Da dove cominciare
C'è anche una questione di leadership. Dobbiamo consentire di far crescere un'altra generazione, non usarla solo come simbolo senza dargli potere.
Da dove cominciamo,
Nadia Urbinati, a parlare del risultato elettorale e dello stato della sinistra
in Italia? Dal Partito democratico? Dal cantiere dei lavori fatti e da fare,
dall'analisi degli errori e dalle fondamenta di una nuova proposta? Cominciamo
dal successo di Vendola, da Grillo?
«Cominciamo dall'Emilia».
Risponde così Nadia Urbinati: c'è bisogno di una discussione larga, ampia,
franca e senza paura. Un dibattito come quello che si è sviluppato in questi
giorni anche sulle colonne del nostro giornale e soprattutto nel web, migliaia
di lettori ci hanno scritto per raccontarci quel che vedono, quel che sperano,
quello in cui credono e in cui non credono più. Apriamo davvero il cantiere
delle idee, dice la docente della Columbia, appassionata studiosa di politica.
Però facciamolo a partire dalla realtà: lasciamo che l'insegnamento ci venga
dai fatti.
Dunque l'Emilia, dove da poco è tornata a
vivere.
«Perchè in queste settimane, da quando sono rientrata in Italia, ho visto nei miei paesi qualcosa che non avevo visto mai. L'Emilia sarà la prossima regione a diventare leghista se non ci sarà un cambio radicale e profondo. In larga parte lo è già. Vedo i militanti della Lega girare per le piazze dei paesi con le roulotte e i camioncini, fermarsi a fare comizi di fronte a sei persone. Senza telecamere, senza microfoni. Senza media al seguito. Li sento scandire parole d'ordine semplici che fanno presa. Vedo le persone a me vicine cambiare. L'Emilia oggi è la frontiera più avanzata, o più arretrata. È Little Big Horne. La Lega ha capito molto bene che è questa la sfida più grande. La rivincita. Il vecchio desiderio democristiano. Quel che non si è tinto di bianco oggi si sta tingendo di verde. I leghisti hanno la capacità di farlo. Hanno militanti che credono, non che dubitano e discutono. Fanno turni, lavorano in modo sistematico, casa per casa. Il modello americano è questo: casa per casa. Non bastano le cene elettorali, quelle sono ad un altro livello. Nelle piazze dell'Emilia profonda il Pd non c'è. A Ferrara ho visto le navette che portano al centro commerciale. Nei paesi sono tutti chiusi dentro le case, con le loro parabole per vedere la tv. E' il Midwest: è qui che si vince o si perde».
«A partire dal linguaggio, sì. Ma dietro il linguaggio ci deve essere un ordine
del discorso. Devi prima sapere cosa vuoi poi dire cosa pensi. Farlo in modo
chiaro. Parole semplici e narrativa ricca. A Carpi, a Sassuolo. C'è la crisi
della ceramica. Ha la sinistra una politica di riconversione industriale da
proporre? Le donne della Omsa, senza lavoro perchè la manodopera all'estero
costa meno. La risposta non può essere la cassa integrazione per mesi, per
anni. Ci vuole un progetto. Quegli impianti devono restare qui, qualcuno sa
dire come? La Lega
dice che i neri - gli stranieri - portano via il lavoro. In queste zone è un'affermazione
che somiglia alla realtà. Quando il lavoro non c'è la competizione è fra chi
resta escluso e chi entra in assenza di regole. Sappiamo dare una risposta?»
«A Modena - continua Nadia Urbinati - ho visto favolose piste ciclabili. Non
basta. Ho visto nascere come funghi grandi centri commerciali fatti per dare
ossigeno alle coop edili. Hai dato lavoro per qualche tempo agli edili, ma hai
finito per portare la gente nei luoghi del berlusconismo. Dentro casa davanti
alla tv durante la settimana, al centro commerciale nel week end.
