Da Gramsci a Einaudi per rifondare il paese
L'alternativa è la sinistra e il centro che debbono crearla e debbono farla, pena l'irrilevanza in cui stanno precipitando.
Dai mercati finanziari italiani sono arrivate venerdì tre
buone notizie: i Bot a dodici mesi sono stati oggetto di ampia domanda e
collocati a tassi molto più bassi rispetto a quelli registrati appena un mese
fa; i Btp a tre anni hanno avuto anch'essi notevole successo e anch'essi hanno
segnato un tasso inferiore di un punto rispetto a giugno. Infine la Borsa di Milano ha snobbato
il declassamento dell'Italia con un aumento dell'1 per cento rispetto al giorno
precedente.
Dunque risparmiatori e operatori italiani e stranieri hanno ricominciato a
comprare i titoli emessi dal Tesoro e non solo a breve ma anche a medio
termine. Lo "spread" del Btp decennale è ancora molto elevato sul
mercato secondario, ma il Tesoro ha saggiamente deciso di rallentare le
emissioni a lunga scadenza in attesa che il meccanismo di intervento deciso
dall'Europa entri concretamente in funzione. Ci vorranno alcuni mesi e fino ad
allora le emissioni quinquennali e decennali saranno ridotte al minimo senza
alcun nocumento per il finanziamento del fabbisogno.
Queste le buone notizie. Ma il "downgrading" di Moody's , anche se
Piazza degli Affari ha risposto con un'alzata di spalla, non è campato in aria.
Non è un declassamento economico ma politico, segnala un elemento negativo per
il dopo-Monti e a ragione perché quegli elementi negativi esistono e il "rieccolo"
di Berlusconi è uno di quelli e va quindi analizzato con estrema attenzione.
Berlusconi sa che avrà un flop elettorale, questo è già nel conto. Se dovesse
arrivare al 20 per cento dei consensi sarebbe oggettivamente un successo
clamoroso. Ma il suo problema non è questo. Il suo problema è di mantenere in
vita un simulacro di partito e impedirne l'implosione in mille frammenti.
Questo risultato l'ha già ottenuto, è bastato l'annuncio della sua
ri-presentazione per bloccare la fuga dei quadri, delle clientele e dei
rimbambiti del "Silvio c'è". Moderati? Ma quali! Conservatori? Non se
ne vedono in giro. Liberali? Forse Ostellino, ma con lui non si va lontano.
Niente di tutto ciò, ma i suoi colonnelli ex An restano in linea, Cicchitto
anche, Quagliarello e Lupi pure, perfino Scajola, perfino Galan. Forse arriva
Storace. Certamente Micciché. E Daniela. Daniela è la vera vincitrice. I
Santanché-boys non valgono più dell'1 per cento, ma è il "folk" che
conta. Il partito non c'era, non c'è mai stato e continua a non esserci, ma le
clientele sì, quelle ci sono sempre state e adesso serrano i ranghi.
Certo, ci vuole una legge elettorale che assecondi. E poi quel pizzico di
bravura nell'ingannare i gonzi, specie quelli di mezza età. Sono tanti in
questo Paese e per lui sono l'ideale. Allora forza con l'aquilone tricolore,
forza coi discorsi del predellino. E se ci fosse un pazzoide che gli tirasse un
sasso in faccia come avvenne a Piazza del Duomo qualche anno fa, beh quello
sarebbe l'ideale.
Il partito non c'è mai stato, ma volete che non ci sia un 15 per cento di
allocchi che poi, su un 60 per cento di votanti sarebbe più o meno il 7 per
cento della platea elettorale?
Questo è l'obiettivo. Ma ci vuole una legge elettorale come si deve e questo è
lo strumento necessario.
* * *
Niente più bipolarismo, niente più sistema maggioritario. Per raggiungere
l'obiettivo ci vuole un sistema proporzionale, su questo non si discute.
