Così tramonta un simbolo dell’economia italiana
Insieme all’Ilva di Taranto rischia di chiudere l’intero settore della siderurgia nazionale
L’acciaio è un materiale composto soprattutto di ferro, nonché di carbonio in
misura inferiore al 2 per cento, più una dozzina di altri elementi presenti in
una misura che varia da una frazione millesimale (il molibdeno) a oltre il 10
per cento (il cromo). Ha molte caratteristiche positive. Se si varia il tenore
dell’uno o dell’altro elemento, si ottengono migliaia di tipi di acciaio dalle
prestazioni diversissime quanto a elasticità, capacità di sopportare carichi
oppure urti, resistenza alla corrosione, modalità di lavorazione.
Grazie alla sua natura proteiforme, l’acciaio è presente ovunque, dalle
mollette dei cellulari alle arcate dei viadotti ferroviari e stradali, dalle
carrozzerie di auto ed elettrodomestici allo scafo delle navi, dagli strumenti
chirurgici alle ruote dei treni. Possiede inoltre la virtù di essere
riciclabile senza fine. Presenta però anche, l’acciaio, una caratteristica
negativa: la sua produzione è altamente inquinante. Gli impianti siderurgici
sono capaci di diffondere sia al proprio interno sia per chilometri quadrati
attorno a sé grandi quantità di polveri a grana grossa oppure sottili, più ogni
sorta di fumi visibili e di veleni invisibili, dal benzopirene alla diossina.
Il maggior problema per l’abbattimento del grado di inquinamento deriva dal
fatto che in pratica ciascuno dei tanti pezzi di un impianto contribuisce per
conto suo all’inquinamento.
In misura variabile diffondono polveri, fumi e veleni le cokerie quanto gli
altiforni, la laminazione a caldo quanto quella a freddo, le fornaci elettriche
quanto i convertitori. Al fine di ridurre l’inquinamento sono state seguite nel
mondo tre strade. La prima consiste nello sviluppare tecnologie specifiche per
abbattere l’inquinamento nel punto preciso dell’impianto in cui si genera. È
una strada piuttosto costosa. Un’altra strada è consistita nel costruire
impianti più piccoli, le cosiddette mini-acciaierie, che di per sé inquinano
meno e costano meno in tema di prevenzione. Esse presentano tuttavia il difetto
di non poter produrre molti tipi di acciaio che invece riescono bene nei grandi
impianti integrati.
Ampiamente praticata è poi la terza strada, in specie nei paesi emergenti, ma
non soltanto in essi. In questo caso la proprietà, spesso con l’assenso del
governo nazionale o locale, trasmette per vie dirette o indirette un messaggio:
se volete posti di lavoro e reddito, dovete sopportare senza fare storie quel
po’ di inquinamento che il nostro impianto genera.
A fronte di queste premesse, dal caso dell’acciaieria di Taranto si possono
trarre varie lezioni. Una è locale. Che lo stabilimento sorto a ridosso della
città fosse molto inquinante si sapeva da quarant’anni, cioè dal momento in cui
la Italsider
che lo aveva creato ne realizzò il raddoppio. Sarà vero che i successivi
proprietari – l’Ilva che fa capo al gruppo Riva – hanno effettuato investimenti
notevoli al fine di ridurre l’inquinamento, ma pare evidente che essi non sono
bastati.
L’elenco dei tipi di inquinanti e delle loro quantità diffusi negli ultimi anni
dall’impianto in questione, messo insieme da varie fonti dalla magistratura di
Taranto, è agghiacciante. Ci si dovrebbe spiegare come mai la Regione, il ministero
dell’Industria ovvero dello Sviluppo, i governi che si sono succeduti nello
stesso periodo non abbiano saputo intervenire con mezzi efficaci per rimuovere
la cappa di veleni che grava sulla città.
La seconda questione è nazionale. Nel 2011 l’Italia ha prodotto 29 milioni di
tonnellate d’acciaio. Assai meno della Germania, ma quasi il doppio di quante
non ne abbiano prodotte, a testa, Francia e Spagna, e tre volte la produzione
del Regno Unito. Più o meno la metà dell’acciaio italiano proviene da Taranto.
Si tratta in pratica di una delle ultime produzioni industriali su larga scala
che esistano in Italia. Non si può fermarla in gran parte per un periodo
indefinito, al fine di consentire alla proprietà di procedere da sola, se e
quando ne avrà voglia, per introdurre le tecnologie necessarie ad abbattere sul
serio l’inquinamento. Occorre procedere al più presto, d’intesa con la
proprietà, a interventi radicali attuati con il massimo e il meglio dei mezzi che
si possono mobilitare sul piano interno e internazionale. Senza farsi
illusioni.
L’impianto di Taranto, che ha il pregio ma anche il difetto di essere il più
grande d’Europa, non può materialmente venire convertito in una mezza dozzina
di mini-acciaierie. Né si può pensare di fargli produrre in breve acciai di
varia e superiore qualità, perché ogni tipo di acciaio richiede macchinari ad
hoc, che comporterebbero grossi investimenti addizionali oltre a quelli
anti-inquinamento.
Infine c’è la questione globale. Molti settori dell’industria, del commercio e
della finanza si sono sviluppati per decenni, creando al proprio interno posti
di lavoro ma infliggendo anche a gran numero di persone elevatissimi costi
esterni in termini di rischio, inquinamento, distruzione dell’ambiente,
condizioni di vita. Taranto è stato tristemente esemplare da questo punto di
vista. È arrivato il momento di porre fine a tale scambio perverso. Per diverse
vie, con diversi mezzi, i costi esterni dello sviluppo, le cosiddette esternalità,
dovrebbero essere drasticamente ridotti o riportati all’interno delle imprese
che li generano.
http://www.repubblica.it (2
agosto 2012)

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