Con la crisi democrazie a rischio
Impunità e allergia alla cultura del controllo (esercitato da istituzioni e da mezzi d’informazione) sono radicate anche in Italia, e anche qui la democrazia è vicina al precipizio.
In un incontro a porte chiuse con i sindacati europei, l’11
giugno, il presidente della Commissione Barroso avrebbe espresso grande
inquietudine sul futuro democratico di Paesi minacciati dalla bancarotta come
Grecia, Spagna e Portogallo. Secondo il Daily Mail, avrebbe parlato addirittura
di possibili tumulti e colpi di Stato. La Commissione europea ha
smentito le parole attribuite al proprio Presidente, ma l’allarme non è
inverosimile e molti lo condividono.
Al momento, per esempio, l’ansia è intensa in Grecia, dove il governo
Papandreou sta attuando un piano risanatore che comporterà vaste fatiche e
rinunce. L’ho potuto constatare di persona, parlando qualche settimana fa con
il direttore del quotidiano Kathimerini, Alexis Papahelas: «Le misure di austerità,
inevitabili e necessarie, sono irrealizzabili senza una democrazia funzionante
e una classe politica incorrotta. Ambedue le cose mancano in Grecia, a causa di
una storia postbellica caratterizzata da profonda sfiducia verso lo Stato e da
una cultura della legalità inesistente». Papahelas non parla di colpi di Stato
- l’esperienza, disastrosa, già è stata fatta a Atene fra il ’67 e il ’74 - ma
di movimenti populisti, nazionalisti, «anelanti a falsi Messia».
La tentazione che potrebbe farsi strada è quella di considerare la democrazia
come un lusso che ci si può permettere in tempi di prosperità, e che bisogna
sospendere nelle epoche d’emergenza che sono le crisi. Apparentemente il regime
democratico resterebbe al suo posto: la sua natura liberatoria verrebbe anzi
esaltata. Ma resterebbe sotto forma impoverita, stravolta: il popolo
governerebbe eleggendo il governo, ma tra un voto e l'altro non avrebbe
strumenti per vigilare sulle libertà dei governanti. La democrazia verrebbe
sconnessa dalla legalità, dai controlli esercitati da istituzioni indipendenti,
dalle Costituzioni: tutti questi strumenti degraderebbero a ammennicoli
dispensabili, e la libertà sarebbe quella dei governanti.
Gli italiani sanno che l’allergia alla legalità e ai controlli è un fenomeno
diffuso anche da noi, oltre che in Grecia. Sanno anche, se guardano in se
stessi, che il bavaglio protettore dell’illegalità è qualcosa che molti si
mettono davanti alla bocca con le proprie mani, prima che intervengano leggi
apposite. In questi giorni si discute delle intercettazioni: converrebbe non
dimenticare che una legge assai simile (la legge Mastella) fu approvata quasi
all’unanimità dalla Camera, nell’aprile 2007. Che un uomo di sinistra come
D’Alema disse, a proposito di giornali da multare: «Voi parlate di multe di 3
mila euro(...) Li dobbiamo chiudere, quei giornali» (Repubblica, 29-07-06).
La crisi in cui viviamo da tre anni mostra una realtà ben diversa. Se si fonda
su una educazione complessa alla legalità e non è plebiscitaria (cioè messianica),
la democrazia è parte della soluzione, non del problema. La bolla scoppiata nel
2007 era fatta di illusioni tossiche, di un’avidità sfrenata di ricchezza, e
anche della mancanza di controlli su illusioni e avidità. Uscirne comporta
sicuramente sacrifici ma è in primo luogo una disintossicazione, un ristabilire
freni e controlli. Tali rimedi sono possibili solo quando la democrazia
coincide con uno Stato di diritto solido, con istituzioni e leggi in cui il
cittadino creda. In Grecia, questi ingredienti democratici sono da ricostituire
in parallelo con il risanamento delle finanze pubbliche e i sacrifici, e forse
prima. Anche in America, non è con un laissez-faire accentuato che si
sormontano le difficoltà ma con più stretti controlli sui trasgressori.
