Contro la crisi serve un balzo «federalista»
Nei giorni che ci separano dal vertice dovrà avvenire un drastico cambiamento di mentalità
Pochi mesi fa, quando ho assunto la carica di presidente del
Parlamento europeo, ho lanciato l'allarme sui gravi rischi che corre il
progetto europeo, sotto minaccia come mai prima d'ora.
Negli ultimi quattro anni abbiamo applicato teorie convenzionali a una
situazione non convenzionale: abbiamo visto che stava arrivando lo tsunami e abbiamo
deciso che il modo migliore per reagire era aprire gli ombrelli.
Uno degli elementi di questo approccio è l'idea che dobbiamo rimanere fedeli al
metodo dei progressi limitati e discontinui che tanto successo ha conosciuto in
passato. La massima di Schuman è valida in tempi normali, ma questa crisi esige
misure drastiche.
L'Europa non è stata fatta in un giorno, ma potrebbe scomparire in breve. I
leader della Ue dovrebbero sempre agire sulla base dello scenario più
pessimistico e fare quel che serve per evitarlo, senza preoccuparsi del proprio
destino politico personale.
La via scelta in questa crisi è stata un misto di negazione
della realtà, miopia e navigazione a vista, senza piani organici. Ricordo
ancora quanto tempo ha impiegato l'ex presidente del consiglio italiano per
ammettere che esisteva una crisi; lo stesso atteggiamento è stato usato per i
nodi del settore bancario europeo. Ogni volta che c'era un segnale di miglioramento,
grazie a iniezioni di liquidità o a risultati elettorali positivi, ne abbiamo
approfittato per procrastinare.
Questo corto respiro della politica nazionale ed europea è stato uno dei
fattori alla base degli errori di giudizio. Il fatto di consentire alle forze
di mercato di fissare agenda e reazioni di panico alle loro oscillazioni è un
altro errore. Quello che vogliono i cittadini è una prospettiva: ci chiedono di
creare le condizioni per tutelarsi, di fare le scelte giuste per il loro futuro
e di farle adesso, di consentire ai cittadini di fare scelte e investimenti
giusti per la propria vita.
Due le alternative: un balzo in avanti in senso federalistico o la
disintegrazione, la prosperità tutti insieme o la povertà ognuno per sé,
un'Europa adeguata per il XXI secolo o un'Europa del Congresso di Vienna.
Tutti si riempiono la bocca con la parola
"Unione". Sentiamo dire che per far funzionare l'unione economica e
monetaria c'è bisogno di un'unione politica, di un'unione di bilancio e di
un'unione bancaria. Queste tre unioni supplementari sono frenate da tre domande
concomitanti: quale dev'essere fatta per prima? Quali caratteristiche devono
avere? A chi si devono applicare? Ecco il ricco menù alla tavola del vertice.
Il Parlamento europeo in passato ha espresso la sua posizione su tutti e tre
gli argomenti. Se le nostre risoluzioni fossero state tradotte in pratica
prima, ora non saremmo tanto in difficoltà. Un'unione politica più forte,
intesa come ulteriore rafforzamento dei poteri della Commissione europea ma
anche come rafforzamento della sua legittimità attraverso l'elezione diretta,
con un Parlamento democraticamente eletto che esamina, controlla, emenda e
rigetta le sue decisioni o le sue proposte, sono gli obiettivi dell'unione
politica del futuro. L'unione politica è la più ambiziosa di queste tre unioni
e deve riguardare tutti gli Stati.
Unione di bilancio non dev'essere sinonimo di unione
dell'austerity: il fiscal compact non basta. Il Parlamento ha prodotto leggi
importanti, come i due pacchetti di misure six-pack e two-pack, ma ha anche
avanzato proposte per l'istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie,
sull'emissione di titoli di Stato con garanzia europea, sull'emissione di
titoli di Stato comuni all'Eurozona; siamo favorevoli a un quadro finanziario
pluriennale, capace di stimolare la crescita, reagire agli shock, incanalare
gli investimenti e colmare i divari fra Stati e regioni. È evidente che
un'unione di bilancio con questi elementi non potrà essere realizzata dall'oggi
al domani, ma il Consiglio europeo dovrebbe proporre una tabella per il medio
termine, per definire gli obiettivi che intende conseguire, far uscire gli
Stati allo scoperto costringendoli a dire quando ci arriveremo.
L'unione bancaria è la più pressante fra queste tre unioni e al vertice non si
potrà lasciare alcun dettaglio in sospeso. La Ue ha già fatto molto per armonizzare la
regolamentazione delle banche, intensificare la supervisione e prevenire i
comportamenti irresponsabili che hanno portato alla crisi del 2008. Ma perché
l'unione bancaria possa essere credibile è necessario accordarsi nei dettagli
su questioni come la supervisione centrale, la gestione delle crisi e le
garanzie sui depositi. Senza un accordo sui dettagli non ci sarà nessun
accordo.
Il vertice potrebbe concludersi positivamente, ma le ragioni
per essere ottimisti non abbondano. Lascia perplessi che i capi di Stato e di
Governo parlino di unione politica senza accettare la presenza al tavolo dei
colloqui dell'istituzione politica per eccellenza. Il presidente del Parlamento
europeo, a differenza di quanto consentito in passato al presidente dell'Fmi o
della Bce, dovrà lasciare la riunione dopo il suo discorso iniziale. Un altro
esempio è il tentativo di rinazionalizzare il Meccanismo di valutazione e
controllo di Schengen, modificando le basi giuridiche senza il minimo rispetto
per le regole più elementari di cooperazione fra le istituzioni. Come si
concilia l'impegno per un'unione politica con questa mancanza di rispetto per
l'unica istituzione della Ue eletta democraticamente in modo diretto? Non si
tratta di un'istituzione a caccia di riconoscimento, qui si tratta di una
cartina di tornasole della serietà dell'impegno degli Stati membri in favore di
un rafforzamento e di un approfondimento della politica europea.
Nei giorni che ci separano dal vertice dovrà avvenire un drastico cambiamento
di mentalità: i segnali non sono incoraggianti.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
http://www.ilsole24ore.com 24 giugno 2012

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