Chi altri vuole quel sistema? Certamente la Lega. Certamente
Casini. Dunque la maggioranza c'è. Soglia di sbarramento alta ma ragionevole
(serve a scoraggiare le possibili liste del para-centro, diciamo alla
Montezemolo). Un premio al primo partito, ma molto ridotto, diciamo il 10 per
cento. Preferenze o collegi, oppure un mix tra liste con preferenze e collegi.
Un sistema proporzionale di questo tipo va a pennello per la Lega e per Berlusconi. Anche
per Casini che in quel caso sarebbe molto più forte nella possibile alleanza
post-elettorale con il centrosinistra. Se prevalesse un sistema maggioritario
l'alleanza Casini-Bersani dovrebbe essere pre-elettorale; col proporzionale si
fa dopo e ci si fa tirare per la calzetta. La differenza è evidente.
Diciamo: il partito dell'Aquilone al 15-18 per cento, l'Udc all'8-10, il Pd
(con Vendola in pancia) al 25-30 e al 35 col premio. Non c'è maggioranza se non
tutti e tre insieme. E tutti e tre al governo. E Monti che li presiede.
Questo è il progetto, pacatamente ma fermamente sponsorizzato da Giuliano
Ferrara. Non malvisto dai montiani del Pd. Per il Berlusca un terno al lotto.
Per Casini anche. Per la spazzatura mediatica anche: campane a festa per il
"Giornale", campane a festa per "Libero" e campane con
doppia festa per il "Fatto" che potrebbe di nuovo sparare col suo fucile
a due canne non solo contro la casta di centrosinistra ma anche contro quella
berlusconiana che sembrava scomparsa.
Un governo lobbistico presieduto da un anti-lobbista. Grillo all'opposizione ma
un po' spompato (lo è già). Maroni pronto a rientrare in gioco ma a ranghi
ridotti.
Non è un cibo digeribile. Allora la domanda è questa: c'è un'alternativa?
* * *
Prima di ragionare sulla possibile alternativa debbo però formulare due
osservazioni, pertinenti e non marginali.
Ernesto Galli della Loggia ha descritto sul "Corriere della Sera" che
cos'è in realtà la classe dirigente italiana e che cosa sono nella loro
maggioranza gli italiani: un Paese che da trent'anni si è auto-paralizzato
dandosi una struttura corporativa, clientelare, mafiosa in tutti i sensi.
Insomma una casta nazionale, mondo dei "media" compreso e senza
eccezioni.
Consento in gran parte con la diagnosi di della Loggia, ma non su quest'ultimo
punto. L'informazione castale ha avuto le sue eccezioni, caro Ernesto, e tu lo
sai bene. L'eccezione principale è stata "Repubblica" fin da quando
esiste, cioè dal 1976. E prima di Repubblica l'eccezione era stata
"L'Espresso". Nei pochi anni della sua direzione l'eccezione fu anche
il "Corriere" diretto da Piero Ottone.
La seconda osservazione riguarda invece la "scivolata" di Mario Monti
sul tema della concertazione, che sarebbe stata "dannosa per l'Italia
perché ha determinato la formazione d'un sistema assistenziale che favorisce i
privilegi di pochi a scapito della libera partecipazione di molti e
specialmente dei giovani. E perché ha reso possibile la creazione d'un debito
pubblico enorme che è la causa delle nostre attuali difficoltà".
Questa "scivolata" - come già è stato scritto nei giorni scorsi sul
nostro giornale - è storicamente sbagliata. La concertazione fu introdotta da
Giuliano Amato e soprattutto da Carlo Azeglio Ciampi nel 1992-93 e rese
possibile il superamento della crisi in quegli anni e l'ingresso in Europa
durante il ministero Prodi-Ciampi. Ma prima di allora, dieci anni prima
d'allora, senza bisogno di concertare, il sindacalismo operaio - come allora lo
si chiamava - aveva imboccato da solo la via dell'austerità per realizzare la
piena occupazione. Luciano Lama fu il vessillifero di quella politica e la
proseguì fin tanto che rimase al suo posto, fiancheggiato da analoga posizione
di Giorgio Amendola e poi anche di Enrico Berlinguer.