È il motivo per cui Grecia e Stati Uniti concentrano l’attenzione sui due
elementi che indeboliscono simultaneamente economia e democrazia: da una parte
l’impunità di chi interpreta il laissez-faire come licenza di arricchirsi senza
regole, dall’altra l’impotenza dello Stato di fronte alle forze del mercato.
Abolire l’impunità e restituire credibilità allo Stato sono giudicati
componenti essenziali sia della democrazia, sia della prosperità. Difficile
ritrovare la prosperità se intere regioni o intere attività economiche sono
dominate da forze che sprezzano la legalità, che si organizzano in mafie, o che
immaginano di annidarsi in chiuse identità micronazionaliste. La storia
dell’Europa dell’Est e della Russia confermano che senza libertà di parola e senza
un indiscusso imperio della legge viene meno il controllo, e che senza
controllo proliferano gli affaristi e i mafiosi.
In Grecia, la lotta all’impunità è fattore indispensabile della ripresa, ci ha
spiegato Papahelas: «La cura vera consiste nell’approvazione, da parte di tutti
i politici, di un emendamento costituzionale che annulli l’immunità garantita a
ministri o parlamentari passati e presenti, e che porti davanti alle corti o in
prigione i truffatori e gli evasori fiscali.
Si tratta di imbarcarsi in un nuovo capitolo della storia: economico, culturale
e antropologico». In America vediamo con i nostri occhi quanto sia importante
il controllo sulle condotte devianti di chi si sottrae alle regole: l’audizione
al Congresso dell’amministratore delegato di British Petroleum, Tony Hayward, è
severissima e trasmessa da tutte le tv. Dice ancora Papahelas: «Il vecchio
paradigma - quello di uno Stato senza leggi, in cui regnano ruberie e nepotismi
- sta precipitando».
Impunità e allergia alla cultura del controllo (esercitato da istituzioni e da
mezzi d’informazione) sono radicate anche in Italia, e anche qui la democrazia
è vicina al precipizio. Le innumerevoli leggi varate a protezione di singole
persone o gruppi di persone, l’arroccamento identitario-etnico di regioni a
Nord e a Sud del Paese: questi i mali principali. La stessa proposta di
rivedere l’articolo 41 della Costituzione contiene i germi di un’illusione:
l’illusione che l’economia ripartirà, se solo si possono iniziare attività
senza controlli preventivi. L’illusione che l’eliminazione di tali controlli
sia un bene in sé, anche in Paesi privi di cultura della legalità.
La costruzione dell’Europa non è estranea alla degradazione dello stato di
diritto in numerosi Paesi membri. Non tanto perché essa ha sottratto agli Stati
considerevoli sovranità (sono sovranità chimeriche, nella mondializzazione) ma
perché ha ritardato l’ora della verità: quella in cui occorre reagire alla
crisi di legittimità con una rifondazione del senso dello Stato, e non con una
sua dissoluzione. Se i politici fanno promesse elettorali non mantenibili, se
si conducono come dirigenti non imputabili, è inevitabile che i cittadini e i
mercati stessi traggano le loro conclusioni non credendo più in nulla: né
nell’Europa, né nei propri Stati, né nei piani di risanamento economico.
Non è un caso che si moltiplichino in Europa le condanne della legge italiana
sulle intercettazioni (appello dei liberal-democratici del Parlamento europeo,
firmato da Guy Verhofstadt, appello dell’Osce e di Reporter senza frontiere).
Un’informazione e una giustizia imbavagliate o dissuase minano la democrazia.
Reagiscono alla crisi proteggendo il vecchio paradigma dell’avidità senza
briglie. Conservano uno status quo che ha già causato catastrofi nell’economia
e nelle finanze.
L’esplosione della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico è stata
paragonata a una guerra. Anche la crisi è una specie di guerra. Se ne può
uscire alla maniera di Putin: rafforzando quello che a Mosca viene chiamato il
potere verticale, imbrigliando giudici e giornalisti, consentendo a mafie e a
segreti ricattatori di agire nell’invisibilità, nell’impunità. Oppure se ne può
uscire come l’Europa democratica del dopoguerra: con istituzioni forti, con uno
Stato sociale reinventato, con la messa in comune delle vecchie sovranità, con
un nuovo patto fra cittadini e autorità pubblica.
http://www.lastampa.it 20/6/2010

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