Così il dramma economico favorisce la destra
Dieci questioni da affrontare
La socialdemocrazia in tutti questi anni non è stata affatto antagonista del liberismo. Anzi ne ha solo praticato una versione "debole": il blarismo
Non credo che il socialismo, grande movimento storico legato a imprescindibili esigenze di giustizia, sia stato seppellito da una sconfitta elettorale, per quanto clamorosa. La storia del socialismo è piena di annunci mortuari smentiti. Neppure il fascismo ce l´ha fatta. Però le elezioni hanno decretato la fine di una socialdemocrazia appannata e sconclusionata.
Sembra paradossale che le elezioni non abbiano penalizzato la destra, che per venti anni si è identificata con la sregolatezza responsabile dell´attuale marasma economico, e che oggi sembra diventata keynesiana e statalista; e abbiano invece devastata la sua antagonista storica. Non lo è per due ragioni: la destra non è diventata affatto statalista: pretende solo che sia lo Stato a pagare i conti della crisi per poi ritirarsi rapidamente dalla scena. E la socialdemocrazia, in tutti questi anni, non è stata affatto antagonista del liberismo: ne ha solo praticato una versione debole, propriamente "post-socialista": il blairismo.
Inoltre. Alla globalizzazione economica la socialdemocrazia non ha contrapposto quel rafforzamento del potere politico internazionale che avrebbe potuto nascere da una più forte integrazione europea. Al contrario: si è chiusa nel socialnazionalismo: un terreno sul quale la destra è imbattibile. I socialisti hanno perduto un´occasione unica di costruire un´Europa unita e riformista quando erano al governo in quasi tutti i paesi europei. E ora in Europa trionfano i nazionalismi, riemerge il razzismo, e il conto della crisi è posto sulle spalle dei contribuenti. C´è da chiedersi allora: del socialismo, que reste t´il?
Questo sarebbe il momento di una nuova Bad Godesberg: di un ripensamento fondamentale di quelle che sono state per una fase storica gloriosa le ragioni del "vero socialismo reale". Non si tratta ovviamente di tornare indietro, in un mondo radicalmente cambiato. Si tratta di riconoscere le correnti pesanti che attraversano la nostra storia, per domandarsi in quale modo una politica ispirata ai valori tradizionali della sinistra possa piegarne il corso verso una società più libera e più giusta. Questa è l´essenza concreta del riformismo. Per non cavarmela con i soliti auspici retorici provo a indicare quelle che a me sembrano oggi le grandi sfide del riformismo. Che poi debba chiamarsi ancora socialismo, è problema che può essere rinviato, come un indice, alla fine dell´opera.
Ecco i titoli dei dieci temi, più o meno ovvii, che mi sentirei di segnalare a una riflessione fondamentale sul destino della sinistra. 1)La struttura dell´ordine politico mondiale di fronte all´emergere delle nuove grandi potenze. 2)Le nuove regole mondiali della circolazione dei capitali e dell´assetto dei cambi (il nuovo ordine economico mondiale). 3)Le garanzie di un mercato concorrenziale e libero: libero da posizioni dominanti e da vincoli corporativi. 4)Le responsabilità politiche superiori dell´economia: in particolare la politica macroeconomica e la politica dei redditi, rivolte all´obiettivo della piena e buona occupazione. 5)La costituzione di una Federazione politica europea. 6)La ristrutturazione del welfare state. 7)La promozione, accanto al mercato e allo stato, di un grande settore di economia e società associativa. 8)La trasformazione della scuola in una istituzione di educazione permanente. 9) La riorganizzazione della produzione nel senso di una economia ecologicamente sostenibile. 10)L´eticità della politica.
Lascio questo tema per ultimo, perché mi sembra il primo. Di questi tempi mi sento particolarmente indignato nei riguardi dei "maestri" che considerano la dignità e la serietà del comportamento politico, e per converso la volgarità e la buffoneria, un tema da lasciare al gossip, al pettegolezzo pruriginoso, indegno del discorso "politico". Mi chiedo quali allievi possano nascere dall´educazione di questi maestri.
http://www.repubblica.it - 16.6.09

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