L'integrazione con le comunità immigrate non è avvenuta. Ciascuno vive nel
proprio ghetto. I bambini vanno insieme a scuola, e cosa fanno dopo? Niente che
li porti in un futuro diverso dal passato: rientrano nelle loro comunità di
origine, gli adulti si chiudono e si difendono gli uni dagli altri. Sta
nascendo un'altra società e la sinistra non ne è consapevole, non sembra
esserlo, se lo è è impotente».
«Proviamo in Emilia a ricostruire le sezioni di partito. Non i circoli che si
riuniscono una volta al mese, per il resto deserti, nel migliore dei casi i
militanti si parlano sul web. È la presenza sul territorio che manca, i giovani
hanno bisogno di fare qualcosa, lo chiedono: domandano cosa possiamo fare, dove
possiamo andare? Non c'è un luogo. Alle feste dell'Unità la maggioranza è fatta
di anziani. È a questo livello che bisogna ricostruire a partire dai nostri
principi, i nostri valori: il buon governo, la legge uguale per tutti, la Costituzione, la
crescita di una comunità solidale».
«Il Pd è nato distruggendo i partiti alla sua sinistra. Una parte della
sinistra non si riconosce in quel partito, né può farlo. Ma il modello
arcipelago è fondamentale. Se non ti federi con i partiti a te vicini quelli se
ne vanno. Gli elettori con loro. La scelta strutturale di guardare al centro ha
conseguenze visibili. Gli elettori che non si riconoscono in questo Pd guardano
a Di Pietro, poi a Grillo. Oppure si astengono. È una catena di delusioni
progressive. Poi, certo, se guardo ai risultati dei partiti alla sinistra del
Pd osservo che l'utopia è parte della politica, e la protesta è necessaria.
Serve se è finalizzata a un risultato, se no può diventare dannosa per tutti.
Si può stare vicini senza essere identici. Bisogna ascoltare chi protesta,
provare a comprendere e non snobbare. Lo stimolo critico deve essere espresso,
ce n'è bisogno. Naider ha determinato la sconfitta di Gore, ma è stato perché
la politica di Gore non era abbastanza convincente».
«Il grande problema è avere una classe dirigente solo istituzionale,
parlamentare. Sarebbe una buona cosa che il leader dello schieramento non fosse
un uomo delle istituzioni. Chi è nella condizione di difendere la sua posizione
non è fino in fondo libero. Vivere di politica significa che non si può vivere
per la politica. È Weber. Ci vogliono personalità libere di progettare un
disegno comune fuori dagli schemi delle convenienze e delle appartenenze. Sarà
chi saprà trovare un minimo comune denominatore alle forze della sinistra colui
che saprà renderla forte abbastanza da consentirle di governare il Paese».
«Sì, c'è anche una questione di leadership. Dobbiamo consentire di far crescere
un'altra generazione, non usarla solo come simbolo senza dargli potere. Se no è
il rapporto che c'è tra genitori e figli: i genitori hanno la borsa, tengono i
cordoni. I figli hanno bisogno del loro conto in banca. Non hanno lavoro, non
hanno autonomia, non hanno peso».
«Berlusconi occuperà anche il web. Ha grande istinto, è capace di arrivare alla
gente. Per il Pd il web è burocrazia, un lavoro come il resto. Non rispondono.
Io lo uso a volte. Non mi rispondono. Non vedono, non capiscono. Obama ha vinto
le elezioni grazie alla rete. Un dollaro a testa, in milioni e milioni lo hanno
finanziato. Qui vai a cene elettorali dove paghi cento euro e il leader non
viene. Certo bisogna fare le due cose: ma farle bene, entrambe».
«Infine direi solo: bisogna andare a riprendere le persone e tirarle fuori da
casa, dar loro qualcosa di più interessante della tv. Berlusconi ha costruito
il suo potere isolando gli italiani davanti alle sue tv. Ma la Lega non ha tv, usa il
modello del Pci di antica memoria. Uno stile premoderno, il camioncino e il
megafono, bussano e ti compilano i moduli, ti aiutano a risolvere i problemi
minimi che per le persone sono fondamentali. Noi non facciamo né l'uno né
l'altro. Vogliamo cominciare a parlarne?».
http://www.unita.it 03/04/2010

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