiane sono
finanziate soprattutto col debito: «I proprietari di tasca loro ci mettono
poco, pochissimo», scrive Panara citando il Rapporto Corporate EFIGE 2011, «e
infatti uno dei vincoli alla crescita di quelle imprese è che sono poco
capitalizzate e molto indebitate. I loro proprietari preferiscono mettere i
soldi in appartamenti e nella finanza piuttosto che nelle aziende, e infatti
loro sono ricchi e le aziende povere». A fronte di questa situazione il sistema
fiscale italiano continua a colpire il lavoro e le imprese a tutto vantaggio
dei patrimoni e dei beni improduttivi. Anzi, tale situazione è stata in parte
creata proprio dai meccanismi di incentivi e disincentivi legati al fisco. Ecco
perché un riorientamento di quest’ultimo finalizzato a valorizzare e rendere
produttiva l’immensa ricchezza della quale (mal)disponiamo potrebbe essere un
importante volano anche per la crescita. Verrebbe da dire con le parole di
Barack Obama: «Questa non è lotta di classe, è matematica».
MicroMega (26 settembre 2011)

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