Crescita? Gli emergenti non bastano
Paesi come Brasile, Cina, India e Sudafrica hanno dimostrato poco interesse nell'istituzione di regimi globali, preferendo conservare il ruolo di giocatori liberi.
All'inizio
della crisi si pensava che i paesi in via di sviluppo avrebbero evitato la
flessione che ha invece interessato tutti i paesi industrializzati. Ma queste
speranze si sono infrante nel momento in cui il prestito internazionale si è
prosciugato e il commerico è crollato gettando i paesi in via di sviluppo (Pvs)
nella stessa spirale delle nazioni indutrializzate.
Con la ripresa del commercio e della finanza internazionale si è diffusa una
versione ancor più ambiziosa degli scenari futuri. Si dice, infatti, che i Pvs
abbiano una prospettiva di forte crescita nonostante crisi e depressione in
corso in Europa e negli Stati Uniti. Ancor più sorprendente è che molti si
aspettano che i Pvs diventino il motore di crescita dell'economia globale.
Otaviano Canuto, Vice Presidente della Banca Mondiale, ha stilato un lungo
rapporto che prova la sua prognosi ottimistica.
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Ci sono ragioni per cui quest'ottimismo non è da
considerarsi irragionevole. Gran parte dei Pvs ha ripulito i propri sistemi
finanziari e fiscali e non presenta un livello elevato di debito pubblico. La
governabilità è in fase di miglioramento, così come la qualità del
policymaking, mentre le possibilità di trasferimento tecnologico attraverso la
partecipazione a reti internazionali di produzione sono più frequenti.
Inoltre, la crescita rallentata delle economie avanzate non influenzerà
necessariamente la prestazione dei Pvs in modo negativo. La crescita a lungo
termine non dipende infatti dalla domanda esterna, bensì dall'offerta interna.
Una crescita rapida e sostenuta è il risultato dell'avvicinamento dei paesi
poveri ai livelli di produttività dei paesi ricchi, e non della crescita dei
paesi ricchi. Per gran parte dei Pvs questa “distanza di convergenza” è
attualmente ancor più ampia di qualsiasi altro periodo dagli anni 70 in poi. Pertanto, il
potenziale di crescita risulta proporzionalmente più vasto.
Le buone notizie si fermano qui. Una crescita sostenuta richiede una strategia di crescita e molti Pvs non dispongono di un piano strategico che possa indirizzarli irrevocabilmente verso un contesto di convergenza economica.
Negli ultimi vent'anni, questi paesi hanno legato la
crescita economica a una combinazione di due fattori: la ripercussione naturale
derivante dalle precedenti crisi finanziarie (come in America latina) o ai
conflitti politici e alle guerre civili (come in Africa), e i prezzi elevati
dei beni. I Pvs non possono, pertanto, fare affidamento su nessuno di questi
due fattori per trasformare la propria produttività, cosa di cui hanno tanto
bisogno.
Consideriamo, a esempio, il modello di crescita degli ultimi vent'anni
dell'America latina. La competizione globale ha ripristinato gran parte delle
industrie della regione e ha favorito i profitti legati alla produttività nei
settori avanzati. Questi profitti si sono tuttavia limitati a un segmento
relativamente ridotto dell'economia. Peggio ancora, il lavoro si è spostato da
attività produttive commerciabili (nel settore manifatturiero) ad attività
informali meno produttive (i servizi). In molti dei paesi, il cambio
strutturale ha finito per ridurre la crescita economica.
Dato che i governi asiatici hanno sempre avuto la tendenza a
sostenere maggiormente i settori moderni e commerciabili, gran parte dei paesi
di quell'area è riuscita a evitare questo male, ottenendo risultati migliori.
Ma anche il modello asiatico potrebbe presto esaurirsi.
La Cina, in
particolare: il resto del mondo non le permetterà di gestire per sempre un
enorme surplus commerciale. La moneta svalutata, essenziale per sovvenzionare
il manifatturiero, è stato l'elemento di traino della crescita del paese negli
ultimi dieci anni. Un apprezzamento del renminbi porterà a una riduzione
dell'elemento di sovvenzione alla crescita.
A prescindere dalle prospettive dei Pvs, c'è una questione più profonda.
Ovvero, un'economia mondiale in cui i Pvs abbiano un peso maggiore può favorire
una governabilità globale tale da sostenere un contesto economico favorevole?
Le economie nei mercati emergenti non hanno ancora dimostrato la leadership
necessaria per dare una risposta affermativa a questa domanda.
Gli istituti globali, l'Fmi, la Banca Mondiale e il Wto, sono ancora in gran
parte la creazione della leadership americana dopo la Seconda Guerra
Mondiale. Questi istituti riflettono gli interessi americani, pur codificando,
allo stesso tempo, alcune norme di comportamento che hanno finito per limitare
anche il potere americano.
Paesi come Brasile, Cina, India e Sudafrica hanno dimostrato
poco interesse nell'istituzione di regimi globali, preferendo conservare il
ruolo di giocatori liberi. Jorge Castañeda, ex ministro degli esteri messicano,
si è spinto oltre affermando che questi paesi si sono sempre opposti a regole
globali.
Temiamo di essere troppo duri nei confronti dei Pvs ma da tempo gli analisti
politici sono preoccupati del fatto che una maggior diffusione della potenza
economica possa portare a un'economia mondiale meno stabile. Se il centro di
gravità dell'economia mondiale si dovesse spostare verso i Pvs, non si tratterà
di un processo senza ostacoli, e non sarà probabilmente neppure benefico.
Possiamo comunque essere certi almeno di due cose: solo i paesi che adotteranno
strategie di crescita mirate a stimolare un cambiamento strutturale interno
otterranno buoni risultati, mentre il quesito della governabilità globale,
ovvero come gestire un'economia mondiale ormai priva di regole, non potrà far
altro che peggiorare.
http://www.ilsole24ore.com 25 ottobre 2010

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