La differenza di ora rispetto all'allora sta nel fatto che la classe operaia
non somiglia più in nulla a quella di Lama e di Amendola. Non è più un blocco
sociale portatore di valori e interessi generali, ma un coacervo di contratti,
di precariato, di immobilismo parcellizzato. Uno sfrizzolio innumerevole. Dalla
spigola al sale - direbbe uno chef - al fritto misto.
In questa situazione Camusso e Bonanni cercano di tutelare il fritto misto. Che
cos'altro potrebbero fare? Perciò, caro presidente Monti, lei condanna un
fenomeno che non c'è più e che, quando ci fu, risultò positivo e non vincolante
perché - come Ciampi può testimoniare meglio d'ogni altro - a monte e a valle
della concertazione restava sempre e comunque la decisione del governo e del
Parlamento. Quanto al debito pubblico, fu creato dalla partitocrazia dell'epoca
come tante altre magagne che abbiamo ancora sulle spalle.
* * *
L'alternativa è la sinistra e il centro che debbono crearla e debbono farla,
pena l'irrilevanza in cui stanno precipitando. Anzi: in cui sono già
precipitati.
Ho letto nei giorni scorsi due articoli scritti da persone con biografie
politiche diverse ma tutte e due marcatamente di sinistra: Alfredo Reichlin
sull'"Unità" e Alberto Asor Rosa sul "Manifesto". Tutti e
due gli autori arrivano a conclusioni analoghe: la sinistra deve scoprire nuovi
orizzonti e ad essi improntare la sua azione. Non esiste più la sinistra
autarchica operante nei singoli Stati nazionali. Esiste già un'economia
globale; esisterà - se vuole sopravvivere - un'Europa-Stato.
In queste nuove condizioni la sinistra non può che esser riformista.
Radicalmente riformista. Deve coniugare i valori della libertà con quelli
dell'eguaglianza. Deve togliere le bende che l'hanno da tempo mummificata. Deve
disciplinare la concorrenza con le regole. Deve smantellare i privilegi, le
mafie, le clientele, a cominciare dalle proprie.
E il centro deve fare altrettanto. Non è più tempo di radunare i moderati.
Bisogna radunare i liberali, quelli veri e non quelli fasulli. Quelli che non
vogliono i privilegi, le rendite, i monopoli, che detestano la demagogia e la
legge del più forte.
A quel punto si accorgeranno - il centro e la sinistra - che non solo il loro
obiettivo, ma la loro stessa natura è identica. Questa è l'alternativa.
A me ricorda lo slogan "giustizia e libertà"; ad altri potrà
legittimamente ricordare Giuseppe Di Vittorio, Lama e Amendola, Antonio
Labriola e Gramsci, ad altri ancora Giustino Fortunato e Danilo Dolci, ed anche
Luigi Einaudi delle "Lezioni di politica sociale".
Andate a rileggerli quei testi, voi Bersani, voi Casini, voi Vendola, voi
Pisapia, voi Tabacci. Giorgio Napolitano li conosce bene, lui è sempre stato un
uomo di sinistra anche se da Capo dello Stato ha appeso quella vocazione
all'attaccapanni prima di varcare la soglia del Quirinale.
Un uomo di sinistra, di quella sinistra. Non c'è un'altra strada. Quella è la
sola vincente e l'obiettivo è di rifondare l'anima dei democratici e chiamare a
raccolta gli spiriti liberi e forti del Paese. Forse è la maggioranza degli
italiani, ma se non lo fosse pazienza, si lavorerà per il futuro. Nell'uno come
nell'altro caso sarà comunque una vittoria.
Berlusconi - ovviamente - con queste prospettive non ha niente a che fare. Lui
rappresenta l'Italia di Santanché che certo non è la nostra.
http://www.repubblica.it (14 luglio 2012)

Precedente: Una sinistra oltre il montismo






