Cosa cercare oltre il Pil
Il dibattito sui limiti del Pil e sulla distinzione tra crescita economica e i concetti di benessere e sviluppo viene da lontano.
Il dibattito sui limiti del Pil e sulla distinzione tra
crescita economica e i concetti di benessere e sviluppo viene da lontano, dal
momento stesso dell'invenzione del Pil da parte di Kuznetz, passando per Bob
Kennedy, per Amartya Sen e per l'Undp, che con l'istituzionalizzazione
dell'indice di sviluppo umano ha sancito la multimensionalità dello sviluppo.
Nel nuovo millennio il dibattito ha subito un'accelerazione. Si è mosso per primo
l'Ocse nel 2004 a
cui hanno fatto seguito la
Commissione europea nel 2007 e a stretto giro il presidente
Sarkozy promotore dell'autorevole Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi che ha
pubblicato lo scorso settembre il suo rapporto finale. In Italia Sbilanciamoci
dal 2003 propone il Quars, la misura di un modello di sviluppo per le regioni
italiane che guarda oltre la crescita economica. Oggi il dibattito è finalmente
sulla bocca di tutti, dal G20 a FareFuturo, dall'Aspen Institute a Obama,
dall'Economist al New York Times.
Ma di cosa si parla effettivamente? Al di là delle questioni metodologiche che
lo animano e che afferiscono ai tecnicismi delle misurazioni, al cuore del
dibattito sta la necessità di definire nuovi obiettivi per le nostre società.
La crisi finanziaria ha fatto emergere chiaramente come la crescita del Pil
fosse un obiettivo effimero e soprattutto distorto. La società è sempre più
consapevole che le proprie priorità sono altre e che la crescita economica non
coincide con gli obiettivi sociali, ambientali e paradossalmente ormai neppure
economici. La fortuna della crescita economica nasce con il sogno americano
degli anni Cinquanta: sebbene già in quegli anni si sapesse che misurava altro
- non il benessere, non la felicità, non la coesione sociale- era sotto gli
occhi di tutti il contestuale miglioramento di tanti indicatori di benessere.
Ma dagli anni Settanta in poi diventa sempre più evidente come Pil e benessere
non solo non corrano sullo stesso binario ma sembrino avere preso direzioni assai
diverse. Sono gli ambientalisti tra in primi che cominciano a smantellare
l'idea di poter usare un unico indicatore-bussola, richiamando l'attenzione sul
fatto che la crescita del Pil possa essere addirittura controproducente. Lo si
intuisce facilmente analizzando non solo i principi contabili (il Pil non
incorpora le esternalità ambientali della produzione, incorporando invece le
cosiddette spese difensive, come i depuratori, offrendo praticamente un
incentivo all'inquinamento) ma anche quelli che potremmo definire i principi
culturali del paradigma della crescita che ha promosso una constante creazione
di valore e un aumento della produzione che non si è mai dovuta fermare di
fronte alla distruzione degli ecosistemi. La crisi finanziaria ha dato il colpo
di grazia a questo paradigma. L'attenzione spasmodica alla creazione di valore,
seppure solo finanziario, ha fatto perdere di vista alcuni fondamentali
economici che più del Pil significano benessere. È lo stesso rapporto Stiglitz
a mettere in luce come si sarebbe potuto intervenire alla radice della crisi se
si fosse prestata attenzione alla distribuzione del reddito, ai consumi delle
famiglie, alla ricchezza, o anche a semplici correzioni del Pil già presenti in
contabilità nazionale come il reddito disponibile delle famiglie. Dal 2000
quest'ultimo si è ridotto del 4% per il quintile più povero della popolazione a
fronte di una crescita del 9% del Pil pro capite: ricchi sempre più ricchi e
poveri sempre più poveri. Bonus da capogiro a sostenere un sistema sempre più
plutocratico e lavoratori sempre più indebitati che per potersi comprare la
casa mandano in crisi l'intero sistema (si legga subprime). Di fronte ad un
sistema sempre più insostenibile dal punto di vista economico, sociale e
ambientale, ci si è accorti di aver preso male la mira.
Aggiustare il tiro vuol dire definire nuovi obiettivi e nuovi indicatori che ci
dicano dove stiamo andando, vuol dire ridefinire le priorità e far sì che
queste nuove priorità siano condivise. Messo in questi termini il dibattito
diviene estremamente ampio. Molta della discussione in ambito accademico è
dedicata allo studio della felicità: «The pursuit of happiness», il
raggiungimento della felicità, è già inserito da Thomas Jefferson nella
Dichiarazione di indipendenza americana come diritto inalienabile assieme alla
vita e alla libertà ed esso appare come un obiettivo incontrovertibile che
mette tutti d'accordo. Si contano numerosissimi i paper che studiano la
relazione tra felicità e crescita e che arrivano alla conclusione che «i soldi
non comprano la felicità». Forse per scoprirlo non c'era bisogno di tanti
modelli econometrici ma soprattutto tale aproccio nulla dice riguardo a cosa
debba fare la politica. Ma allo stesso tempo esiste una vasta letteratura,
legata principalmente alla psicologia, che cerca di individuare le determinanti
della felicità (amicizia, affetti, salute, soddisfazione personale, ecc.). Qui
l'analisi si intereccia con gli studi sul benessere, oggetto complesso e
multidimensionale composto da elementi oggettivi ed elementi soggettivi, che
secondo la commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi deve tener conto di benessere
materiale, salute, istruzione, attività personali e lavoro, partecipazione
politica, relazioni personali, ambiente ed insicurezza (fisica ed economica).
Ma a nostro avviso è necessario focalizzare l'attenzione sul vero nodo del
dibattito ovvero l'individuazione di obiettivi di azione politica in grado di
promuovere il benessere nella sua accezione più completa possibile e nella sua
sostenibilità.
È necessario a tal fine mettere in piedi dei luoghi di confronto e discussione
per arrivare a definire le priorità in un'ottica di benessere. Negli Stati
Uniti tale luogo sembra formarsi attorno all'organizzazione State of the Usa.
In Italia per ora si è mossa la campagna Sbilanciamoci! che, consultando un
ampio gruppo di rappresentanti della società civile, delle università e delle
istituzioni ha redatto un documento che sollecita governo e istituzioni ad
adottare un approccio rinnovato nell'uso degli indicatori economici, sociali e
ambientali al fine di monitorare costantemente cosa succede nel paese in
termini di benessere e sostenibilità.
Il tavolo di lavoro promosso da Sbilanciamoci!, già presentato su queste
pagine, non si propone in questa fase di definire l'elenco degli indicatori da
utilizzare, ma attraverso proposte di carattere tecnico e di carattere
culturale propone un percorso da seguire nei prossimi mesi per mettere le
istituzioni in grado di affrontare la sfida del superamento del Pil rendendo
espliciti gli obiettivi internazionali che dobbiamo raggiungere sul piano
sociale e ambientale, dotando il bilancio dello stato di indicatori che
monitorino gli effetti delle politiche, sviluppando una contabilità satellite
ambientale, sociale e di genere, rafforzando la produzione di dati da parte
dell'Istat, sensibilizzando i media e, infine, rilanciando un processo pubblico
di coinvolgimento di tutti i principali attori del paese.
16 Luglio 2010

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